Di Fulvio Grimaldi

Zenab Samuni

Forse qualcuno dei miei interlocutori si aspettava un’impressione a caldo sulla tornata europea di elezioni. Preferisco lasciare passare l’uragano di fesserie che ingombrano questi giorni, ma, intanto, gioisco con i greci, i più bravi di tutti (alla faccia dei giurassici e settari separatisti del KKE), come del resto dimostrano, umiliandoci, da due anni. Oggi, per me, c’è un’altra priorità.

Era fine febbraio, da poco Gaza era stata sciolta nel Piombo fuso. Eravamo tra i primi a infrangere la barriera che il rinnegato Mubaraq aveva concordato con Israele al valico di Rafah. Poco mancava che le macerie ancora fumassero, che i 1.400 morti ammazzati palestinesi fossero ancora caldi, che feriti e mutilati sanguinassero ancora. Intanto, la mattanza, a bassa intensità di tempi, continuava. Quotidiane incursioni di bombardieri, assassinii mirati di droni, falcidie di pescatori di Gaza alla ricerca di nutrimento per i morti di fame nello stagno di mare che Israele gli aveva lasciato, esecuzioni di contadini che si azzardavano a voler cavare qualche cetriolo dai loro campi, troppo vicini all’occupante del resto della Palestina. E da Gaza è stata strappata anche la voce italiana di quel popolo che insiste a non farsi estinguere, Vittorio Arrigoni, con cui camminavamo sui moli frantumati del porto di Gaza dai quali lui s’imbarcava per proteggere dalla ferocia dei necrofori i pescatori. Nessuno mi toglie dalla mente che Vittorio sia stato ucciso dal Mossad, probabilmente utilizzando dei decebrati fanatici islamisti che a Vittorio rimproveravano una vita “troppo all’occidentale”. Per onestà politica devo anche dire che la nostra amicizia s’incrinò quando il vindice della vita, delle sofferenze e dei diritti dei palestinesi, non comprese che quanto veniva fatto alla Libia era un capitolo della stessa storia genocida inflitta agli arabi liberi, di cui erano vittime i suoi fratelli di Gaza.

Tzipi Livni, la killer d i Gaza, con l’emiro del Qatar 

Sono passati tre anni da allora. Gaza è tuttora l’Auschwitz dei nazisionisti. Si continua a essere uccisi, dai soliti carnefici che utilizzano missili e blocco di generi di prima necessità. Intere famiglie palestinesi vivono ancora tra le macerie in cui le avevo intervistate. Hamas, ultima fiammella di resistenza, insieme all’ANP di Abu Mazen e cricca rinnegata, è passato agli ordini e ai denari dell’emiro del Qatar, punta di lancia di Israele, Nato e petrodittature del Golfo nell’assalto a paesi arabi liberi e degni. La bambina Zenab, della famiglia Samuni, oggi ha 16 anni. Piombo Fuso le ha sterminato 29 famigliari. Su di lei, come sui detenuti palestinesi in sciopero della fame da mesi, 1.600 o 2.000, a seconda delle fonti, alcuni al 70esimo giorno e all’orlo della morte, grava la responsabilità e l’orgoglio di una Palestina che non si arrende. E di cui ovviamente non si deve parlare.

Lo spazio “Palestina” è adeguatamente coperto dalla centesima offerta di dialogo dello sguattero Abu Mazen a chi sventra con l’ennesimo insediamento quanto resta del 12% di sbrindellato territorio “palestinese”. Abu Mazen fa bene il suo lavoro, sia di sguattero, sia di scagnozzo dei predatori. Pupillo di Yasser Arafat, che invano aveva tentato di salvare la pelle vendendo al nemico prima Maruan Barghuti, leader di Fatah e dell’Intifada e poi Ahmed Saadat, segretario generale del FPLP, con i suoi pretoriani addestrati dagli Usa in Giordania collabora al soffocamento di ogni brace di resistenza al genocidio a bassa intensità da 60 anni portato avanti dalla teocrazia razzista degli antisemiti ebraici. A dimostrazione che la democrazia marca Golfo, alla quale si sono affidate le organizzazioni palestinesi già “di Resistenza”, è un modello assai più redditizio dell’antiquata formula di una Palestina libera e democratica, come quel popolo l’aveva voluta negli anni dei fedayin e delle Intifade, ora si procede alla normalizzazione della stampa. Nelle ultime settimane l’Autorità Palestinese ha arrestato decine di giornalisti e attivisti telematici per aver criticato la progressiva soppressione della libertà di stampa e di opinione operata da quell’autorità e da un presidente da oltre un anno decaduto dalla sua carica e quindi abusivo. Blogger, cronisti, commentatori di giornali e radio, vignettisti, vengono incarcerati e, se va bene, liberati su cauzione ”per aver creato divisioni e minato l’unità del popolo”. Basta un rilievo su un Abu Mazen non proprio integerrimo governante e patriota, o un cartone sull’incommensurabile corruzione che caratterizza questo, come tutti i fantocci del potere mondialista, per finire dietro le sbarre. A tutti tocca un processo della “libera e indipendente” magistratura dell’ANP, in carcere se il detenuto non arriva alla cauzione di 4.200 dollari, stratosferica per chiunque non appartenga alla cricca di grassatori attorno a Abu Mazen. Il processo avviene sulla base del codice penale giordano del 1960, improntato al dominio feudale degli sceicchi sul volgo.

Mustapha Barghuti 

Ovviamente nulla l’ANP ha da rilevare sullo sciopero della fame che sta riducendo la popolazione dei 6mila detenuti palestinesi. Sono spesso “detenuti amministrativi”, cioè gente che, non potendosigli appioppare un reato degno di processo, ma potendosili impiegare a titolo di esempio, di intimidazione e terrore contro una società che, a dispetto dei suoi dirigenti felloni, dà comunque fastidio per il suo semplice esistere, va sbattuta dentro senza imputazione, senza avvocato, senza processo e senza termine. Alla Gestapo. Del resto, come adombrarsi di tanto scempio del diritto, quando le più grandi democrazie dell’Occidente hanno impiegato, in Irlanda, e impiegano, negli Stati Uniti di Obama, le stesse procedure contro “individui sospetti”? E’ di pochi giorni fa l’ordine presidenziale di Obama, dopo quello che autorizza l’assassinio extragiudiziale perfino di cittadini Usa, di installate campi di internamento su sospetto in tutti gli Stati dell’Unione. Il modello è quello in cui furono fatti vegetare e perire i giapponesi d’America durante la seconda guerra mondiale.

E, a proposito di Stati Uniti, avete presente un eminente personalità palestinese che, in qualità di capo del partito “Iniziativa Nazionale Palestinese” e candidato alla presidenza della collaborazionista ANP, più volte ha allietato un uditorio italiano ed europeo con il suo rassicurante impegno per la “nonviolenza”. Me lo ricordo, questo Mustapha del grande clan dei Barghuti, quando insieme a noi a Ramallah si sgolava a gridare in piena Intifada armata: “Free Palestine! Free Palestine!”. Poi ci accompagnò all’udienza con un imbarazzante Arafat, al fianco del quale si collocò per correggerne i vuoti di memoria e i balbettii. All’altro capo del palco, tra i suoi, tutti comandanti dell’Intifada di Al Aqsa, stava Maruan Barghuti, che un po’ era perplesso, un po’ ghignava: erano la nuova, giovane, onesta e combattiva classe dirigente palestinese e delle ininterrotte e vane profferte di amicizia del vecchio capo a Israele non sapevano che farsene. Ora, dal carcere dei suoi 5 ergastoli, rimediando come premio settimane di isolamento, il Barghuti bravo ha chiamato il popolo palestinese a una nuova intifada. “Non violenta” hanno appiccicato al suo appello i preoccupati filopalestinesi nostrani. Aggiunta arbitraria. Nel mio incontro con Maruan, in piena Intifada, mi sentii ribadire che “lotta del popolo palestinesi può essere condotta, come anche afferma la Carta dell’ONU, con tutti i mezzi, nessuno escluso”. Sono convinto che il leader più stimato e amato del popolo palestinese, uno dei pochi irriducibili, non ha cambiato idea.

In compenso il parente “nonviolento”, Mustapha, ha vinto in aprile il Premio Scarpa di Muntazer Zaidi(instaurato nel mondo arabo in ricordo dell’impresa del giornalista iracheno Muntazer quando, a Baghdad, lanciò la sua scarpa sul muso di Bush). Se lo è meritato, Mustapha, per aver visitato, omaggiato e ringraziato a Washington “J Street”. Cos’è “J Street”? E’, insieme a AIPAC, la più potente lobby filoisraeliana degli Stati Uniti. Assolve alla tattica del poliziotto buono, di fronte al perfido poliziotto AIPAC. Arriva addirittura a dialogare con i più primitivi tra i sudditi del Grande Israele, purchè, è naturale, “nonviolenti”. Trattasi di organizzazione razzista ortodossamente sionista che condivide – per ora! – addirittura l’obiettivo dello “Stato” palestinese nei suoi quattordici inoffensivi cantoni del 12% palestinese dietro al Muro. A condizione, anche questo è ovvio, che non si parli del ritorno a casa loro di 5 milioni di profughi. Logico che non rifiutino il dialogo con un palestinese così ragionevole e amante della pace. Un po’ di diplomazia, accanto al genocidio, ti cinge di allori davanti all’opinione pubblica pacifista e palestinocompassionevole. Notizia e commento sono di Arab Lofty, compagna egiziana e dirigente della panaraba, antimperialista e antisionista “Alleanza per la Resistenza”.

In attesa che ai sostenitori della solidarietà con le vittime palestinesi venga l’uzzolo di una campagna in difesa di Maruan Barghuti, di Ahmed Saadat, dei morituri in sciopero della fame, contro i ladroni vendipatria nella dirigenza palestinese, vi do un’altra notizia messa sotto ai piedi dai media e di poco interesse per l’arcipelago dei solidarismi: Al termine del processo intentato da avvocati di Gaza per l’assassinio di massa della famiglia dell’allora tredicenne Zenab Samuni, gli inquirenti dell’inchiesta militare israeliana hanno assolto gli assassini, tutti, dal primo comandante di Brigata all’ultima recluta killer.

Sono stato nella grande casa dei Samuni, diroccata dopo le cannonate. A pianoterra si erano sistemati i sopravvissuti. I mobili e gli arredi dei piani superiori si trovavano frantumati di sotto, nel giardino divenuto fossa comune e discarica. Sulle pareti, i gangster israeliani della famigerata Brigata Givati avevano tracciato, tra residui di merda ebraica, il logo della brigata, ornato di firme, scritte e disegni che ordinavano “Kill the Arabs” (ammazza gli arabi), “Morirete tutti”, “Torneremo anche per voi”. L’elemento grafico erano tombe con lapidi che dicevano “1948-2009, Arabo”.

Tutto questo lo potete vedere nel mio docufilm “Araba Fenice, il tuo nome è Gaza”. Molte fenici di Gaza e della Palestina sono finite spiumate, nel frattempo, ma una, ne sono certo, volava allora, vola oggi e volerà per sempre. Potete sentire anche questo nel film. Parla Zenab, bambina di 13 anni, della famiglia Samuni. Ha accanto un bimbetto di 2 anni con la mano devastata da uno sparo.

Vittime di Piombo Fuso 

Mi chiamo Zenab, della famiglia Samuni. Tutta la famiglia era nella casa. Ci hanno sparato, eravamo terrorizzati. Sono arrivate anche bombe al fosforo. Tutta la famiglia si è buttata per terra, c’era tanto fumo, non si poteva respirare. Papà ci ha fatto scendere al primo piano, cercava di incoraggiarci. Questo è il bambino ferito dagli israeliani. Papà è uscito dalla casa e subito si è sentito un colpo. Abbiamo capito che era morto. Allora è uscito anche mio fratello Walid, ma non è tornato. Gli israeliani sono entrati in casa e ci hanno detto che non sapevano niente di papà e di mio fratello. Ci hanno messi tutti contro il muro e ci hanno detto di andare via,, ma quando ci siamo mossi, si sono messi di nuovo a sparare e lì sono morti mio cugino e mio zio. In tutto, la mia famiglia ha perso 29 parenti, fratelli, sorelle, mio padre, mia madre, due cognati…Non riesco a dimenticare. Le notti non dormo, mi viene da piangere e piangere. Continuo a vedere cos’è successo, le persone uccise, ferite, mio padre, mio zio, poi mia madre, i miei fratelli. E’ triste, molto triste… 

Penso a quel mio cugino che, dopo una bomba, non aveva più la testa e a mio padre con la testa aperta. Si erano messi sopra di me per proteggermi e il sangue mi scendeva addosso, sangue dappertutto. E poi mia mamma stesa morta, i cugini, tutta la stanza piena di sangue. Mia mamma l’ho vista morire sotto i miei occhi, non potevo far niente. Respirava. Speravo che venisse un’ambulanza a farla vivere, ma non l’hanno fatta passare. La mamma sanguinava, non aveva più le gambe, era ferita in faccia, ma era ancora viva. Io la chiamavo, ma non potevo fare niente per la mamma che moriva. Nessun aiuto è venuto, da tutto il mondo. 

E questa è mia cugina Muna che ha perso la mamma, il papà e mio cugino che aveva sei mesi. Tutti andavamo con le bandiere bianche e i feriti facevano fatica. Mio fratello grande portava sua figlia ferita, poi hanno ucciso anche lui e sua moglie. Ho visto il cervello che gli usciva dalla testa. Non è arrivata nessuna ambulanza e così è morta anche la bambina. Abbiamo camminato per due chilometri con quegli stracci bianchi e i soldati ci gridavano “Ritornerete, ritornerete per morire”. E piangevamo e camminavamo e portavamo i feriti e gli uccisi… Quando, dopo venti giorni, siamo tornati in questa casa, non c’era più niente. 


Noi non vogliamo più la pace. Io amo la pace, Ma ora non la voglio perché hanno ucciso e ferito migliaia di palestinesi. E vogliono che gli diciamo “grazie”? Ci hanno preso la terra nel 1948 e ora hanno preso quasi tutto. Eppure costruiscono i loro villaggi in quel che resta della Palestina. E vogliono che gli diciamo “grazie”? Se un solo israeliano, bambino o adulto, è ferito, fanno muovere tutto il mondo in protesta e tutti vengono a compiangere quel ferito. Di noi palestinesi se ne ammazzano migliaia e nessuno fa niente. Se muore un nostro bambino nessuno fa niente. Si stanno prendendo tutta Gerusalemme e ci cacciano e nessuno fa niente. Ci hanno attaccato nel 1948 e ci hanno fatto fuggire in Libano, Giordania, Egitto, dappertutto. E dobbiamo dirgli grazie? Noi qui abbiamo il prigioniero Shalit, ma loro ne hanno in prigione undicimila dei nostri. Uno contro undicimila. Ma Shalit non viene torturato. Noi siamo umani.

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