di Domenico De Simone

coverwn-schedaSul Corriere di oggi ho letto questo articolo su un luogo sacro agli indiani, Wounded Knee, dove nel 1890 furono massacrati centinaia di indiani inermi dai soldati blu dell’esercito federale.

Conosco bene la storia di Wounded Knee e dell’occupazione del 1973 anche se non ci sono mai stato. Angelo Quattrocchi, scrittore ed editore della Malatempora prematuramente scomparso quattro anni fa, fu l’unico bianco presente all’interno del campo insieme agli indiani, che lo accolsero non tanto perché era giornalista, ma per il suo legame affettivo con l’avvocatessa delle Pantere Nere che li difendeva contro il governo federale.

 

Il libro sugli indiani e la loro rivolta lo intitolò “Wounded Knee, gli indiani alla riscossa“, ed è poi stato pubblicato anche in italiano e recentemente ripubblicato in edizione digitale e cartacea dalla associazione Golena Editrice. Vale davvero la pena di leggerlo, è una cronaca stringata, asciutta, intelligente e mozzafiato come nelle migliori tradizioni del giornalismo di razza. Un giornalismo ormai estinto, Angelo è stato uno degli ultimi giornalisti degno di questo nome. E se l’Italia avesse un po’ di rispetto per la cultura, avrebbe avuto tutt’altra eco, almeno pari a quella che ebbe negli USA e non solo tra i nativi.

Era l’unico bianco e per giunta era italiano: dovremmo esserne orgogliosi, ma qui non lo sa quasi nessuno, da noi il giornalismo è ridotto a gossip della peggiore specie. Il libro lo scrisse in inglese su incarico degli indiani, che volevano una cronaca degli eventi scritta da uno che di rivoluzioni se ne intendeva. Angelo ha scritto oltre a numerosi altri libri, anche una cronaca del maggio francese cui aveva assistito, e anche partecipato, come corrispondente prima da Londra e poi da Parigi, dell’Avanti  che allora era un giornale serio, in un libro che è stato tradotto in ventidue lingue tra cui il cinese.

Anche questo libro lo scrisse in inglese e fu pubblicato da Versus con il titolo “The beginning of the end“, e poi in italiano con il titolo “E quel giorno fu rivoluzione” e raccontava la straordinaria epopea di un’alleanza impossibile contro il capitalismo, quella tra gli studenti della Sorbona e gli operai metalmeccanici delle fabbriche. Sembrava impossibile, ma quel blocco sociale si creò generando assemblee, dibattiti, manifestazioni, sit in, insomma una totale anarchia per oltre un mese in tutta Parigi. La gente si faceva la sua democrazia, nelle strade, nelle piazze, con una grande, straordinaria, ironica, gioiosa e determinata partecipazione collettiva. Una ubriacatura collettiva di democrazia dal basso che rifiutava la rappresentatività e la democrazia borghese e capitalistica. Il governo gollista di Pompidou ne fu investito violentemente e la presidenza stessa di De Gaulle, il salvatore della patria contro i nazisti, vacillò, ma il vecchio generale seppe aspettare che passasse la bufera che aveva sconvolto Parigi come e forse più che nel 1870, ai tempi della Comune e alla fine la rivoluzione non sconvolse il sistema politico. Cambiò però, per sempre il mondo dei rapporti umani e la visione della politica

Grazie Angelo.

Fonte: http://domenicods.wordpress.com/2013/04/13/wounded-knee-gli-indiani-alla-riscossa/

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