Grato m’è il sonno e più l’esser di sasso mentre lo scorno e la vergogna dura. (Michelangelo Buonarotti)
 
Non è misura di salute l’essere bene inserito in una società profondamente ammalata. (Jiddu Krishnamurti)
 
Guardateci. Tutto è arretrato. Ogni cosa è sottosopra. I medici distruggono la salute, i giuristi distruggono la giustizia, le università distruggono la conoscenza, i governi distruggono la libertà, i media distruggono l’informazione e la religione distrugge lo spirito. (Michael Ellner)
 
L’Occidente ha vinto il mondo non per la superiorità delle idee o dei valori o della religione, ma piuttosto per la sua superiorità nell’applicare la violenza organizzata. (Samuel P. Hungtinton)
 
Egitto, Turchia, Brasile. E noi?
Avete notato la differenza nel trattamento, da parte dell’inciucio strategico mediatico-politico, delle insurrezioni in Turchia, Egitto, Brasile? E quella tra le loro manifestazioni  e le nostre? Chiave di interpretazione della differenza: obnubilamento ideologico e geopolitica imperiale che tutti unisce. Nel caso di Turchia ed Egitto, manifestazioni e perfino scontri durissimi, violenze, bottiglie incendiarie, suscitano indulgenza e comprensione: dall’altra parte c’è un regime di ferocia repressiva e… islamico. E degli insorti si dice del laicismo e della democrazia, mica della devastazione sociale di un neoliberismo imposto da noi. Noi, invece, siamo Occidente civile e cristiano e così, anche se un po’ meno, il Brasile, fulgida stella dei BRICS, governato dall’erede del socialista Lula, non più colonia Usa. E allora da noi, come in Brasile, chi difende il suo diritto alla piazza, all’espressione, all’opposizione, è contaminato, se non sabotato, dalle solite “frange estremiste”, dai “provocatori violenti”, dagli amici del giaguaro. Oppure non è altro che una massa senza capo né coda manovrata dai soliti noti.
Le chiavi di lettura sono due: una, la distanza geografico-culturale. Man mano che ci si allontana da noi e da quei facinorosi dei centri sociali lancia-molotov e si passa da Grecia e Spagna a Turchia ed Egitto, lo sguardo sui “violenti” diventa più benevolo. Vogliono la democrazia, no?  Ma quando si arriva in un paese come il Brasile, a governo di “centrosinistra”, quindi per definizione democratico, mica come quello degli estremisti autoritari alla Chavez, Maduro, Correa, Morales, la chiave diventa la classe. Sinistrati del centrosinistra, con annesse fogliette di fico “radicali”, garanti di ogni cosa buona grazie alla pacificazione-integrazione con gli antistorici nemici  “centrodestri”, nel segno del mercato onnisciente e della libertà delle liberalizzazioni, come potevano non turbarsi alla vista di una folla incrudelita contro Dilma Rousseff, la costola di Da Silva Lula? Quella Dilma, una donna!, che, al par nostro, si era unita in matrimonio non morganatico con i “centrodestri” del tradizionale, ormai antistorico nemico del partito dell’oligarchia feudale, recuperato alla democrazia, il Partido da Social Democracia Brasileira  (PSDB).

Essendosi la nostra ex-socialdemocrazia (PCI-PD-SEL) garantita un po’ di sopravvivenza nella pacificazione nazional-napolitanesca, imboccata di pappa mafio-clericale e con le coperte rimboccate da  BCE, Wall Street e Pentagono, come poteva, essa, non schierarsi dalla parte della compagna Dilma? E come non individuare in quei milioni di violenti nelle 100 città brasiliane, un po’ ingrati, un po’ manipolati, dei pupazzetti fatti saltellare dai fili dei grandi interessi e media non sufficientemente gratificati dall’erede del sindacalista Lula? Se crolla la Dilma del grande Brasile, rischia di sgretolarsi a catena tutto una filiera di formaggi nei quali rosicchiare. La chiave di classe eccola qui. Parafrasando, cuius classis, eius religio.

Rivoluzione colorata? Sì, ma di rosso.
Per i furbetti sinistrati, per i quali la manina imperialista ogni cosa controlla e dirige, anche quella brasiliana è una “rivoluzione colorata”. In Turchia, Egitto, Paesi del Sud Mediterraneo, masse rivoltose e con ancora nebbiosi obiettivi rivoluzionari, come anche le masse nostrane narcotizzate dalla pseudosinistra, hanno di fronte  lo stesso identico nemico. E sovrapponibili quasi alla perfezione sono i contenuti delle lotte: resistenza e rovesciamento di un Nuovo Ordine Mondiale fondato sul trasferimento di ogni ricchezza dal 99 all’1%, lubrificato dal menzognificio mediatico, dall’annientamento culturale (vedi deperimento e pervertimento aziendale delle’istruzione, vedi il pacchetto lettian-berlusconiano di assunzioni solo di gente senza diploma), dallo svuotamento di democrazia e costituzione e dall’instaurazione di regimi totalitari. La premessa di tutto questo non poteva non essere, nello Stato dell’ “inside job”  dell’11 settembre e del democraticida “Patriot Act”,uno spionaggio universale per un controllo totale.
E’ dal 1945 che gli Usa spiano centri stranieri di potere politico ed economico, ma è con Bush e, di più, con Obama che, approfittando delle nuove tecnologie, il regime Usa ha impegnato il suo immane apparato di intelligence per spiare tutti, miliardi di esseri umani. Ogni operazione telefonica, telematica, bancaria, ogni spostamento, ogni contatto, ogni scelta, ogni abitudine, ogni DNA. Miliardi espropriati della propria riservatezza, identità, libertà e predisposti alla criminalizzazione come potenziale turbativa sociale e, quindi, all’annichilimento civile, quando non biologico. E poi si permettono di cianciare dei controlli della Stasi nella DDR! Non per nulla la più grande violazione dei diritti umani e civili, il più grande crimine della storia contro la libertà, l’identità, il libero arbitrio, commessi dal primo presidente afroamericano, dal liberal amico di Mandela, sono scomparsi dai media nel giro di due canti del gallo. E’ bastato a distogliere l’attenzione il matrimonio gay sancito dalla Corte Suprema Usa. Non rimane che un po’di  gossip sulla “talpa” Edward Snowden e sul suo megafono nel “Guardian”, il giornalista Greenwald. Hai visto mai che “colorati” sono pure quelli…
Del resto, quando mai i nostri media hanno indugiato su una bomba atomica come la notizia (New York Times”) che Obama, primo governante della storia, si è autoassegnato il diritto di assassinare “sospetti” in giro per il mondo e ha istituito campi di concentramento, a futura memoria, in tutti i 52 Stati dell’Unione? Questo pudore nell’occultare la svolta epocale verso Orwell 1984 lo si spiega anche con l’ultima rivelazione di Snowden: la complicità dei governi italiani che agli Usa hanno fornito i dati privati di cittadini italiani. Il che, in uno Stato di diritto, corrisponde al massimo crimine contro la nazione: alto tradimento. Peraltro, nulla di inedito in una storia che ha posto al vertice del potere un golpista pervertitore della costituzione repubblicana..
Te lo do io, il Brasile! I mazzabubù delle oligarchie neofeudali e totalitarie, prosperate sotto Lula (che tentò di tacitare la collera di esclusi e affamati con una minimalista bolsa familia che sollevò una percentuale di campesinos e sottoproletari delle favelas dall’inedia assoluta) e rese obese da Dilma, sono intervenuti a schiacciasassi su operai, studenti, donne, impiegati, precari dell’intelletto, più tardi anche campesinos. Così si conviene da noi, come ovunque (solo che “ovunque” non ci si limita alle processioni sindacali di chierici e gonzi, si fanno scioperi generali di giorni con tanto di assedio), con le apposite armi della guerra interna per blindare il trasferimento alla cima della piramide di beni e intelletti: idranti di acqua tossica e irritante, pallottole di gomma, gas CS proibito a Ginevra, pistolettate, mazzate, arresti, torture. E la stampa del monopolio transnazionale che vezzeggia i manifestanti nella speranza di un’eterogenesi dei fini a ulteriore vantaggio dell’oligarchia. E’ lo stesso trucco che rincretinì la sinistra quando si fecero passare per manutengoli dell’Impero mine vaganti come Saddam o Gheddafi.
Te lo do io, il Brasile! Provate a metterlo a confronto con i paesi del rovesciamento dell’ordine sociale e politico, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, la stessa Argentina di Cristina Kirchner. L’aumento di 10 centavos del biglietto dei trasporti sta al resto delle motivazioni dell’insurrezione come un telepass sta a un passaporto. Va bene che al ricettore di salario minimo costava ogni giorno, andare venire, un quarto delle sue entrate. Ma anche questo è la mosca su un petalo di margherita rispetto al rinoceronte piombato sul deserto delle condizioni sociali: una scuola razzista, classista, frantumata, una sanità pubblica ridotta in condizioni che neanche la filiera Berlinguer-Moratti-De Mauro-Gelmini, richieste popolari per un minimo di via di fuga dalla mattanza neoliberista ignorate, irrise, arroganza tecnocratica di una classe dirigente bipartisan, corrotta fino al midollo fin dai tempi di Lula, riforma agraria trasformata in manomorta terrateniente imposta a suon di fucilate, di espulsioni, devastazione ambientale con le monoculture tossiche delle multinazionali dell’agrobusiness: soya, olio di palma, agrocumbustibili, estinzione di intere tribù cancellate dalle megadighe. La Rousseff, precipitata nel panico, ha promesso mille cose, case, lavoro, scuole, ospedali, previdenza, terra, annunci mirabolanti che neanche Enrico Letta. Il più eclatante, sperato vincente: tutte le royalties dal nuovo petrolio a scuola e sanità. Che ridere, sono nemmeno l’8% dell’introito, il resto va all’impresa straniera (sotto Gheddafi era il contrario: 90% al paese, 10% al petroliere).
Le rivolte turche e egiziane (quest’ultima denigrata in piagnucolio da una Giuliana Sgrena, sul “manifesto”, che non si perita di dedicare una sola parola al ruolo Usa) sono innescate da una condizione di sfruttamento e oppressione che ha  per corollario anche l’enorme dispendio per un apparato militare spropositato, ora impegnato per conto Nato anche contro la libera Siria (avete notato le bandiere siriane innalzate dai rivoltosi in Turchia?) con l’invio di bande di mercenari e di armi. Così i milioni in lotta nel Brasile delle larghe intese ultracapitaliste rappresentano una risposta oggettiva alla controffensiva imperialista lanciata dagli Usa nel subcontinente dopo la scomparsa di Hugo Chavez, icona della liberazione per le masse brasiliane, come per tutti i popoli in America Latina e fuori.
 
Bergoglio, l’anti Chavez, alla restaurazione soft
A dispetto di quanti sommergono ogni pensiero razionale nell’emozione idiota per il papa del “buonasera”, “buon appetito”, “amate i poveri” (più ce ne sono e meglio stiamo), il furbetto a cui è bastato sostituire la croce d’oro con quella di ferro per farsi passare per nuovo santo d’Assisi, la nomina di Bergoglio, dettata, come quella di tutti i pontefici, dai massimi poteri della fase, rappresenta, nel continente che più cristiano non si può, la componente soft del ricupero economico-militare di un “cortile di casa” che aveva staccato gli ormeggi.
Più poveri ci sono, e a questo ci pensano i governanti latinoamericani miliziani dei Chicago Boys, e più se ne avvantaggia la collaudata alleanza imperialista Chiesa-neoliberismo. Ricordo che, trovandomi in Brasile all’avvento di Lula, i sopravvissuti alla decimazione papista della teologia della liberazione e i combattenti Sem Terra, dieci volte più rivoluzionari del PT dell’ex-sindacalista un po’ giallo, già manifestavano tutta la loro diffidenza verso un presidente dalle roboanti promesse di catarsi sociale che, sui piani fondamentali della riforma agraria, delle garanzie sociali, della salvaguardia di un ambiente dal quale dipende la vita di larga parte del mondo, non incideva minimamente sugli assetti esistenti. Poi vennero gli scandali della corruzione, le defezioni, la degenerazione di tutti i partiti alla sinistra del PT, come quel Partito Comunista che arrivò a proporre e far passare una legge che esonerava i terratenientes, ladri di terra, disboscatori ed evasori fiscali, dal pagare i propri debiti. Un degrado precipitato in totale disastro sociale con Dilma Rousseff e governatori fascistoidi e razzisti nei vari Stati, con la rivoltante esibizione cafona dei grandi eventi calcistici e olimpici e le decine di miliardi regalati alla mafia FIFA. Noi, nel nostro piccolo, concorriamo con l’Expo, il Tav, le grandi opere, gli F35..
Ma da quest’orecchio i nostri sinistrati non ci sentono. I timpani gli erano state tappati da cerone consociativo ed entrista fin dai tempi di Togliatti e del suo connubio con la “tradizione cattolica”. Lula e Dilma erano assai più rassicuranti di Chavez o Morales. Antimperialisti quanto basta, ma solidamente ancorati ai dettami economici, sociali, culturali dell’imperialismo: la modernità. La chiesa cristiana, manuale di ogni assolutismo politico e culturale, dittatura, oppressione, prevaricazione psicologica, spossessamento (il profeta Elia che, per farsi seguire sul cammino verso dio, ordina di istantaneamente lasciare aratro e buoi, il padre da seppellire, mogli e figli da salutare…), è da sempre la banda di fiati che precede le armate della conquista. Lo è stata alla grande anche col cardinale gesuita di nome Jorge Mario Bergoglio.
Bergoglio e Videla
Come tutte le gerarchie latinoamericane con tutte le dittature, il coltivatore dei poveri ha serenamente convissuto e collaborato, perfino contro i suoi confratelli gesuiti, con i cristianissimi (anche P2, massoni e opusdeisti mai troppo lontani) stragisti e torturatori argentini Videla, Massera, Galtieri, Bignone. E pure con tutti gli altri boia dell’operazione Condor, compreso Pinochet. Membro della Guardia di Ferro, emula dell’omonima squadraccia fascista rumena, amico di quel Menem che dell’Argentina s’è venduto perfino i cimiteri, nemico accanito della Kirchner, che quel paese lo ha rimesso in piedi, ha lasciato nelle grinfie degli aguzzini militari due gesuiti schierati dalla parte dei perseguitati. La sua elevazione al trono di monarca più assoluto e più antidemocratico della storia, ha indignato le Madres de Plaza de Majo, purissimo diamante della politica argentina. Da noi sono bastate alcune facezie, come il “buonasera” e qualche ciglio sollevato su Ior e pedofilia vaticana, per farne l’uomo che riscatta la Chiesa dai suoi abominii storici.
Così l’unto di Bilderberg piuttosto che del Signore, al pari del polacco predecessore incaricato della demolizione del comunismo, è scattato dai blocchi di partenza per la maratona intitolata “riconquista dell’America Latina”. Corsa partita in sinergia con l’offensiva restauratrice lanciata da Washington alla confortante notizia della morte, diciamo pure eliminazione, del bau bau Chavez.
Prima della gara decisiva c’erano state le prove libere. La sedizione dei minatori meglio pagati della Bolivia, con la pretesa di un aumento del 100% delle pensioni a scapito di tutti gli altri, capeggiata da un sindacalista fellone, già collaudato dalle precedenti dittature, e i separatismi dei reazionari di Santa Cruz, tutti schiacciati dalla risposta di massa a sostegno della rivoluzione; nel frattempo Morales ha ulteriormente bonificato il paese cacciando la DEA, Ong varie, McDonald’s e la Coca Cola. Poi il golpe fallito dei poliziotti contro Rafael Correa in Ecuador, poi felicemente confermato dal suo popolo per un nuovo mandato; Con una magnifica beffa alla Chavez, Correa ha respinto la minaccia di Washington di cancellare certi benefici doganali da 23 miliardi di dollari, rinunciandovi di suoi e offrendio tale somma ai bisognosi Usa. Ancora, la sanguinosa destabilizzazione allestita dal golpista Capriles dopo la vittoria di Maduro in Venezuela; il colpo di Stato in Honduras con i successivi quattro anni di stragi di contadini, sindacalisti, oppositori politici, per mano dei narcogovernanti rigurgitati dai brogli elettorali; le rivolte dei latifondisti argentini contro il tentativo di Cristina di tagliargli le unghie con un minimo di equità fiscale; sedizioni di organizzazioni indigene manipolate dalle Ong occidentali in tutti i paesi emancipati.
Tornando all’Honduras, la decimazione nel paese dal maggiore tasso di criminalità del continente, con il più alto numero di giornalisti ammazzati, è arrivata a toccare la più rappresentativa leader della resistenza rivoluzionaria honduregna, Bertha Cacares, coordinatrice del COPINH, (Consejo Civico de Organizaciones Populares y Endigenas de Honduraas) organizzazione di popolazioni native, afrodiscendenti, cittadini comuni, malmenata e arrestata mentre guidava le lotte degli spossessati dall’oligarchia terriera contro una megadiga, poi liberata a furor di popolo e ora in attesa di un grottesco processo. Una figura magnifica di marxista, una donna che simboleggiava il ruolo d’avanguardia delle donne in tutta l’America Latina. La sua fierezza e lucidità ideologica, che le hanno impedito di associarsi a chi, nella Resistenza, ha accettato, con il nuovo partito LIBRE, di prestarsi al perdente gioco elettorale dell’oligarchia, la potete apprezzare dall’intervista nel mio docufilm “Il ritorno del Condor”.
Alleanza del Pacifico, asse del male
Ma la mossa decisiva è stato il rilancio dell’apparato reazionario messo in piedi per rimediare alla cocente sconfitta subita nel 2005 al vertice delle Americhe di Mar del Plata, quando Hugo Chavez si trascinò dietro l’intera America Latina nell’affossamento dell’ALCA, il trattato neocoloniale di libero scambio con cui gli Usa speravano di riattivare la spoliazione del “cortile di casa”. Si chiama Alleanza del Pacifico e ripropone un’ Alca, solito “libero scambio” capestro tra materie prime sudamericane e manomorta delle multinazionali Yankee, che stavolta comprenda tutti i regimi vassalli del Cono Sud: Cile, Perù, Paraguay, Colombia, colonie centroamericane, con osservatori vari comprendenti nientemeno che il Vietnam. Si tratta non solo di opporre alle alleanze integrazioniste come Mercosur, Celac, Alba, Unasur, in cui esercitano un peso determinante i paesi emancipati a partire dal Venezuela, ma anche di rafforzare, con per asse i paesi andini e quelli della sponda pacifica opposta, Giappone, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, una militarizzazione sfrenata diretta, sia contro le nazioni asiatiche non  omologate all’espansionismo economico neoliberista, sia contro i paesi latinoamericani scioltisi dalle catene della subalternità all’Impero. Una sfida non da poco.

Fantocci Usa dell’Alleanza del Pacifico

Lo scontro, dunque, si acutizza. Non se ne avvede un popolo come il nostro, in massima parte rincoglionito da pseudosinistre e  pseudosindacati e che, nelle sue frange di residuale e malinteso marxismo-leninismo, vaneggia di classe operaia “soggetto rivoluzionario”. Ottuso provincialismo che non gli fa capire che non siamo un treno, ma solo la carrozza fatiscente di un convoglio in corsa  su binari tracciati da altri, fuori da noi. Gente che sta ai tempi che corrono come la Balilla sta all’astronave. Ma ne sono coscienti vasti settori di umanità che si sono liberati dalla subalternità intellettuale e morale e dalla costrizione della nonviolenza, che ne è il corollario fondamentale. E qui la battaglia per la difesa della Siria, dell’Iran, di tutti i centri di un ordine culturale, sociale e politico antagonista, svolge un ruolo cruciale. Per il momento possiamo rallegrarci del fatto che la fenomenale resistenza di Assad e del popolo siriano hanno ricevuto un prezioso assist dai terremoti nei due Stati canaglia Egitto e Turchia, come dal pesante sputtanamento-isolamento degli Usa in tutti i suoi comportamenti strategici.
 
Tutto il mondo sta esplodendo, dall’Angola alla Palestina, come diceva una nostra bella canzone, già consapevole del 99%. L’1% di Bergoglio, Obama, Bilderberg, con i nanetti da giardino nostrani, cerca di arginare il maremoto. Messo in crisi in Medioriente dall’oscenità del suo mercenariato cannibale, con i popoli affidati ai suoi vassalli in prolungata e determinata sollevazione, denudato nella sua natura criminale dalle rivelazioni sullo spionaggio universale, contrapposto a una Russia che rappresenta con sempre maggiore forza il rifiuto della criminalità organizzata in “comunità internazionale”, finirà con l’affidarsi alla risposta nucleare. Bisogna vedere chi arriva prima.
Una rivoltante esibizione di mercimonio mediatico mi sollecita ad aggiungere alcuni post dal blog di Grillo. E’ successo a “In Onda”, su La7, il 1. Luglio. Tale Telese e tale Concita De Gregorio hanno sollevato sul trono di un’indeffettibile onorabilità tale senatrice Gambaro, ex- Cinque Stelle, estromessa per aver fatto la sua faviata ingiuriando Beppe Grillo su Sky. A chi non fosse rintronato dal napalm lanciato sul M5S dai B-52 del PD, con “manifesto” e “Piazza Pulita” protagonisti assoluti, non poteva sfuggire di quanta ipocrisia velenosa trasudassero i tre sicofanti del sistema, coperti dall’assenza di un qualsiasi contraddittore. Ma tutta la sporcizia dell’operazione è balzata smagliante alla luce quando la sprovveduta vittima del dispotismo grillino ha esaltato la bontà degli obiettivi del governo inciucista, al quale augurava ogni successo. Pronta a raccoglierne il compenso. Era per questo, no, che i suoi elettori l’avevano votata. Tale è, dunque, il tasso di integrità delle scorie infiltratesi nel MoVimento. Motivo di più per stare con gli “epuratori”.
BEPPE GRILLO,  quando ha ragione.
L’Italia è di fronte a un baratro, ma il governo è fermo come un paracarro. Letta, dedito al gioco del Subbuteo dove il massimo rischio è la slogatura dell’indice, annuncia, annuncia, annuncia. Capitan Findus sembra la versione aggiornata e minimalista della presentatrice televisiva Mariolina Cannuli (che prego di scusarmi per l’irriverente, per lei, confronto). C’è una calma piatta, come in mare quando non vedi un gabbiano, non c’è un’onda, un refolo di vento prima della tempesta. Che aspettiamo? Siamo falliti e lo neghiamo e affossiamo le imprese con carichi insostenibili come l’aumento dell’anticipo dell’Irap, dell’Ires e dell’Irpef definiti dal ministro dell’Economia Saccomanni “Un prestito dei contribuenti che a livello individuale ha un peso molto soft”. Un peso di 2,3 miliardi di euro, soft- soft, una piuma. E’ necessaria attuare subito, entro l’autunno, un’economia di guerra. Tagliare le province, portare il tetto massimo delle pensioni a 5.000 euro, tagliare finanziamenti pubblici ai partiti e ai giornali, riportare la gestione delle concessioni pubbliche nelle mani dello Stato, a iniziare dalle autostrade, perché sia l’Erario a maturare profitti e non aziende private come Benetton o, dove questo non sia possibile, ridiscutere le condizioni, eliminare la burocrazia politica dalle partecipate dove prosperano migliaia di dirigenti, nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena, eliminare ogni grande opera inutile come la Tav in Val di Susa e l’Expo di Milano, ridurre drasticamente stipendi e benefit dei parlamentari e di ogni carica pubblica, cancellare la missione in Afghanistan, fermare l’acquisto degli F35. Si potrebbe continuare a lungo. Non c’è più tempo. Le risorse vanno destinate alla defiscalizzazione parziale delle piccole e medie imprese, all’introduzione del reddito di cittadinanza e all’abbattimento del debito pubblico. Quest’ultimo, nonostante una tassazione abnorme, cresce al ritmo di 120 miliardi all’anno. Nel 2013 dovremo collocare 400 miliardi di titoli di Stato (chi li comprerà e a che condizioni?) e intanto si discute di riforme costituzionali per il mantenimento del potere da parte dei partiti e delle lobby. Qualcuno obietterà che si vanno “a toccare” diritti acquisiti, come nel caso delle pensioni d’oro (in Italia sono 100.000 i “super-pensionati” e costano allo Stato italiano 13 miliardi di all’anno per cui vengono utilizzati i contributi pensionistici di ben 2.200.000 lavoratori). I diritti acquisiti non sono contemplati più da un pezzo per gli esodati, per i precari, per chi non prenderà mai la pensione. In un’economia di guerra i diritti acquisiti non esistono più.
 
Fabrizio Miccoli, l’attaccante del Palermo avrebbe fatto pesanti commenti scoperti attraverso le intercettazioni su Giovanni Falcone definito: “quel fango di Falcone”.L’indignazione popolare, correttamente, si è levata contro il giocatore. Persino Buffon lo ha stigmatizzato in conferenza stampa dal Brasile. Ovunque è tutto un giusto dissociarsi da Miccoli al quale, c’è da giurarlo, nessuno passerà più il pallone in campo.
Nel frattempo un signore che ha come amico il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, condannato in secondo grado a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, il quale definì eroe Vittorio Mangano il mafioso condannato in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio, assunto ad Arcore con la qualifica di stalliere. Un signore ex iscritto alla P2 con la tessera 1816, con un numero impressionante di procedimenti giudiziari, condannato in secondo grado a quattro anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni per frode fiscale. Condannato in primo grado a sette anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici per concussione e prostituzione minorile. Indagato con l’accusa di aver corrotto nel 2006, con tre milioni di euro, il senatore Sergio De Gregorio per il suo passaggio nel Pdl.
Questo signore che altrove sarebbe in fuga da tempo verso Paesi senza l’estradizione è stato “invitato a colloquio e ricevuto” dal presidente della Repubblica Napolitano. Dal Quirinale sottolineano che è stato Napolitano a prendere l’iniziativa dell’incontro e che Berlusconi ha assicurato “il netto orientamento di confermare il sostegno suo e del Pdl al governo e all’azione che è impegnato a svolgere”. E’ come se Herbert Hoover, presidente degli Stati Uniti negli anni ’30, avesse invitato Al Capone per discutere del mercato degli alcoolici. Anche Miccoli, al Quirinale, a palleggiare tra due corrazzieri! Perché Berlusconi si e lui no?
VivisezioneStopVivisection


Dobbiamo fermare questa pratica crudele sui nostri fratelli animali. Possiamo fare di meglio e ora la scienza e la tecnologia ci consentono di utilizzare procedure sensate, nuove e all’avanguardia per comprendere meglio come le sostanze chimiche tossiche incidono sulla salute umana, proteggendo al contempo i nostri fratelli animali. È uno sforzo lodevole. Jeremy Rifkin, Presidente della “Foundation on Economic Trends

“Sostenete insieme a me l’Iniziativa dei cittadini europei “Stop Vivisection”. Questa iniziativa chiede la fine di quella pratica barbara e insensata di sottoporre milioni di animali a grandi sofferenze e alla morte per testare le sostanze chimiche tossiche per l’uomo. Da anni i governi, le multinazionali e i ricercatori affermano che la sperimentazione animale per la valutazione del rischio di sostanze chimiche per la salute dell’uomo è fondamentale per assicurare il benessere della nostra specie. Ma ora i recenti progressi nel campo della genomica, della bioinformatica, dell’epigenetica e della tossicologia computazionale forniscono nuovi strumenti di ricerca molto più accurati per studiare l’impatto delle sostanze chimiche tossiche sulla salute dell’uomo. Le associazioni anti-vivisezione e le organizzazioni per i diritti degli animali sostengono questa tesi da tantissimi anni e sono state dileggiate da enti scientifici, associazioni e lobby di settore che le accusano di essere “anti-progresso” e di preoccuparsi più degli animali che delle persone. Ora, curiosamente, l’establishment scientifico è giunto alle medesime conclusioni. Alcuni anni fa, il National Research Council della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, il più importante ente scientifico d’America, ha pubblicato un ampio studio che metteva in discussione il valore dei test di tossicità ai quali milioni di animali vengono sottoposti. Secondo il rapporto, “i test attuali forniscono poche informazioni su modalità e meccanismi d’azione che sono fondamentali per comprendere le differenze interspecie nella tossicità, e poche informazioni, se non addirittura nessuna informazione, per la valutazione della variabilità e della suscettibilità umana”. In altre parole, ogni anno milioni di animali sono sottoposti a insensate sofferenze e portati alla morte, sebbene i test forniscano pochissime informazioni per la valutazione del rischio di queste sostanze chimiche per l’uomo. I test di tossicità sugli animali sono semplicemente cattiva scienza. Il rapporto della National Academy of Sciences sostiene che nuove tecnologie all’avanguardia ora offrono per la prima volta la possibilità di ottenere dati più accurati sull’esposizione al rischio chimico senza la necessità di continuare questa barbara sperimentazione chimica sui nostri fratelli animali. Gli autori del rapporto, infatti, dicono che “nel corso del tempo, la necessità di sperimentazione animale dovrebbe ridursi notevolmente e potrebbe essere persino eliminata”. Buone notizie per i nostri fratelli animali: le nuove metodologie per i test di tossicità salveranno la vita di milioni di animali e tengono fede alla promessa di salvare la vita di milioni di esseri umani. Procedure più rapide ed economiche e dati più accurati velocizzeranno la valutazione del rischio di sostanze chimiche e forniranno i mezzi per creare nuovi farmaci e operare altri interventi a tutela della nostra salute. In breve, tutti vincono: sia noi, sia i nostri fratelli animali. Con i nuovi modelli sperimentali all’avanguardia non c’è più bisogno di sottoporre milioni e milioni di animali a test disumani in laboratori di ricerca. È arrivato il momento di eliminare gradualmente la ricerca sulla vivisezione e i laboratori dell’Unione europea e di tutto il mondo. Spero che vi unirete a me e a milioni di altri cittadini europei per fermare questa pratica crudele.” Jeremy Rifkin

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