Durante i lavori presso il canale di Panama, Stanlin ordino’ 40 vagoni di “merce umana”. Per i nazisti “arbacht macht frei” (cit. Hegel).

Per i marxisti “il valore è dato dal lavoro” o, come suggerisce Engels “l’ uomo è stato creato dal lavoro” .
Per i liberal democratici “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
Per altri Fed in testa, l’ obiettivo è la “massima occupazione”.
Come è agevole notare apparentemente cambia l’ ideologia partitica, ma non il concetto di valore che resiste, ovunque, immutato.
Non si discosta nemmeno l’ affermazione secondo la quale “il valore è l’uomo”, locuzione dalla quale il corollario uomo-merce, è fin troppo scontato.
Dal peccato originale in poi si è passati dalla grazia divina, per la quale qualcosa viene concesso in modo gratuito, al debito eterno ed alla provvidenza di mercato.
Come è stato possibile?.
E’ logico dedurre che il nodo da sciogliere sia proprio la teoria del valore, accompagnato dal “senso di colpa”, ovvero quel particolare stato psicologico che ci fa sentire in debito.
Un brocardo latino recita “do ut des”, do’ affinché tu dia. La logica è quella dello scambio reciproco, del mutuo aiuto, della collaborazione, attraverso la quale l’ uomo politico raggiunge lo scopo per il quale è nato: la felicità.
La visione cambia quando una parte da’ qualcosa ricevendo, in cambio un debito. Salta subito all’occhio di chi abbia un minimo di buon senso che qualcosa stride.
Ed è fin troppo agevole comprendere come questo sia il mezzo attraverso il quale, la classe sociale dei “rentiers” , domini e spogli la collettività dei valori da essa creati, vivendo in modo parassitario. Ciò è quanto accade oggi. Le succitate teorie del valore hanno in comune proprio questo: ossia il dover dare qualcosa in cambio del debito.
E’ così che l’uomo viene derubato non solo del materiale del quale necessita per vivere ma, altresì, del benessere spirituale che spetta ad ogni essere umano. Persino Marx nella sua celebre frase definisce “il debito pubblico come il marchio dell’ era capitalistica dal quale deriva la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, il peccato contro lo Spirito Santo che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico”.
E’ l’essenza stessa della vita. La possibilità di creare una famiglia, di avere sicurezze, di poter contare sul mutuo aiuto della comunità nella quale si vive, nella dignità di rivendicare ciò che spetta di diritto e non come elemosina elargita a volere e discrezione del “sovrano”. Con la superiorità culturale una minoranza agguerrita ha concepito il denaro non come convenzione come sarebbe opportuno, ma come moneta-debito. Attraverso questa inversione di valori si è trasformato uno strumento, la moneta, nata come medium, in un fine innaturale che consente di ricavare denaro dal denaro. Nel caso della moneta-convenzione essa viene accreditata (nel senso etimologico del termine), cioè diventa creduta iniziando ad esistere da quel momento in poi. Pertanto il patto è tra i singoli membri della collettività che promettono vicendevolmente di scambiare beni e servizi prodotti. Nascendo il valore dall’accettazione degli uomini, va da sé che non può essere prestato ciò che prima di allora non esisteva. Occorre dunque ricostruire una teoria del valore veritiera, che restituisca all’uomo la dignità di essere umano e ponga fine allo sfruttamento della classe dominante. Ciò non significa concepire una società senza lavoro, ma costruirne una più giusta che riconosca ad ognuno quanto gli è dovuto, in qualiltà di essere umano. La strada che ci appare più sensata percorrere è proprio quella di partire dall’uomo. Ogni individuo su questa terra merita di vivere dignitosamente. Basterebbe il senso dell’ umana solidarietà a giustificare tale affermazione.
Ma noi andremo oltre. Ogni essere vivente: bambino, anziano , disabile crea valori per il fatto stesso di vivere. Egli ha dei bisogni: passeggino, vestiario, ausili. Ciò induce la collettività della quale fa parte a produrre i valori richiesti e quindi ricchezza. Inoltre essendo il denaro una convenzione sociale nel quale vengono inglobati i valori prodotti, appare chiaro che, accettando la convenzione, si partecipa alla creazione del valore inglobato nel denaro.
Ecco che torna la celebre frase del compianto Prof Auriti: “non esisterebbe ricchezza in un mondo di morti”.
L’ uomo non è solo materia ma è anche spirito ed, in ogni caso, mai merce. Egli è in grado di creare valori espletando la propria attività mentale all’interno della comunità, la quale ne è sempre arricchita.
Da qui si comprende l’assurdità dei proclami dei media che ripetono tutti in coro: “non ci sono soldi”, “occorre tagliare i costi”, “è necessario ridurre le pensioni”. Assodato che è l’ uomo che crea valori, è lecito chiedersi quanto ancora sia radicato l’ assioma uomo-merce, che giustificherebbe il “darwinismo sociale”. Tale per cui colui che non è ritenuto abbastanza remunerativo, in quanto merce, è considerato un peso.
Questo modo di argomentare è tipico della cultura materialistica.
“Infatti poiché è assurdo che il pensiero “si pensi”, inconsciamente il materialista in uno sbalorditivo atto di presunzione distingue sé stesso, essere pensante, dagli altri uomini, esseri pensati, ed è portato a considerare tutta la realtà obiettiva sotto il profilo della propria utilità, confondendo il significato filosofico ed astratto di economia, con quello volgare cioè: utilità con egoismo. (tratto da “teoria del valore e dell’utilità” G. Auriti)”.
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