Delle due l’una.
O i centri sociali sono spazi strappati al controllo del dominio attraverso una pratica alegale quale l’occupazione, aventi lo scopo di diffondere attraverso le varie iniziative che vi vengono organizzate il virus della rivolta e dell’autogestione della lotta; oppure sono punti di aggregazione giovanile, occupati solo per sveltire la burocrazia delle amministrazioni locali e aventi come fine quello di contenere, circoscrivere e sublimare il disagio sociale attraverso delle attività culturali e politiche. I fatti sembrano dimostrare che oggi un sempre minor numero di questi luoghi rientra nella prima ipotesi, mentre sono in molti ad aver imboccato la strada del dialogo con le istituzioni e dell’accomodamento politico.
Non è certo un caso se – dopo essere stato per anni dipinto come composto da giovani allo sbando, violenti, teppisti, drogati, filobrigatisti, chi più ne ha più ne metta – oggi il movimento dei centri sociali si sia improvvisamente scoperto al centro dell’attenzione pubblica. La manifestazione nazionale tenutasi a Roma il 25 settembre, che ha sancito il trionfale ingresso dei centri sociali nel bel mondo della sinistra istituzionale, e le tante dichiarazioni di solidarietà ricevute in questi giorni dal Leoncavallo minacciato di sgombero dalla giunta leghista, sono solo i segni più evidenti di questo nuovo corso. Ma piuttosto che pensare a come approfittare di questa situazione “favorevole” che si è venuta a creare, riteniamo sia assai più importante riflettere sui motivi che l’hanno provocata, su come sia possibile che, anche chi ci ha sempre sputato addosso, oggi si dimostri disponibile nei nostri confronti. Non farlo, sarebbe un imperdonabile errore.
Diciamolo, il punto di svolta è stato il trionfo elettorale della Lega Lombarda. Se le passate amministrazioni erano troppo occupate a riscuotere tangenti per interessarsi ai centri sociali, viceversa Bossi e i suoi sgherri hanno fatto del binomio «legge e ordine» un punto essenziale del loro programma, promettendo lo sgombero incondizionato di tutte quelle aggregazioni che in qualche misura sono nate illegalmente. Di fronte a una minaccia così reale molti hanno cominciato a temere per la sorte del proprio orto, della propria amata sede politica o culturale. Ma Bossi non è un incubo solo per i centri sociali, anche per tutta la sinistra istituzionale uscita bastonata dalle ultime elezioni. Il che spiega la nascita di una politica frontista che ha messo l’ultrasinistra al servizio della sinistra e viceversa, in un disgustoso abbraccio opportunista. Cosa non riesce a fare la politica! Quale edificante spettacolo, vedere i militanti di alcuni spazi autogestiti di Milano fare i galoppini per Dalla Chiesa, andare a discutere con il questore Serra del loro avvenire, venire difesi dal ministro degli Interni, fare le vedette televisive in penosi programmi satirici! Ma naturalmente nessuno fa nulla per nulla e, in cambio della loro buona condotta, questi bravi militanti hanno avuto la consacrazione ad attori protagonisti dello spettacolo politico, ricevendo attestati di solidarietà da parte di partiti e sindacati, da premi Oscar stipendiati da Berlusconi come Salvatores e da cabarettisti come Paolo Rossi. Persino alcuni esponenti della CGIL si sono schierati a fianco dei centri sociali! Proprio un bel successo. E dopo Milano, non è difficile intuire che sarà la volta di Roma, Napoli e di tutta l’Italia.
Chi lo sa! di fronte a cotanta élite intellettuale e culturale che si sgomita per… sostenere i giovani dei centri sociali, una nostra manifestazione di solidarietà (che in faccia a qualsiasi fatto repressivo non può certo farsi esitante) potrebbe fors’anche essere considerata un affronto, quando non una insignificante formalità.
Sia chiaro che con queste parole non vogliamo affatto aprire una polemica, né mettere in guarda degli improbabili «compagni che sbagliano». I sopravvissuti del centralismo operaista non sono nostri compagni e non ci sembra proprio che stiano sbagliando. Anzi, si comportano in maniera perfettamente coerente con la loro natura politica. Appena avuto l’osso a portata di denti, ci si sono tuffati sopra. Tutto qui.
A spingerci a prendere posizione non è dunque un irrefrenabile spirito polemico, quanto il nostro desiderio di veder soppresso quell’ecumenismo che ci sembra si stia diffondendo – secondo il quale siamo tutti fratelli, siamo tutti compagni, siamo tutti sulla stessa barca, e via discorrendo. Con tutta franchezza non vediamo motivi per sentirci compagni di chi sostiene un candidato sindaco, chiunque esso sia, di chi va in televisione, di chi chiede l’elemosina allo Stato. E poiché le assicurazioni sulla natura rivoluzionaria di questi Nuovi Sinistri non vanno più in là della demagogia spicciola («i proletari sono con noi» dicono i “leoncavallini”, sebbene dalla loro abbiano cotanti parlamentari e uomini di spettacolo), ci sembra sia giunta l’ora di suggellare, oltre alla loro corrispondenza di amorosi sensi con la grande famiglia della sinistra istituzionale, anche la loro definitiva rottura con chi si ostina a ritenersi nemico intollerante di questo mondo intollerabile.
Non che il trasformismo di questi centri sociali – eufemisticamente chiamato «apertura verso l’esterno» – ci colga di sorpresa. Ultrasinistra e sinistra hanno sempre condiviso l’analisi di questo mondo, giudicato imperfetto, pertanto entrambe basano la loro politica su un processo di miglioramento, di aggiustamento che è tipico del riformismo, più e meno blando. Sinistri e ultrasinistri si pongono l’obiettivo di sostituirsi a chi detiene il potere, di riuscire a fare ciò che le passate e presenti amministrazioni non sono state capaci di fare. Le iniziative assistenziali che vengono oggi organizzate in alcuni centri sociali sono in questo senso esemplari: trovare lavoro a chi non ce l’ha, fornire un alloggio a chi ne è privo, dare da mangiare a chi ha fame. Questi centri sociali si pongono così sul terreno dell’amministrazione dell’esistente, fungendo come centri di servizi, a metà strada fra la Caritas e l’Arci, specializzati ormai nell’autogestire la miseria.
Quanto a noi, sappiamo bene che verremo accusati di essere antiquati, massimalisti, di voler posare da “duri e puri”, e così via con tutto il rosario di insulsaggini di cui dispongono i Nuovi Servi della democrazia.
Cosa volete farci, è una questione di gusti. Noi della politica non sappiamo che farcene. Il lavoro ci disgusta e proviamo ripugnanza per gli operai che lo reclamano e per i sindacalisti che lo mercanteggiano. Per non parlare poi della democrazia, culla di ogni orrore. I nostri desideri vanno ben oltre le poche briciole che ci vengono concesse e non ci sentiremmo appagati nel finire su RaiTre. Non ci piace nemmeno la musica rap, l’ultima moda a stelle e strisce. E uno sbirro per noi resta sempre uno sbirro.
Il fatto è che quando occupiamo uno spazio, non lo facciamo «perché nessuno ci ascolta», ma con ben altre intenzioni e infischiandoci di ricercare un consenso con cui rassicurarci. Usiamo mezzi alegali non perché vi siamo costretti, ma perché non riconosciamo la legalità e quindi non ci interessa entrarvi attraverso la consueta lugubre enunciazione di diritti negati e di doveri pretesi. Se nei nostri spazi organizziamo un’iniziativa, è per portare avanti il nostro progetto, non per aggregare (cioè mettere insieme un gregge) o per dare soluzioni alternative alla noia. E poiché il nostro progetto è la distruzione dell’autorità, le nostre iniziative sono apertamente ostili a questo mondo.
Se qualcuno coglierà in questo foglio un attacco alla sua pratica o alla sua persona, questo qualcuno è sicuramente un politicante o un aspirante tale; coi compagni invece ci aspettiamo di avviare un urgente e più che mai indispensabile dibattito.
Resta il fatto che il movimento non può essere rappresentato da nessuno.
[volantino distribuito nel lontano 1993 in alcune città italiane]
Fonte: http://finimondo.org/node/1385
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