La stregoneria è molto più antica di quanto si pensi, le sue origini infatti risalgono ad epoche remotissime, più precisamente si potrebbe supporre che abbia avuto principio con la comparsa dell’uomo e dei suoi rituali di simbiosi con le forze della natura. Già presso le civilizzazioni del neolitico, esisteva un culto primordiale, in cui si venerava la luna conosciuta col nome di Grande Madre (questo spiegherebbe l’universalità del mito, presente in tutti i popoli; la Grande Madre è un simbolo archetipico dell’inconscio collettivo, è perciò non legato a ierofanie particolari ma universali) che molti secoli dopo, nel tardo medioevo, viene identificata con Diana, la regina delle streghe.
I primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di Celti intenti a venerare una figura femminile nell’atto di dare alla luce un bambino e spiegarono agli indigeni che, senza saperlo, stavano adorando un’immagine della Madonna e loro erano già cristiani.

Sul luogo sacro venne costruita una chiesa, e l’idolo pagano, trasferito al suo interno, si trasformava automaticamente in una rappresentazione cristiana; per giustificare la presenza di figurazioni mariane che, a volte, precedevano la stessa nascita di Maria, i teologi coniarono un termine “Prefigurazione della Vergine “.
Ma chi era quella figura materna venerata, con aspetti e nomi diversi, fin dai primordi dell’umanità?

Se fosse necessario dare un’unica denominazione a Iside, a Ishtar, a Venere, a Athena, a Gea, forse Grande Madre sarebbe la scelta più appropriata. Tutte queste divinità, anche se in modo diverso, rappresentano la Dea Terra, la gigantesca Madre di ogni essere vivente; sono il simbolo della natura nei suoi aspetti positivi: la fertilità, l’abbondanza dei raccolti e, negativi, le tempeste, la carestia. Per questo suo dualismo, molte antiche rappresentazioni della Dea Madre hanno il volto metà bianco e metà nero.

I luoghi di culto della Grande Madre nel nostro continente sono molteplici; le rappresentazioni della Dea si trovano quasi tutti in superficie ma, gran parte di esse, erano poste originariamente nel sottosuolo, dove la presenza delle correnti terrestri si fa maggiormente sentire. Proprio dalla Grande Madre derivano probabilmente le celebri “Vergini Nere”, le Madonne dal volto scuro venerate in tanti santuari.

Con un’operazione nota come “sincretismo”, la stessa per cui agli dèi del voodoo di Haiti sono stati associate le immagine dei Santi cattolici importate dai missionari, la Grande Madre pagana avrebbe assunto il volto di Maria, colorato però in nero, come quello delle sue prime raffigurazioni. Le immagini delle Vergini Nere contraddistinguerebbero dunque i luoghi particolarmente legati alla Dea Terra, gli stessi su cui, da sempre, gli uomini costruiscono i loro edifici sacri.

Vergini nere sono disseminate nelle chiese di tutta Europa; in Italia se ne trovano
a Cagliari, Crea del Monferrato, Crotone, Loreto, Lucca, Oropa, Pescasseroli, Rivoli, Roma, San Severo, Tindari, Venezia; in Francia addirittura novantasei. Le più famose sono quelle della cattedrale gotica di Chartres, chiamate Notre-Dame-sous-Terre e Notre-Dame-du-Pilier.
Si dice che alcuni individui particolarmente sensibili, avvicinandosi alle cappelle in cui sono collocate, provino una sensazione di mancamento: sono le correnti terrestri che, in quei punti, raggiungono il massimo della loro potenza, e che percorrono la colonna vertebrale del visitatore, non di rado provocando in lui un’improvvisa “illuminazione” mistica.
Il culto primitivo per la Grande Madre si identifica con un culto ancora più antico dedicato alla Luna, la “Dea Bianca”, a sua volta simbolo celeste della fertilità. Dei riti lunari sono rimaste tracce negli ESBAT delle streghe. In certe tavolette magiche egizie e in altri reperti archeologici di carattere astronomico ricorre il numero tredici, i mesi lunari nel corso di un anno, e questo numero è stato osteggiato dalle religioni successive, al punto che ancor oggi esso è considerato malefico emblematica è la vicenda di Gesù, circondato da dodici apostoli e tradito da Giuda, il tredicesimo.

Secondo alcuni la luna rappresentata il simbolo di Arachne, il tredicesimo segno poi cancellato dello zodiaco. Secondo invece Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, autori de ‘Il sacro Graal’, un volume dedicato al mistero di Rennes-Le-Chateau, il culto della Dea Bianca è ancora praticato segretamente; lo custodirebbero, insieme a un infinità di altri segreti, gli adepti di una società esoterica denominata “Il Priorato di Sion “.

Le Tre Madri
Le Tre Madri sono tre aspetti della stessa Dea. L’universo stesso procede secondo tre dimensioni: creazione, mantenimento e distruzione – nascita, riproduzione e morte – passato, presente e futuro.

Questi tre aspetti della Madre, conosciuta anche come il Grembo dell’Universo, costituiscono la Legge suprema che governa ogni essere, ogni esistenza. La Dea si manifesta nella Terra, nella Luna e nell’energia creatrice che risiede in ognuno di noi mostrando i tre aspetti in ogni cosa che ci circonda: nelle stagioni; primavera, estate, inverno, o nei periodi della vita; infanzia, nel periodo riproduttivo, nella vecchiaia.
Nella tradizione vedica Durga rappresenta il combattimento (la Vergine Guerriera), Laksmi rappresenta l’abbondanza (la Madre Terra) e Sarasvati rappresenta la saggezza (l’Antica che tutto conosce). Non sono diverse dalla Vergine, (le fasi lunari) dalla Madre o Sposa e dall’Anziana della tradizione magica. La Dea si manifesta nel principio femminile che genera e governa questo mondo, e lo conserva e lo distrugge in una eterna danza.
La figura delle Tre Madri nella tradizione europea si ritrova in tutte le aree, dalle tre Parche romane (Nona, Decuma e Morta) e le tre Moire greche (Cloto, Lachesi e Atropo) che reggono il destino di tutti gli uomini.
Oggi la comprensione del principio femminile della Dea è più difficile da comprendere in quanto la società moderna si è sviluppata in modo da distruggerlo, tanto quanto in passato fu elevato.

Di appartenenza romana, Diana, la dea della caccia e degli animali, era riconosciuta anche come personificazione della fertilità e del parto, era detta “la triforme”, la dea delle tre nature, ed era chiamata con tre nomi diversi: Diana celeste, terrestre, “la dea dai molti seni”, Ecate infera e infine Artemide, la casta dea selenica. In seguito i pagani tentarono di spiegare razionalmente l’esistenza di tre diverse divinità lunari osservando che la luna è il simbolo della fertilità e della femminilità e che dunque possedeva tre aspetti: piena, nuova e falciata. In questo modo Artemide era la giovinetta casta e illibita, Diana simboleggiava la madre feconda, Ecate, infine, era la donna che, dopo la menopausa, diveniva sterile, fredda e arida. Diana era anche la “signora della notte” e dei misteri che essa nasconde in se, ed è proprio nella notte che si celebra una delle più importanti ricorrenze stregonesche: il sabba (questo termine è una derivazione dell’ebraico shabat, originariamente la festa della luna piena).
Il sabba (o tregenda) era il momento in cui gli stregoni e le streghe si radunavano insieme, praticando riti magici e propiziatori, in onore della natura e dell’universo. In questi raduni susseguivano poi delle danze che si eseguivano su ritmo ipnotico, con particolari movimenti all’inverso da soli o in circolo e muovendosi verso sinistra (questa particolarità della danza in senso antiorario è considerata dalla filosofia di Aleister Crowley come pratica potentissima per invocare forze cosmiche ed elementari). Le danze terminavano in un orgia che permetteva la liberazione della parte animalesca dell’uomo che era insita in lui (non a caso si danzava vestiti spesso con pelli e teste di animali quando si partecipava a queste riunioni). Le pratiche usate nei riti sabbatici, sono anche una derivazione di quelli sciamanici, perchè entrambe mirano appunto a destare, non soltanto l’animalità nell’umanità (del passato col presente), ma anche con la divinità, infatti il sabba originale era celebrato da un mago sacerdote che assumeva una particolare forma-divina alla quale i celebranti facevano riferimento, tutto questo era indotto con la focalizzazione della volontà vera dell’individuo che faceva emergere la parte subconscia che libera il suo “genio latente”.
In Italia vi era uno dei più famosi luoghi preferiti dalle streghe per il sabba ove vi era la noce del Benevento. Si trovava a Pian della Cappella, sul fiume Sabato e per molti secoli fu venerata come pianta sacra dai longobardi di Benevento, finchè nel ‘663 il vescovo Barboto la fece sradicare. Molti erano i modi per giungere al sabba, le streghe vi si recavano materialmente o attraverso l’uscita del “corpo astrale” stimolata con appropriate tecniche psichiche e spalmandosi sul corpo fisico un composto di varie misture fra cui anche erbe particolari come la belladonna. Gli incontri erano presieduti da una presunta divinità cornuta, che si suppone sia Lucifero correlabile al pagano Pan (dal greco “tutto”) sintomatico come le traduzioni in altre lingue (in latino Omnie, in sanscrito Aum, l’indù Om, l’egiziano amoun e l’ebraico Amen), sono comunque tutte le designazioni del dio dell’abisso, del profondo del mondo sotterraneo: di qualsiasi ragione “ritrovata” e fuori dalla gamma della coscienza desta.
Le caratteristiche caprine di Pan gli hanno poi dato un’immagine negativa da parte del cristianesimo per il fatto che il rituale del “capro espiatorio”, cioè il capro che aveva in se tutti i peccati degli ebrei, lo riconducevano all’impurità e al male.Ma in realtà il “Diavolo” è il capricorno, il capro che balza sulle montagne più alte, la divinità che, se si manifesta nell’uomo fa di lui l’egopan, il tutto, quindi è l’uomo fatto dio. Il dio delle streghe è anche connesso con altri dei, come Dioniso, Herne, Cernuanos, il dio cervo delle popolazioni galliche, adorato in tutta l’Europa occidentale.
Infine Eliphas Levi, monaco mago del passato, identificava il capro del sabba con il capro divino adorato a Mender, in Egitto, cui le donne più belle della città venivano scelte perchè si accoppiassero con lui, questo è il becco di mender, chiamato anche il Baphomet di Mender.

L’Avvocato del Diavolo

Come si può distruggere il fastidioso potere anticlericale quando esso incrementa fra la popolazione? La risposta è semplice: si trasforma gli appartenenti alla cultura pagana in ministri del male. Funzionava ieri, funziona oggi. La differenza consiste nel fatto che i roghi di un tempo duravano pochi minuti, quelli di oggi tutta la vita. Contro il Demonio nulla serve, la colpa è insita nel suo nome, non servono prove, diventa inutile ogni riscontro. Satanisti di oggi, quelli di ieri, hanno per base le stesse accuse: bambini torturati nel nome del “maligno” violenze, omicidi.

Vi è sempre l’immenso potere politico vaticano mascherato da “bene” a muovere i magistrati di oggi come d’allora. Parlando dei tempi remoti, una frase del Santo Padre Papa Gregorio IV è la seguente: “Non bisogna avere alcuna pietà nel punire i maghi e le streghe!”Alla buon’ora, dico io, l’abilità nel macellare gli innocenti è eccellente in Santa Romana Chiesa. Acquazzoni con scariche di grandine erano attribuiti all’operato di streghe e maghi, lo stesso per le malattie del bestiame. Gente è finita sul rogo incolpata d’avere fatto grandinare! Le antiche danze dei pagani nella foresta, la loro simbiosi con le forze della natura, i sabba cui si recavano per riunirsi, divenire tutt’uno con la terra stessa, le streghe che cavalcavano la scopa onde rappresentare il simbolo di erezione fallica creatrice divennero il mezzo più efficace per vendicarsi del nemico.

La gente iniziò ad accusare il proprio simile di stregoneria. Per un marito cornuto la vendetta più sublime era quella di raccontare al prete del paese che la propria moglie si era alzata di notte per recarsi al sabba e la poveretta veniva arrestata, torturata fino ad ammettere le proprie colpe e a trascinare altra gente innocente nell’inchiesta. Mica la perdonavano poi! La bruciavano in piazza davanti ai fedeli.

Questo era il destino dei cristiani, non dimentichiamo che per fare esistere il loro “diavolo” si ammazzavano fra di loro, questo era il destino di maghi e streghe vere, degli erboristi, degli scienziati. Nessuna guarigione doveva essere opera degli studi scientifici, tutto doveva essere opera di Dio. I massacri degli studiosi sono dovuti al fatto che gli inventori di Dio avevano paura che la scienza lo strappasse alla gente. Andate a dare un’occhiata a qualche libro sui demoni e vedrete da soli come i vari diavoli siano le scienze stesse. Ad ogni demone qualche virtù: la matematica, la scienza bellica, l’erboristeria, la medicina ecc. Il povero Galileo Galilei era solo uno scienziato che scoprì il moto della terra attorno al sole e per quello fu oggetto di persecuzioni. Solo negli anni novanta la Chiesa ha riconosciuto che ciò che Galilei affermò riprendendo il teorema di Copernico era vero.

Il Santo Padre Papa Alessandro IV nel 1260 esordiva con le proprie dichiarazioni affermando che la stregoneria andava combattuta col ferro e il fuoco, fissando alcuni folcloristici punti:

1) Gli stregoni rinnegano Dio
2) Adorano il Diavolo
3) Gli consacrano i loro figli
4) Gli sacrificano, nel sangue, i loro figli
5) Consacrano i loro figli a Satana quando sono nel ventre materno
6) Si pongono al servizio di Satana
7) Giurano nel nome del Demonio
8) Commettono incesti
9) Uccidono e fanno bollire le loro vittime per mangiarle
10) Mangiano gli impiccati
11) Fanno morire il bestiame e bruciare i raccolti
12) Sono schiavi del Diavolo

Forse il Santo uomo non considerava che la Chiesa:

1) Rinnega gli uomini per esaltare Dio
2) Consacra i figli al culto quando essi ancora non hanno alcuna facoltà di capire
3) Uccide la gente, la massacra con la tortura, la brucia viva
4) Trasforma Dio in un Tribunale assassino
5) Non ha MAI avuto per le mani un riscontro tangibile di bambini sacrificati, di gente bollita o avanzi di essa (ciò non comporta il fatto che riti satanici con scabrosi risvolti non avvengano tutto’oggi restando sempre all’oscuro).
6) Tutte le accuse erano solo verbali e poste in atto da contadini impauriti o desiderosi di eliminare legalmente un proprio rivale.

Sabato 5 giugno 1598, a Coiriéres, la figlia Louise di Claude Maillat e Humberte di Perdy che aveva otto anni venne colpita da un male alle ossa tanto che la bambina era costretta a camminare a carponi. Il male progredì ed i genitori si convinsero che la figlioletta fosse posseduta dal Diavolo. Venne chiamato un prete al quale la bambina dovette rivelare i grandi nomi di chi la possedeva. Cosa poteva rispondere la bambina ad un prete autoritario che le chiedeva dei nomi? Rispose che era posseduta da: Gatto, Lupo, Cane e Asino. Le fu chiesto allora chi le avesse infilato dentro questi demoni e la piccola rispose col nome di un’amica di famiglia: Francoise Secrétain, detta la “Grosse Francoise” di 58 anni. Venne subito arrestata, negò in maniera assoluta ma in seguito debitamente torturata per porre fine alle sue atroci sofferenze confermò tutto, anche di avere visto Satana in una gallina. Eccitato l’Inquisitore la fece pungere con aghi in tutto il corpo onde trovare il “Signum Diabolicum” cioè il marchio di Satana, una parte del corpo insensibile al dolore che l’inquisitore doveva scovare facendola torturare in tutte le parti più intime onde stabilire quale fosse la parte insensibile. Quand’era mezza morta senza più fiato per gridare allora la parte fu trovata. Inutile dire che fu anche bruciata viva. AMEN

Danzando nella foresta di notte

Nel punto precedente si è osservato il fenomeno di demonizzazione del paganesimo riscontrato nel medioevo. Demonizzazione che, proprio per le caratteristiche naturalistiche del politeismo, ha come punto principale il rapporto uomo – natura e uomo – animale. Non per niente l’animale, nel suo significato generale di istintività e carnalità, è diventato emblema di Satana. Inoltriamoci nel particolare e vediamo come, le varie rappresentazioni demoniache, abbiano la loro origine nei culti e nei simbolismi precristiani. Mi sembra quasi d’obbligo iniziare dal serpente il quale, data la sua funzione magica è stato il simbolo che meglio di tutti ha svolto il compito di accompagnatore della donna (Eva) sul carrozzone del male. Serpente simbolo di fertilità e generazione, di astuzia e conoscenza e quindi di vita. Tutto ciò fin dalla tradizione babilonese. Emblema strettamente legato al fallo e alla penetrazione, venerato anche dai romani a fini di guarigione dalla sterilità, infatti il serpente dona ad Adamo ed Eva la conoscenza del bene e del male attraverso la scoperta della sessualità. Nei rituali dionisiaci, le baccanti si adornavano la testa di serpenti e ne trasportavano uno all’interno di una cesta, fra le tribù indiane, la lucertola era simbolo di energie non controllate dalla ragione, simbolo dunque dell’inconscio.

Un’antica setta usava addirittura addormentare un serpente e durante i loro rituali baciarlo sulla bocca al fine di mantenere in vita il suo dono di saggezza e conoscenza fra gli uomini. I significati dati dal rettile, nella tradizione stregonesca, si trovano in raffigurazioni di demoni come Asmoday, Andromalius, Botis, Aym e altri con caratteristiche simili. Non dimentichiamo inoltre il significato della bipolarità (bene – male) dato dalla più che nota lingua biforcuta di alcuni rettili tanto associata al Diavolo. Altro punto importante è la letalità di questo animale per via del veleno che esso inietta, simbolo di possessione e di una natura autonoma.

Proseguiamo con un’ altra divinità pagana che ha decisamente contribuito al tipo di rappresentazioni del demoniaco, sia all’interno che all’esterno del sabba: mi riferisco ovviamente a Pan. Chi meglio di lui può dare alla stregoneria significati selvaggi, di folli corse e di eterne danze nella foresta? Chi meglio di Pan esalta i sensi abbattendo lo spirito? Pan, divinità dalle sembianze umane e caprine, dona all’avversario una delle più comuni rappresentazioni data dagli zoccoli, dalle corna, dalla coda ecc… Elementi che nel loro insieme accomunano entrambi i personaggi nella danza e nella natura. Estrema correlazione fra l’uomo ritualmente selvaggio e l’universo delle energie demoniache.

Altri attributi stregoneschi di origine pagana sono dati dal lupo, dai ragni, dagli insetti e dai felini. Bestie che a seconda della visione delle streghe fungevano da accompagnatori magici alla riunione notturna. Il demone Bune, ad esempio, viene rappresentato come camaleonte, Amduscias come unicorno, Flauros come pantera, Andrealphus come pavone, Marchosias come lupa, Belzebub come signore delle mosche, Pazoozo come cavalletta ecc… Una visione pagana della stregoneria esce rafforzata e vera da questa rappresentazione e la sua criminalizzazione per motivi culturali è provata anche dal fatto che nel medioevo si compivano veri e propri processi agli animali, come se nelle loro “colpe” agissero con una precisa volontà distruttiva. Una volta trattato il significato dell’animale nella tradizione stregonesca, sia come emblema magico che come mezzo di trasporto, possiamo andare nello specifico di un potere che collega l’universo sciamanico a quello magico – esoterico. Mi riferisco al potere del volo che veniva associato alle streghe e che ha tanto coinvolto la filosofia degli sciamani.

Il volo, estremo legame con l’elemento aria, rappresenta a pieno la capacità in grado di elevare chi la detiene ad uno stadio superiore, in grado di sondare tutti gli spazi e quindi di portare conoscenza nel ritorno. Il simbolismo dato dalla caratteristica soprannaturale di questo potere proviene sicuramente dalla cultura indiana e molto probabilmente, a sua volta, da una cultura più primitiva che prevedeva nella pratica rituale legata al volatile un travestimento costituito da ali, becchi e code accompagnato da una danza alla cui base vi era la divinità antropomorfa mascherata da uccello avente il compito di elevare l’uomo.

Questo data la capacità che detiene il volatile di fungere da tramite fra l’essere umano e l’universo degli dei, quindi delle energie che muovono il cosmo. Nell’arte preistorica sono state riscontrate simili raffigurazioni che hanno condotto alla conclusione sull’antichissima origine del significato del volo tra gli uomini. Anche lo sciamano, per rappresentare il viaggio estatico che compiva, si vestiva da volatile, ritenuto animale magico per gli stessi motivi. In particolare era l’aquilila, simbolo di potere anche nel classicismo, l’animale privilegiato, poichè si riteneva fosse il rapace da cui discendessero tutti gli sciamani in quanto essa aveva appreso conoscenza direttamente dalla divinità. Come l’aquila lo sciamano è un intermediario tra gli uomini e gli dei e attraverso la trance e il viaggio estatico egli “vola” e al suo ritorno la tribù “guarisce” poichè egli ha aperto le porte dell’esperienza e della conoscenza e tutti coloro che partecipano della visione ne traggono beneficio. Le analogie della stregoneria con queste pratiche sono, oltre al volo, la metamorfosi e il rituale evocativo in cui la possessione è correlabile alla trance e alla ricerca della visone da parte degli uomini della medicina nelle tribù indiane.

Il volo della strega è interpretabile quindi come esperienza di uno stato estatico e visionario che la porta ad essere messaggera del divenire, a contatto con il bosco e con la notte. Elementi che ovviamente assumono significati magici la cui pratica è millenaria. Alle pratiche stregonesche è sempre stato associato il pipistrello, uccello notturno che rafforza il legame della strega con la notte, della notte con l’estraneità e dell’estraneità con il bosco; luogo in cui le leggi sociali cadono e governano il magico e il selvaggio. I volatili con la loro peculiare caratteristica hanno sempre occupato un ruolo importantissimo nella mitologia, tanto che esiste un testo persiano ”il linguaggio degli uccelli” in cui viene spiegata l’importanza di tale linguaggio a fini conoscitivi nei confronti della natura. Alla fine dei conti possiamo affermare l’origine naturalistica della stregoneria anche su questo piano rituale in cui è fondamentale una grande autonomia interiore ed esteriore data dal simbolismo del volo.
Le streghe nel medioevo, detenevano un potere rituale basato sul desiderio di evasione e sulla volontà di riconciliarsi, in un luogo selvaggio, carico di emozioni magiche e divinatorie, con il naturale che nella sua ciclicità caotica si presentava sotto forma di carne cruda in cui le baccanti trovavano Dioniso e sotto froma di altri animali, quali il serpente, il capro o il lupo in cui le streghe riscontravano fertilità ed evoluzione. Non a caso esse baciavano l’ano del caprone in cui è insito il serpente Kundalini che essendo alla base della colonna vertebrale sta a significare la base della struttura evolutiva della conoscenza che si sviluppa attraverso il rituale di fertilità a cui partecipavano sia baccanti che streghe attraverso la celebrazione di sacre orge il cui scenario era e continua ad essere la danza della materia nell’intero universo.

Il potere femminile della strega trova una delle sue massime espressioni in Lilith demone di origine babilonese carico di grandi riferimenti alla sessualità, allo scambio di energia e all’astrologia.

Antropologia culturale e pregiudizi

L’antropologia culturale non è fatta solo dagli studiosi di formazione accademica; essa è fatta anche, e soprattutto, dalla gente comune che vive, o più spesso viveva, in contesti premoderni, nei quali erano vive le tradizioni, i miti e le leggende che erano parte essenziale, anzi, che formavano il substrato stesso del tessuto sociale.
La credenza nella stregoneria è parte non secondaria delle antiche credenze popolari e praticamente tutte le comunità rurali del mondo pre-moderno possedevano un vasto insieme di racconti e di testimonianze d’ogni genere ad esse relativi. La cosa interessante è che simili tradizioni sono sopravvissute fin oltre gli inizi della modernità, specialmente negli ambienti più appartati in senso geografico, come valli alpine, isole o lande paludose; o in senso culturale, ad esempio presso comunità chiuse, come possono esserlo delle minoranze linguistiche scarsamente ingrate nel tessuto sociale più ampio.

La cultura “alta”, formata da intellettuali di professione, può anche , talvolta, scherzare con simili cose, ossia divertirsi a ricamarci sopra delle storie a effetto, rivolte a dei lettori che, non credendovi, amano tuttavia il brivido delizioso della paura; la cultura “bassa” o popolare, se pure non disdegna la dimensione fantastica e, almeno, in parte, ludica, nel senso più ampio di quest’ultimo termine (nel senso, cioè, dell’”homo ludens” di Johan Huizinga), non ama scherzarci più di tanto, perché ci crede veramente e ne ha, pertanto, una paura autentica, non salottiera.

In Africa, nei villaggi, nessuno osa scherzare sui poteri degli stregoni; e la stessa cosa si può dire per l’Asia, dalla Siberia all’Indonesia, nonché per l’America Latina: quale haitiano scherzerebbe sui poteri dei sacerdoti “voodoo” o quale indio si permetterebbe di farlo a proposito dei “brujos”del Messico, della Colombia, del Perù?
Ma nemmeno in Europa, nemmeno in Italia, si tratta di argomenti sui quali la gente comune si prenda la libertà di scherzare troppo; fino a qualche decennio fa, anzi, si può dire che la credenza nelle streghe, nelle fattucchiere, nei sortilegi, nei filtri e nel malocchio, era talmente diffusa, almeno in ambiente rurale, che, semmai, a destare stupore e disapprovazione era l’incredulità nei confronti di tali argomenti.

Ai nostri giorni questa credenza si è mimetizzata e si è resa quasi invisibile, ma in realtà sopravvive ancora ed è più forte di quel che non si creda, magari aggiornata e riveduta secondo una versione post-moderna, più adatto agli scenari metropolitani che a quelli rurali di un tempo, la quale si inscrive in una sorta di revival folkloristico della stregoneria, con tanto di libri, riviste, film, programmi televisivi e kit completo per l’apprendista stregone.

Tanto per fare un esempio, le tradizioni, le storie e i racconti popolari della vallata del Frignano, nell’Appennino Tosco-Emiliano (provincia di Modena) sono stati raccolti da Michelangelo Beneventi nel volume «Sui sentieri del passato», dal quale riportiamo un episodio relativo alla credenza popolare nelle streghe.

«… era fortemente radicata (anche nei nostri paesi) la convinzione dell’esistenza di subdoli riti di stregoneria (la presenza insomma delle streghe nostrane) avallati da fatti strani come il caso di quel marito che, preoccupato dei continui ritardi della moglie a coricarsi, nei venerdì di plenilunio, una sera pensò di spiarla da una fessura dello sconnesso pavimento di assi che divideva la camera dalla cucina. La vide mettere in un tegamino, accostato al focolare quasi spento, unna strana polverina che sprigionò un fumo verdognolo emanando un acre puzzo quasi irrespirabile e, tracciati dei segni diabolici, la sentì recitare sottovoce alcune formule magiche e incomprensibili, quindi, salita a cavallo della scopa, sparì nella larga cappa del camino!

Un altro fatto, quasi analogo, capitò ad un giovanotto che, rincasando a notte fonda e passando presso un grosso albero di noce, sentì delle risa sguaiate e un vociare suadente e vide aggirarsi sulla pianta delle ombre scure che si muovevano agili tra le fronde. Prese il coltello a serramanico e lo piantò nel tronco allontanandosi poi di qualche passo dando l’impressione di volersene andare, ma si fermò perplesso: dal vecchio albero provenivano ora dei dolorosi lamenti che lo supplicavano, per pietà, di togliere il coltello altrimenti non potevano scendere di lassù.

Tolse il coltello e se n’andò angosciato, nella notte, senza meta: aveva riconosciuto, nelle voci accorate, quelle della sorella e della fidanzata!

Ma, a parte questi episodi, forse un po’ fantasiosi, anche se non da escludere, un fatto inspiegabile e strano accadde veramente, nella notte di Natale del 1898.

A Magrignana erano convinti che, fra le donne del paese, ci fosse qualche “strega”.

Un’antica credenza popolare diceva che, se durante la messa della notte di natale, si avvolgeva la chiesa con tre giri di filo di lana, filata la stessa sera della vigilia, dopo il tramonto, se c’erano in chiesa delle streghe non sarebbero riuscite ad uscire.

Alcuni giovani pensarono di fare l’esperimento. Una ragazza filò la lana e, quando la gente era tutta in chiesa, stesero il filo tre volte attorno alle mura annodando i capi, ad altezza d’uomo, al di sopra della porta e quindi entrarono anch’essi, a Messa iniziata.

All’”Ite Missa est”, tutti uscirono, meno tre donne, sui cinquanta o sessant’anni, che, giunte presso la porta indietreggiarono inorridite e nemmeno il parroco e il sagrestano, quando, spenta l’ultima candela, s’avviarono all’uscita, riuscirono a smuovere.

Solo dopo qualche tempo, allorché un giovanotto sciolse il nodo togliendo i fili di lana, le tre donne poterono uscire e passare, tremanti di vergogna, tra la piccola folla sbigottita, che s’assiepava muta sul sagrato e nella piazza, mentre i pallidi raggi lunari ne allungavano le ombre brune sul bianco della neve.

Il fatto, raccontatomi da alcuni vecchi del passato, ma soprattutto dalla mia zia Clorinda che, allora giovinetta, era presente alla Messa di quella notte di Natale, ebbe un certo ascendente nella mia acerba fantasia.

Ricordo anche il nome di una di quelle donne, un nome particolare ed un’ombra astratta, mai vista, ma temuta; però, per delicatezza verso eventuali discendenti (anche se improbabili) lascio il seguito avvolto nel mistero.» 

Tralasciamo i due primi episodi, non tanto per una loro scarsa verosimiglianza, ma per la totale mancanza di riferimenti precisi, che lascia pensare più a dei racconti di tipo favolistico che non a un evento reale vero e proprio.

Nel terzo racconto, quello relativo alle streghe in chiesa, le circostanze sono più precise: il luogo e la data, innanzitutto; poi la presenza di numerosi testimoni, compresi il prete e il sacrestano, i quali avrebbero potuto smentirlo, se non fosse stato vero; infine la circostanza che colui che ha raccolto e messo per iscritto questa vicenda, conosceva l’identità di almeno una delle tre donne in essa coinvolte come supposte streghe.

Certo, la verosimiglianza del fatto ed anche la sua quasi certa verità oggettiva non significano che sia vera, o comunque univoca, anche l’interpretazione che ne viene data; si potrebbe ipotizzare, per esempio, che le tre anziane donne siano state trattenute sul portone della chiesa, al momento dell’uscire da messa, non già da una forza soprannaturale (o preternaturale), ma dal timore di ciò che le aspettava fuori, fosse anche soltanto la vergogna di essere giudicate dalla piccola comunità, per la quale esse erano già colpevoli, senza bisogno di prove.

In teoria, le donne non sapevano nulla del filo di lana e, pertanto, il fatto di non riuscire ad oltrepassare la soglia sembrava indicarle come colpevoli; ma siamo proprio certi che non si fossero accorte di quel trafficare all’esterno da parte dei giovanotti del paese; che non avessero colto né una parola di sospetto, né uno sguardo accusatorio, durante l’intera celebrazione?

Se si scarta l’ipotesi soprannaturale, tutto si riduce a una vicenda di sospetti, diffidenza, ignoranza e discriminazione, in una piccola comunità montana, nei confronti di tre povere donne; e si sa che, in effetti, caduto il mito roussoiano del “buon selvaggio” e della innocenza e felicità umane prima del processo di civilizzazione, nelle società tradizionali, e specialmente nelle piccole comunità fuori mano, non tutto era rose e fiori in quanto a relazioni umane; si sa che esistevano le vittime designate, i perseguitati, i derisi, gli emarginati.

Perciò si potrebbe pensare che quelle tre donne fossero finite, per una ragione o per l’altra, nel mirino dell’altrui malevolenza, e che la voce secondo la quale erano delle streghe non nasceva da altro che dall’animosità di qualche vicino con cui erano in litigio, o dalla crudele ignoranza con cui il gruppo sfogava la sua paura dell’ignoto, per esempio una serie di raccolti sfavorevoli, di morti sospette fra gli animali domestici o persino fra gli esseri umani, di eventi sfortunati che avevano colpito la comunità.

D’altra parte, sarebbe tanto sbagliato credere a tutto quel che tramandano le credenze popolari, quanto non credere a nulla; sarebbe sbagliato, negare recisamente, per esempio, che la stregoneria sia mai esistita, e che realmente vi fossero delle streghe, ossia delle donne (o eventualmente degli stregoni maschi) che praticavano la magia nera.

Se poi la magia, nera o bianca che dir si voglia, possa davvero conferire dei poteri eccezionali ai suoi seguaci, dei poteri di tipo preternaturale, questa è cosa che non riguarda lo storico, né l’antropologo sociale, ma il teologo, lo studioso di demonologia ed, eventualmente, il parapsicologo; lo storico e l’antropologo devono limitarsi a prendere atto che la credenza nelle streghe è esistita da tempi immemorabili e che se ne trovano tracce in numerosissime tradizioni popolari.

Il pregiudizio razionalista e positivista, secondo il quale solo ciò che è dimostrabile e sperimentabile scientificamente ha diritto di essere accettato come reale, relegando tra le favole e le frodi tutto il resto, ha fatto molti danni nell’antropologia culturale, così come ne ha fatti in tutti gli altri rami del sapere e della ricerca.

Non sta all’antropologia, né all’etnologia, giudicare se la credenza nelle streghe si fondi su di una realtà oggettiva, oppure no; ad essa è sufficiente che tale credenza esista, così come è suo dovere astenersi dal giudicare il contenuto scientifico, morale, religioso di essa.

L’antropologo non è un giudice, così come non deve esserlo lo storico; egli deve sforzarsi di ricostruire e interpretare la realtà, ma sempre rispettando la dimensione autonoma dei fatti studiati, i quali vanno compresi e non già assolti o condannati.

Come potrebbe colui che appartiene a un determinato paradigma culturale giudicare i contenuti di un altro paradigma; come potrebbe l’uomo moderno, o magari postmoderno, giudicare le credenze dell’uomo premoderno?

Un paradigma non può giudicare un altro paradigma, per il semplice fatto che ciascuno di essi è caratterizzato da un proprio modo di pensare, di sentire, di immaginare… [Fonte]

[Diverse fonti sono state tratte da testi sacri e siti esoterici, l’articolo in questione non rappresenta e non fornisce alcuna certezza, ovviamente, l’argomento resta ancora oggi un mistero discutibile da approfondire in ogni suo aspetto… nel bene e nel male!].
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