The Roosevelt I knew. Frances Perkins«Quando terminerò il mandato presidenziale e questa maledetta guerra sarà finita, me ne andrò con Eleanor nel Vicino Oriente per replicare il sistema della Tennessee Valley che cambierà le cose per quella regione», Frances Perkins replicò: «Ci sono tante cose che tu puoi fare qui».
«Bene – rispose Franklin Delano Roosevelt – ma non sarò Presidente per sempre, e non conosco nessuno che abbia bisogno di aiuto come le popolazioni del Vicino Oriente».

Sorvolando a bassa quota l’Arabia Saudita Franklin D. Roosevelt (di seguito FDR) rimase colpito dalla desolazione di quei terreni aridi.
L’ingegnere dell’esercito che viaggiava con lui gli spiegò: la terra è fertile ma non c’era acqua a sufficienza per irrigare i campi, anzi in verità ce n’è di acqua, ma si stima che si trovi a circa 50 piedi (15 metri) sottoterra.
Balenò in un lampo l’idea di estrarre acqua con delle buone pompe Worthington così da permettere di irrigare i campi di notte.
Alla prima occasione il presidente Roosevelt ne volle parlare di persona con il re dell’Arabia Saudita per offrire tutta la sua collaborazione.
Ma Re Ibn Saud non se ne curò: «Sono un vecchio uomo, l’agricoltura non fa per me. Forse mio nipote se ne interesserà quando andrà al potere».

– Tratto dal libro di memorie The Roosevelt I knew di Frances Perkins, ministro del lavoro degli Stati Uniti dal 1933 al maggio 1945.

In passato ci occupammo dell’Africa e del progetto Transaqua in Stragi Evitabilihttp://nobigbanks.it/2013/10/04/stragi-evitabili/ a proposito della destabilizzazione sistematica e della limitazione all’esercizio del diritto sovrano allo sviluppo economico, modalità con le quali il continente africano è tenuto in scacco, costringendo tanta povera gente a scappare dalle loro terre (chi si occuperà della sorte degli anziani, dei malati, dei portatori di handicap non è dato sapere).

Dinanzi a questo fenomeno che negli anni ha acquisito un carattere strutturale, nell’opinione pubblica degli stati europei – ed italiana in particolare – ha prevalso l’emotività ed un certo senso di colpa per le mancate politiche di promozione dell’Africa.
Il fatto è che nel discorso pubblico ancora si fatica a delineare un approccio razionale, che sgombri il campo tanto dalle posizioni xenofobe quanto da quelle all’insegna dell’Accogliamoli tutti, posizioni entrambe non soddisfacenti. Così si va preparando il brodo di coltura per un nazionalismo cieco.

Noi e gli altri: da Nord a Sud l’emergenza immigrazione – dati #SWGPoliticAPPhttp://t.co/eQcYP5nLme pic.twitter.com/9s7Ljzptxt

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L’assunto di base è che viviamo in un mondo globalizzato che ha visto il trionfo della regola aurea del liberoscambismo: la perfetta mobilità dei fattori produttivi, dei capitali, delle tecnologie, e della forza lavoro. Esse devono essere libere di attraversare i confini nazionali.
In questo il libro Accogliamoli tutti illustra bene le posizioni del pensiero della sinistra, si legge infatti: «Accogliere tutti è l’unica politica efficace in materia di immigrazione. È la soluzione più utile e produttiva per gli immigrati, ma soprattutto per gli italiani. In questo pamphlet Luigi Manconi e Valentina Brinis dimostrano, con argomenti sempre basati sulla realtà dei dati e dei fatti, che l’arrivo di donne e uomini stranieri è un’opportunità di salvezza per una società invecchiata e immobile come la nostra, per il suo dissestato sistema produttivo e il suo welfare in crisi».

Il ragionamento è utilitaristico e spregiudicato, poichè la gente in Italia va impoverendosi e la natalità è ai minimi storici, ci serve forza lavoro giovane e motivata che accetti i lavori umili e sottopagati (che gli italiani mediamente istruiti non accettano più di fare) e faccia la sua parte nel versare i contributi previdenziali per corrispondere le pensioni agli italiani, che progressivamente invecchiano.
Per tale via si accetta per immutabile l’impoverimento degli italiani, si accetta il modello Euro, che è la causa prima all’origine della distruzione del patrimonio produttivo. Come logica conseguenza l’immigrazione viene incontro alle esigenze di queste anime belle terzomondiste: accettando così il modello mercantilista gli stati periferici dell’Eurozona, che per reggere il passo degli stati forti devono praticare la deflazione salariale.
Quale modo migliore per realizzarlo, se non importare manodopera a basso costo e dalle umili richieste?
E così ragionando cadono uno dietro l’altro una serie di luoghi comuni che ammorbano il discorso pubblico, passiamoli in rassegna.

C’è carenza di manodopera in Europa e quindi ben vengano i lavoratori immigrati.
L'economia delle nazioni. ReichRaramente l’espressione “carenza di manodopera” significa che non è possibile trovare personale a qualsiasi prezzo, spiega Robert Reich nel suo L’economia delle nazioni. In effetti, sono ormai più di 26 milioni gli uomini e le donne disoccupati nell’Unione europea, di cui 19 milioni nella sola zona euro.
Il vero significato di quell’affermazione è invece un altro: non si riescono a trovare i lavoratori desiderati al prezzo che i datori di lavoro e i clienti sono disposti a pagare. Si trovano sempre persone a tempo parziale ma che vorrebbero, invece, lavorare a tempo pieno. Esiste inoltre un serbatoio di manodopera di pensionati, studenti, genitori (madri prevalentemente) disposte a lavorare a tempo parziale.
E ancora, guardando al fenomeno diffuso delle badanti straniere, esiste un gruppo di persone disposte a lavorare ma che non possiedono le necessarie specializzazioni. I datori di lavoro devono soltanto assumerli e formarli! In conclusione, il sistema più diretto per porre rimedio a una carenza di manodopera è di offrire salari migliori e addestramento.
A corollario di queste osservazioni, ecco cosa scrisse The Wall Street Journal il 2 febbraio 1990, p. A8, articolo di fondo: gli immigrati istruiti sono una “grazia redentrice” fintantoché “noi non addestriamo un numero sufficiente” di persone per farne dei prestatori di servizi interpersonali.

Noi chi?!? Industriali, gruppi economici forti.
Così si aprono le frontiere. Si privilegiano gli immigrati con buona preparazione scolastica, tanto meglio se posseggono una specializzazione. Sono di immediata utilità, e non si è sborsato nemmeno un soldo per formarli.
In questo senso possiamo affermare che le forze politiche di sinistra fanno un favore al capitale che può impiegare forza lavoro a basso costo (talvolta in nero) per avere produttività a go-go.

L’ennesima Riforma del Lavoro e la rimozione dell’articolo 18
Va nella direzione di aumentare la pressione sui cittadini italiani (nativi) sindacalizzati, ponendo sempre più in concorrenza gli uni con gli altri per mantenere il posto di lavoro.

Il pendolo della storia, come si è creato il divario nella ricchezza.
Le storiche conquiste del mondo del lavoro sono state messe in crisi dalle regole del libero mercato: delocalizzazioni, chiusure di fabbriche, riduzioni delle retribuzioni dei lavoratori hanno riconfigurato la connotazione dei rapporti commerciali tra gli stati, secondo il modello del reticolo industriale globale: la produzione standardizzata viene messa principalmente negli stati dove i salari sono bassi; l’attività di individuazione e soluzione dei problemi e d’intermediazione strategica si svolge in qualunque Paese dove esistono le necessarie risorse di inventiva e capacità creativa.
In questo modo si è affermato il cosmopolitismo industriale.
Come detto, l’attività ad alto valore aggiunto di individuazione e soluzione dei problemi viene svolta in misura sempre maggiore all’estero, di conseguenza solo una parte del flusso di profitti registrato ritorna allo stato dove ha base l’azienda.
La concorrenza globale impone la ricerca delle migliori condizioni per gli azionisti investitori e i consumatori.

Rincorrendo un modello economico basato sulla minimizzazione dei costi, si pone in crisi il mondo del lavoro.
Reich individua 3 mansioni:
1. servizi ripetitivi legati alla produzione, per le mansioni svolte dagli operai nell’azienda di produzione di massa. Con le reti globali questa categoria si trova in concorrenza
con milioni di altri lavoratori omologhi di altre nazioni. Per la bassa sindacalizzazione accompagnata da un crescente numero di accordi collettivi per congelare i salari o addirittura ridurli, questa categoria di lavoratori si è andata impoverendosi.
2. servizi interpersonali, la cui retribuzione è funzione delle ore lavorate o della quantità di lavoro eseguito, e dove non è necessaria una notevole educazione scolastica. Non sono venduti su scala mondiale perché devono essere prestati da persona a persona.
Erano protetti dalla concorrenza internazionale ma… e qui viene il bello (per modo di dire) sono sempre più soggetti alla concorrenza di coloro che un tempo svolgevano mansioni ripetitive in produzione; subiscono la concorrenza di un numero crescente di immigrati, legali e illegali, per i quali i servizi interpersonali rappresentano i lavori più accessibili; subiscono l’effetto dell’automazione (banche e casse automatiche, distributori automatici..).
3. servizi di tipo simbolico-analitico, che comprendono tutte le attività relative alla individuazione e soluzione dei problemi e alla intermediazione strategica. Non entrano nel commercio mondiale come entità standardizzate: scienziati, ingegneri, manager…
Per effetto dello stupefacente miglioramento tecnologico nelle comunicazioni e nei trasporti costituiscono gli alfieri del cosmopolitismo: sono in contatto con le reti globali di imprese, alle quali apportano il loro contributo di valore aggiunto. Per questo avvertiranno sempre meno la propria responsabilità nella società che li ospita.

La beneficenza non sempre fa bene…
The Roosevelt I knew. Frances PerkinsPer le politiche fiscali restrittive, si tagliano i finanziamenti pubblici che potrebbero aumentare la produttività di quella parte di popolazione meno favorita dalla sorte, attraverso il miglioramento della loro capacità e dei mezzi di trasporto per quelle persone e per i loro prodotti destinati al mercato.
Pertanto, riducendo le spese pubbliche per infrastrutture fisiche e per l’educazione lo stato nazionale vede peggiorare nel tempo la produttività dei suoi cittadini.
Ad aggravare ulteriormente le condizioni, si considerino le donazioni dei privati in beneficenza verso istituzioni noprofit che si occupano del loro tempo libero.
Reich cita uno studio condotto dal politologo Lester Salamoi che rileva che meno di un terzo degli enti di beneficenza degli Stati Uniti si occupa di assistere i poveri. Ciò significa che i 2/3 delle donazioni vanno a finanziare teatri d’opera, musei, orchestre sinfoniche, balletti, ospedali privati, università elitarie. Altrettanto per la filantropia aziendale.
Come a dire, se lo stato si ritira dal garantire l’universalità dei servizi, poi si creano forti differenze nella società.

A tutto ciò si aggiunge la riflessione sul ruolo del risparmio e del credito.
Con la liberalizzazione dei movimenti dei capitali, i risparmi di molte nazioni congiungono
in una enorme massa monetaria che può essere spostata da una nazione all’altra alla ricerca dei rendimenti più alti. Il risparmio non fluisce più entro i confini del sistema
industriale nazionale.

Il ruolo di una nazione nell’economia globale senza frontiere.
“E’ giusto preferire il nostro Paese a tutti gli altri, perché noi siamo figli e cittadini prima di poter essere viaggiatori e filosofi”. George Santayana, The life of Reason (1905).

Il ruolo economico di una nazione è il miglioramento del tenore di vita dei suoi cittadini, mettendoli in condizione di apportare all’economia globale un contributo di maggior valore.
Il problema è che mentre alcuni apportano un contributo di notevole valore, la maggior parte non dà alcun contributo. Se le cose seguiranno lungo questo crinale, si andrà incontro a forti tensioni. Pertanto, è giusto alimentare un sano sentimento di orgoglio nazionale per non sfociare in sciovinistico disprezzo per tutto ciò che è straniero, ma al contempo dobbiamo evitare sia un nazionalismo “a somma zero” che il suo opposto, il cosmopolitismo.

Chiariamo i concetti.
Il nazionalismo “a somma zero” è all’insegna del ‘vinciamo noi, perdono loro’. Ci si chiude a riccio, si limitano le libertà, scatenando una escalation di armamenti e di conflitti.
Mette in pericolo la prosperità economica nazionale, perché raramente i progressi economici tornano a vantaggio dei cittadini di tutte le nazioni nella stessa misura, così si frenerebbe l’interdipendenza tra economie, ostacolando i miglioramenti di creatività e istruzione.
Di converso, il cosmopolitismo laissez-faire, alla luce delle sperequazioni nel mondo, alimenta l’irresponsabilità verso lo stato nazionale. I cosmopoliti si sentono cittadini del mondo, ma proprio perchè senza forti legami territoriali non riconoscono doveri verso i loro concittadini. I cosmopoliti laissez-faire sostengono che occorre astenersi da qualsiasi intervento.
Reich indica la preferenza per un “nazionalismo economico positivo”, in cui i cittadini di ogni nazione sono i principali responsabili del miglioramento delle capacità dei loro compatrioti perché possano condurre una vita piena e produttiva, lavorando, però, in collaborazione con le altre nazioni per fare in modo che questo miglioramento non vada a
scapito altrui. Non è la posizione del cosmopolita laissez-faire perché si fonda su di un senso di finalità nazionale: si è cioè legati, sulla base di principi storici e culturali, a un comune impegno politico.
Dunque, promuove l’apprendimento nell’ambito della nazione, favorisce il passaggio della manodopera da vecchie industrie a nuove attività, migliora le infrastrutture e crea norme internazionali per realizzare con equità questi programmi.
Qui l’obiettivo è il benessere globale, anziché la promozione della prosperità di una nazione a scapito dell’altra, com’è proprio di un nazionalismo a somma zero.
La prosperità di una nazione aumenta ogni qualvolta le altre nazioni migliorano le capacità dei loro cittadini.
E per evitare che si verifichino spiegamenti a somma zero di nazioni che combattono l’una contro l’altra per attrarre lo stesso insieme di aziende globali e relative tecnologie, le nazioni dovrebbero avviare negoziati per definire le finalità e le entità adeguate di tali sovvenzioni, fissando norme di comportamento per le nazioni che cercando di attrarre investimenti.

E così torniamo al punto iniziale di questo post: l’Africa.
Col nazionalismo economico positivo si dovrebbe cercare di sviluppare le capacità della manodopera, e lo sviluppo indigeno per evitare di costringere la gente a fuggire (in un senso e nell’altro, visto che ormai che molti italiani sono tornati ad emigrare in cerca di un lavoro).

Il futuro che si prepara: l’ineluttabile caduta di certezze e benessere – dati #SWGPoliticAPPhttp://t.co/pKKo7pFRli pic.twitter.com/I828h1etaw

— PoliticAPP (@SWGpoliticAPP) October 7, 2014

Lo scriviamo pensando all’esempio storico di FDR che risollevò gli Stati Uniti oramai sull’orlo della bancarotta; per riuscirvi varò un piano di grandi investimenti nelle infrastrutture di base: acqua potabile, elettrificazione, istruzione. E con la riforma importantissima della separazione bancaria Roosevelt poté risolvere la Grande crisi del ’29 ri-orientando il sistema verso l’economia reale.

Autentico sistema americano di progresso economico Vs. liberismo anglobritannico.

Roosevelt si iscrive nella corrente dell’autentico sistema americano di progresso economico che si distingue in tutto e per tutto dalla dottrina economica del liberismo anglobritannico. Si tratta di concezioni agli antipodi e lo si osserva in modo incontrovertibile nel campo della politica verso i paesi poveri.

Roosevelt non tollerava il colonialismo dei britannici, diceva spesso a Churchill che dopo la guerra sarebbe stato necessario smantellare gli imperi coloniali europei per garantire la dignità dei popoli.

E per chi dubitasse delle sue intenzioni, si consideri che nel 1934 il presidente americano prese la decisione di restituire l’indipendenza alle Filippine e nel 1934 i marines lasciarono Haiti, tra gli altri esempi della politica del “Buon Vicinato”.
Purtroppo Roosevelt morì prima della fine della guerra, la politica USA verso i paesi poveri in seguito non fu all’altezza dei suoi piani.
Tant’è vero che sono rimasti in piedi gli imperi coloniali fino agli anni Sessanta, e l’FMI e la Banca Mondiale sono diventati strumenti di un’élite che di tutt’altro si preoccupa che della dignità dei popoli.
Ma non è finita: attualmente il cosmopolitismo liberista ha la meglio, con grandi sperequazioni di ricchezza interne ed esterne agli stati.
Gli stati nazionali sono sotto attacco di forze finanziarie che puntano a sostituirlo con la forma di governo imperiale: il pendolo della storia sembra esser tornato indietro fino al modello della Compagnia delle Indie dell’impero britannico.
Non è un caso che nel Manifesto dei valori di NoBigBanks abbiamo indicato i padri della rivoluzione americana e per l’Italia gli uomini che nel dopoguerra riuscirono a trasformare un paese allo stremo in una poderosa macchina industriale che solo la perfidia di economisti (per nulla amanti dei principi repubblicani) battezzarono come il Miracolo italiano, un’espressione infelice come a dire che si trattò di un successo che non dipendeva dalla volontà, dalle idee e capacità di quei valorosi uomini.

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