Di Fulvio Grimaldi



La propaganda sta alla democrazia, come il randello sta a uno Stato totalitario. (Noam Chomsky)

Per un fascista il problema non è mai quello di presentare la verità al pubblico, ma come utilizzare al meglio l’informazione per convincere il pubblico a dare al fascista e al suo gruppo più denaro e più potere. (Henry Wallace)

Il popolo americano è libero di fare esattamente ciò che gli si ordina. (Ward Churchill)

Inserisco stavolta una mia intervista che magari non dice granché di nuovo, ma può rinfrescare le idee.

L’impegno per finire presto il montaggio del film su Siria e guerre Usa negli ultimi vent’anni non mi permette di fare grandi chiacchiere su quanto accade tra la guerra interna contro di noi e quella esterna contro i popoli del Medio Oriente  condotte dalla stessa cupola di narcofascisti. Che siamo nella stessa bratta, affogativi dallo stesso nemico, con la vitale necessità di  urgente e indispensabile unità tra noi pensionati, contadini, ambientalisti, operai, studenti, Forconi, precari, cacciati da lavoro o casa, sventrati da destra e sinistra, addirittura rastrellati in retate, ma già un po’ forconizzati, e i libici, i siriani, gli iracheni, gli assopiti palestinesi e tanto altro Sud del mondo, che siamo alla resa dei conti finale, lo hanno capito gli Occupy dell’Occidente, compresi quei ragazzi che ieri a migliaia hanno manifestato a Londra contro le minacce e aggressioni a Siria e Iran. Su questo, invece, da noi tutto tace.

Intanto i media con l’elmetto strombazzano di rivolte armate in atto e di sanguinarie repressioni nella cinta periferia di Damasco. Può darsi. Ma dicevano le stesse cose di Damasco e Homs quando giracchiavo da quelle parti io. E tutto era calmo. Quello che invece non strombazzano sono le immagini di armi israeliane che le forze di sicurezza siriane continuano a sequestrare ai “pacifici manifestanti”, o le scene di sangue e distruzione che provocano in città gli attentati dei noti maestri del terrorismo.

Eppure per una volta il grande disordine sotto il cielo ci prospetta davvero una situazione simpatica: La feccia reazionaria e Usa-prona che domina la Lega araba, e il Qatar del tagliagole emiro Al Thani che s’è fatto vendere la presidenza temporanea della Lega dai palestinesi (bravi, eh?) sono nel marasma. Tra sabato e oggi, in preda al panico, da quella discarica di rifiuti tossici sono partite due decisioni storiche, una il contrario dell’altra. Il pupazzo a capo di questa congrega di despoti feudali, El Arabi (nomen non sempre omen), pressato dalle due dittature cripto-Nato Qatar e Arabia Saudita, ha di sua iniziativa richiamato gli osservatori dalla Siria. Mossa disperata contro il Consiglio Ministeriale della stessa Lega che, con 4 voti contro 1 (Qatar), ha convalidato la relazione della missione. e l’ha prolungata di un mese. Come già accennato nel precedente post, gli osservatori, per quanto abbiano girato il paese per 35 giorni in piena libertà, hanno confermato in massima parte la versione dei fatti da 10 mesi diffusa (e per chi volesse intender, documentata) dal governo siriano, compresa la denuncia dei gruppi armati infiltrati nel paese che sparano su folla e forze dell’ordine e compiono attentati terroristici e atrocità sui civili. E compresa anche la validità delle riforme proposte e avviate da Assad  e che i ratti hanno sistematicamente respinto.

Tutto questo fa il gioco delle primavere a noi care, che non sono solo quelle nuove, quando autentiche, ma anche quelle antiche e non sfiorite. Lo vogliamo capire, o no, che la resistenza libica, il popolo siriano e, con tutte le sue contraddizioni, l’Iran, lottano anche per noi, lottano contro l’armagheddon dei dementi cavalieri dell’apocalisse. E se sanguinano, sanguinano anche per noi. La buona educazione non insegnerebbe a ricambiare?

Pubblicato da  il 28 gennaio 2012.

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Dispacci settimanali – “Impartiality didn’t even cross our minds”: intervista a Fulvio Grimaldi

Di Fulvio Grimaldi si racconta poco, sulle pagine dei grandi quotidiani e sulle riviste patinate e nelle trasmissioni televisive che contano, perché forse ci sarebbe troppo da raccontare. La sua è una carriera sterminata che copre quasi sei decenni di storia di Italia e del mondo: è stato giornalista per la BBC, inviato del Paese Sera e di Liberazione, l’unico testimone italiano al Bloody Sunday del ’72, scrittore per Lotta Continua, documentarista incallito e sempre sul campo, allergico agli hotel e alle cronache per interposta persona, ha vinto cause per ingiusto licenziamento, ha sbattuto la porta della RAI dov’era un rispettatissimo e temutissimo corrispondente di guerra. E’ stato persino teatrante di strada con Gian Maria Volonté, compositore di canzoni rivoluzionarie, e attore per Elio Petri: suo il cameo del giornalista Patané – sguardo penetrante e folta chioma rossa – ne L’Indagine su un cittadino. Ha seguito innumerevoli conflitti: dall’Irlanda del Nord alla Palestina, dall’Iraq alle guerre in Jugoslavia. Ad un giornalista inglese che lo intervistava come rappresentante di quel giornalismo “that is passionate, that does not shy away from the graphic horror of war, and that resists the pretence of neutrality in times of barbarism”, Fulvio ha detto:
“…impartiality didn’t even cross our minds… we belonged to the running and screaming and falling and dying”.
Fulvio Grimaldi, quando hai iniziato a seguire la Libia? E perche’?
Seguo tutto il Medio Oriente dal 1967, quando Paese Sera mi mandò come inviato di guerra alla Guerra dei Sei Giorni in Palestina. La regione mi interessa perchè penso che il mondo e la società arabe siano da sempre il massimo obiettivo colonialista dell’imperialismo occidentale e abbiano reagito con le risposte più originali e valide.
Ci spieghi perché è scoppiata questa guerra?
Perché la Libia non si lasciava inserire nei progetti della globalizzazione e aveva scelto un percorso antimperialista e anticapitalista. Sembra una semplificazione ma è così. Perché aveva sviluppato una società di forte giustizia sociale, nonostante tutti siano pensino che questa sia propaganda di Gheddafi. Perché aveva sostenuto tutti i movimenti di liberazione del mondo. Perché lavorava per l’unità e l’indipendenza africana. Perché aveva petrolio e acqua. Perché ostacolava la normalizzazione coloniale della regione.
Ma perche’ e’ tutto precipitato nel 2011? Qual e’ stata la debolezza di Gheddafi? E qual e’ la differenza tra la guerra civile libica e le altre primavere arabe? 
E’ successo ora perchè la primavera araba ha fornito l’occasione per confondere le idee alla pubblica opinione, mettendo sullo stesso piano le rivolte contro satrapi servi dell’Occidente che avevano ridotto i propri popoli in rovina e il colpo di Stato dei mercenari Nato contro un paese renitente all’ordine mondiale globalizzato e che forniva un modello contagioso di giustizia sociale e indipendenza.
Che paese era la Libia di Gheddafi che hai conosciuto?
Un paese di alto livello democratico, con un processo decisionale strutturato sulla partecipazione diretta del popolo. Un paese pacifico e felice, progredito enormemente sul piano industriale e culturale. Un paese a cui l’ONU aveva riconosciuto il primato africano dell’Indice di Sviluppo Umano: emancipazione delle donne, alta aspettativa di vita, bassissima mortalità infantile, servizi pubblici gratis, casa e lavoro per tutti, due milioni di immigrati con gli stessi diritti dei cittadini.
Puoi spiegarci meglio questo passaggio sulla partecipazione diretta del popolo? 
In Libia esisteva dalla rivoluzione Al Fateh del 1977 un sistema di democrazia diretta, fondata sui comitati popolari in cui tutta la popolazione di città quartieri, luoghi di lavoro, villaggi, fabbriche partecipava al processo decisionale sulle proprie questioni. Il sistema era piramidale e arrivava al Congresso Nazionale, praticamente il governo della Jamahiriya, che proponeva le linee generali di politica nazionale e internazionale. Gheddafi non aveva nessuna carica istituzionale, solo un’enorme autorità morale, in quanto padre della patria.
Com’era l’atmosfera che si respirava nel Paese, nei giorni della Guerra civile? Vorrei essere preciso: e’ corretto chiamarla ‘guerra civile’?
Quello che ho visto nelle settimane trascorse a girare la Libia libera era un paese schierato incondizionatamente e appassionatamente per il suo leader, Gheddafi, in difesa della sua libertà, dignità, scelte sociali, combattivo, eroico per aver resistito quasi disarmato alle ventisette potenze militari più forti del mondo e ai suoi mercenari di terra. Non era certo una guerra civile quella tra alcune migliaia di integralisti islamici, terroristi Al Qaida, rinnegati della Nazione, truppe speciali Nato e del Qatar, e la stragrande maggioranza della popolazione. Era il solito colpo di Stato Nato travestito da rivolta democratica.
Se l’atmosfera era così pacifica come tu dici, perché i primi focolai di ribellione scoppiati a Bayda, Derna, Bengasi tra il 13 e il 16 Gennaio sembrano aver trovato appoggio da parte della popolazione locale? E che succede da lì fino al 15 febbraio, ‘Giorno della Rabbia’ e inizio ufficiale della guerra civile (o golpe)? Vorrei capire fino a che punto la rivolta è stata etero-diretta e quanto invece auto-diretta… 
La Nato ha immesso i suoi mercenari Al Qaida e qatarioti in una situazione, la Cirenaica, in cui storicamente esistevano espressioni di opposizione islamista e fondamentalista alla Libia laica e socialista. Ha fatto leva su queste nicchie, come su elementi che pensavano all’Occidente capitalista come a un Begodi. Nelle città da te menzionate si sono subito insediati emiri integralisti che proclamavano l’emirato islamico. Se fosse stata una guerra civile con partecipazione di massa, non ci avrebbe messo 8 mesi per rovesciare il governo e solo grazie agli stermini bombaroli Nato. I “ribelli”, pur dotati dalla Nato di ogni arma pesante, non hanno mai vinto una battaglia contro le forze lealiste. Per dire che genere di umanità fossero, bastano il linciaggio di Gheddafi, lo spaventoso pogrom contro i libici neri e la caccia al gheddafiano da bruciare vivo, smembrare e esporre.
Hai conosciuto gli italiani che in Libia vivono e lavorano? Credo che non si sappia molto su di loro…
Conosco Valentino Parlato, nato in Libia e tra i pochi giornalisti non venduti alla propaganda. Ho anche conosciuto dei voltafaccia che prima si erano approfittati  dei rapporti con la Libia e poi l’hanno pugnalata alle spalle.
Tripoli viene descritta dal Guardian come la Pyongyang del Nord Africa. Come passavi le tue giornate durante il conflitto? Che impressione hai avuto della citta’? 
Domanda un po’ curiosa a un inviato di guerra. Pyongyang è un paragone strumentale e malevolo. Penserei piuttosto a Fallujah e Jenin, altre città martiri  della Resistenza ai barbari.E anche a questa ho già risposto. Giravo, incontravo, filmavo, intervistavo. Tripoli era diventata una città urbanisticamente splendida. L’ho vista ridurre in cenere con donne e bambini disintegrati. Strano che i miei colleghi dei grandi media non l’abbiano visto. Erano lì…
Qual’era il tuo rapporto con le autorita’ civili e militari libiche? Ti sei sentito ristretto nella tua liberta’ d’azione e di comunicazione con l’estero?
Nessuna difficoltà a comunicare con l’estero. Eravamo in Stato di guerra, con spie che imperversavano travestite da giornalisti o uomini d’affari, o Ong. Qualsiasi paese pone restrizioni ai movimenti in simili condizioni. Io ero comunque libero di scegliere dove andare, con chi parlare, chi visitare, chi e cosa riprendere. Mi accompagnavano interpreti e guide. Forse erano agenti, ma non mi hanno mai impedito di scegliere i miei interlocutori e luoghi, di fare domande e ottenere risposte.
So che hai realizzato recentemente un documentario sulle rivolte medio orientali e nordafricane…
Sì, e consiglierei tutti a documentarsi meglio, fuori dalla nebbia dei media embedded, dando uno sguardo sia al mio docufilm “Maledetta Primavera”, sia al mio blog, sia alle numerose fonti attendibili presenti in rete.
Penso che non sia impossibile andare a vedere e descrivere un paese prospero, libero, dignitoso, ridotto in schiavitù dalla civiltà occidentale, dai suoi vampiri multinazionali e dai loro mercenari integralisti. Che del resto si stanno già sbranando tra di loro per il bottino, mentre la resistenza patriottica cresce di giorno in giorno. Come non riesce a vincere in Iraq o Afghanistan, l’imperialismo non riuscirà a vincere neanche in Libia. Del resto deve vedersela con rivolte di massa interne che sono stufe di perdere ospedali e scuole a vantaggio di cacciabombardieri e forze speciali.

Tutto questo ha effetti catastrofici, non tanto su di noi, imbavagliati e ottenebrati dal consenso bellico dei media, dei partiti e di quel fulmine di guerra in poltrona che è il nostrano godmansachsiano, quanto sui satrapi arabi e su chi, atlanticamente, se ne avvale come mercenariato contro quanto rimane di area mediorientale libera, decente, sovrana, umana.
Io che conosco i miei polli semiti (intendo quelli veri, non quelli surrogati), posso garantire che avrà più effetto sui popoli arabi la relazione degli osservatori (per quanto occultata dalla presidenza della Lega e neanche pubblicata in arabo, ma lì il passaparola, ora anche elettronico, funziona alla meraviglia), di mille tricche e balacche sparate dagli emiri attraverso le emittenti Al Jazira e Al Arabiya. Tutto questo, come la straordinaria compattezza e resistenza dei siriani, gioca a favore delle primavere arabe, quelle antiche e quelle nuove, purchè autentiche.

Pubblicato da PaoloMossetti il 28 gennaio 2012.
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Dispacci settimanali – “Impartiality didn’t even cross our minds”: intervista a Fulvio Grimaldi

Da Informare Per Resistere
Di Fulvio Grimaldi si racconta poco, sulle pagine dei grandi quotidiani e sulle riviste patinate e nelle trasmissioni televisive che contano, perché forse ci sarebbe troppo da raccontare. La sua è una carriera sterminata che copre quasi sei decenni di storia di Italia e del mondo: è stato giornalista per la BBC, inviato del Paese Sera e di Liberazione, l’unico testimone italiano al Bloody Sunday del ’72, scrittore per Lotta Continua, documentarista incallito e sempre sul campo, allergico agli hotel e alle cronache per interposta persona, ha vinto cause per ingiusto licenziamento, ha sbattuto la porta della RAI dov’era un rispettatissimo e temutissimo corrispondente di guerra. E’ stato persino teatrante di strada con Gian Maria Volonté, compositore di canzoni rivoluzionarie, e attore per Elio Petri: suo il cameo del giornalista Patané – sguardo penetrante e folta chioma rossa – ne L’Indagine su un cittadino. Ha seguito innumerevoli conflitti: dall’Irlanda del Nord alla Palestina, dall’Iraq alle guerre in Jugoslavia. Ad un giornalista inglese che lo intervistava come rappresentante di quel giornalismo “that is passionate, that does not shy away from the graphic horror of war, and that resists the pretence of neutrality in times of barbarism”, Fulvio ha detto:


“…impartiality didn’t even cross our minds… we belonged to the running and screaming and falling and dying”.


Fulvio Grimaldi, quando hai iniziato a seguire la Libia? E perche’?

Seguo tutto il Medio Oriente dal 1967, quando Paese Sera mi mandò come inviato di guerra alla Guerra dei Sei Giorni in Palestina. La regione mi interessa perchè penso che il mondo e la società arabe siano da sempre il massimo obiettivo colonialista dell’imperialismo occidentale e abbiano reagito con le risposte più originali e valide.


Ci spieghi perché è scoppiata questa guerra?

Perché la Libia non si lasciava inserire nei progetti della globalizzazione e aveva scelto un percorso antimperialista e anticapitalista. Sembra una semplificazione ma è così. Perché aveva sviluppato una società di forte giustizia sociale, nonostante tutti siano pensino che questa sia propaganda di Gheddafi. Perché aveva sostenuto tutti i movimenti di liberazione del mondo. Perché lavorava per l’unità e l’indipendenza africana. Perché aveva petrolio e acqua. Perché ostacolava la normalizzazione coloniale della regione.

Ma perche’ e’ tutto precipitato nel 2011? Qual e’ stata la debolezza di Gheddafi? E qual e’ la differenza tra la guerra civile libica e le altre primavere arabe? 

E’ successo ora perchè la primavera araba ha fornito l’occasione per confondere le idee alla pubblica opinione, mettendo sullo stesso piano le rivolte contro satrapi servi dell’Occidente che avevano ridotto i propri popoli in rovina e il colpo di Stato dei mercenari Nato contro un paese renitente all’ordine mondiale globalizzato e che forniva un modello contagioso di giustizia sociale e indipendenza.


Che paese era la Libia di Gheddafi che hai conosciuto?

Un paese di alto livello democratico, con un processo decisionale strutturato sulla partecipazione diretta del popolo. Un paese pacifico e felice, progredito enormemente sul piano industriale e culturale. Un paese a cui l’ONU aveva riconosciuto il primato africano dell’Indice di Sviluppo Umano: emancipazione delle donne, alta aspettativa di vita, bassissima mortalità infantile, servizi pubblici gratis, casa e lavoro per tutti, due milioni di immigrati con gli stessi diritti dei cittadini.

Puoi spiegarci meglio questo passaggio sulla partecipazione diretta del popolo? 

In Libia esisteva dalla rivoluzione Al Fateh del 1977 un sistema di democrazia diretta, fondata sui comitati popolari in cui tutta la popolazione di città quartieri, luoghi di lavoro, villaggi, fabbriche partecipava al processo decisionale sulle proprie questioni. Il sistema era piramidale e arrivava al Congresso Nazionale, praticamente il governo della Jamahiriya, che proponeva le linee generali di politica nazionale e internazionale. Gheddafi non aveva nessuna carica istituzionale, solo un’enorme autorità morale, in quanto padre della patria.

Com’era l’atmosfera che si respirava nel Paese, nei giorni della Guerra civile? Vorrei essere preciso: e’ corretto chiamarla ‘guerra civile’?

Quello che ho visto nelle settimane trascorse a girare la Libia libera era un paese schierato incondizionatamente e appassionatamente per il suo leader, Gheddafi, in difesa della sua libertà, dignità, scelte sociali, combattivo, eroico per aver resistito quasi disarmato alle ventisette potenze militari più forti del mondo e ai suoi mercenari di terra. Non era certo una guerra civile quella tra alcune migliaia di integralisti islamici, terroristi Al Qaida, rinnegati della Nazione, truppe speciali Nato e del Qatar, e la stragrande maggioranza della popolazione. Era il solito colpo di Stato Nato travestito da rivolta democratica.


Se l’atmosfera era così pacifica come tu dici, perché i primi focolai di ribellione scoppiati a Bayda, Derna, Bengasi tra il 13 e il 16 Gennaio sembrano aver trovato appoggio da parte della popolazione locale? E che succede da lì fino al 15 febbraio, ‘Giorno della Rabbia’ e inizio ufficiale della guerra civile (o golpe)? Vorrei capire fino a che punto la rivolta è stata etero-diretta e quanto invece auto-diretta… 

La Nato ha immesso i suoi mercenari Al Qaida e qatarioti in una situazione, la Cirenaica, in cui storicamente esistevano espressioni di opposizione islamista e fondamentalista alla Libia laica e socialista. Ha fatto leva su queste nicchie, come su elementi che pensavano all’Occidente capitalista come a un Begodi. Nelle città da te menzionate si sono subito insediati emiri integralisti che proclamavano l’emirato islamico. Se fosse stata una guerra civile con partecipazione di massa, non ci avrebbe messo 8 mesi per rovesciare il governo e solo grazie agli stermini bombaroli Nato. I “ribelli”, pur dotati dalla Nato di ogni arma pesante, non hanno mai vinto una battaglia contro le forze lealiste. Per dire che genere di umanità fossero, bastano il linciaggio di Gheddafi, lo spaventoso pogrom contro i libici neri e la caccia al gheddafiano da bruciare vivo, smembrare e esporre.

Hai conosciuto gli italiani che in Libia vivono e lavorano? Credo che non si sappia molto su di loro…

Conosco Valentino Parlato, nato in Libia e tra i pochi giornalisti non venduti alla propaganda. Ho anche conosciuto dei voltafaccia che prima si erano approfittati dei rapporti con la Libia e poi l’hanno pugnalata alle spalle.

Tripoli viene descritta dal Guardian come la Pyongyang del Nord Africa. Come passavi le tue giornate durante il conflitto? Che impressione hai avuto della citta’? 

Domanda un po’ curiosa a un inviato di guerra. Pyongyang è un paragone strumentale e malevolo. Penserei piuttosto a Fallujah e Jenin, altre città martiri della Resistenza ai barbari.E anche a questa ho già risposto. Giravo, incontravo, filmavo, intervistavo. Tripoli era diventata una città urbanisticamente splendida. L’ho vista ridurre in cenere con donne e bambini disintegrati. Strano che i miei colleghi dei grandi media non l’abbiano visto. Erano lì…

Qual’era il tuo rapporto con le autorita’ civili e militari libiche? Ti sei sentito ristretto nella tua liberta’ d’azione e di comunicazione con l’estero?

Nessuna difficoltà a comunicare con l’estero. Eravamo in Stato di guerra, con spie che imperversavano travestite da giornalisti o uomini d’affari, o Ong. Qualsiasi paese pone restrizioni ai movimenti in simili condizioni. Io ero comunque libero di scegliere dove andare, con chi parlare, chi visitare, chi e cosa riprendere. Mi accompagnavano interpreti e guide. Forse erano agenti, ma non mi hanno mai impedito di scegliere i miei interlocutori e luoghi, di fare domande e ottenere risposte.

So che hai realizzato recentemente un documentario sulle rivolte medio orientali e nordafricane…

Sì, e consiglierei tutti a documentarsi meglio, fuori dalla nebbia dei media embedded, dando uno sguardo sia al mio docufilm “Maledetta Primavera”, sia al mio blog, sia alle numerose fonti attendibili presenti in rete.

Penso che non sia impossibile andare a vedere e descrivere un paese prospero, libero, dignitoso, ridotto in schiavitù dalla civiltà occidentale, dai suoi vampiri multinazionali e dai loro mercenari integralisti. Che del resto si stanno già sbranando tra di loro per il bottino, mentre la resistenza patriottica cresce di giorno in giorno. Come non riesce a vincere in Iraq o Afghanistan, l’imperialismo non riuscirà a vincere neanche in Libia. Del resto deve vedersela con rivolte di massa interne che sono stufe di perdere ospedali e scuole a vantaggio di cacciabombardieri e forze speciali.

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