Di Intempestivi

Sono passati undici anni esatti dal G8 di Genova. Da quando ci siamo entusiasmati per le migliaia e migliaia di ribelli che hanno attaccato in massa il Capitale, e per alcuni giorni hanno fatto davvero paura, dimostrando per una volta che, anche in un appuntamento fissato dal nemico, agendo con fantasia i suoi piani potevano essere messi a soqquadro, nella città più militarizzata del mondo.
Si era in tanti in quelle strade, a passare da una carica della polizia all’esproprio di un ipermercato, dall’incendio di una banca alla distribuzione – alla gente dei quartieri più proletari – dei generi alimentari espropriati qualche ora prima, all’assalto in massa al luogo più infame per antonomasia: il carcere di Marassi. La rabbia veniva incanalata verso gli obiettivi più abietti, e lasciava spazio alla gioia della “distruzione creatrice”, l’adrenalina permetteva di superare i propri limiti. Per contro, l’omicidio di un compagno, la mattanza ritorsiva e alcuni arresti macchiavano quei giorni di entusiasmo. Un entusiasmo proseguito oltre i giorni del G8 di Genova, almeno fino a quando l’attacco alle Torri Gemelle di New York non ha spostato l’attenzione, da quei fatti e dal velo della pace sociale squarciata all’improvviso Attenzione che, però, non si voleva distogliere dai compagni arrestati in quei giorni, i quali, con roboanti dichiarazioni di principio, non si volevano lasciare soli a pagare il prezzo della rivolta generalizzata. Purtroppo i fatti hanno smentito i principî.
Dopo le pesanti condanne di primo grado, il movimento anarchico non ha saputo reagire in maniera decisa e molteplice. Anziché attaccare in maniera diffusa, per dimostrare al nemico che colpire un compagno significa colpirli tutti, e tutti assieme si reagisce, ognuno nelle forme che gli sono più congeniali, abbiamo incassato a bocca quasi chiusa e braccia quasi ferme. Un ottimo successo per la repressione, che non a caso in appello ha rincarato la dose e raddrizzato la mira, inasprendo le condanne a carico dei pochi compagni brutti, sporchi e cattivi su cui è riuscito a mettere le grinfie, con conseguente, scontata assoluzione di coloro che, pur presenti in strada in quei giorni, erano collusi col potere e potevano vantare di essere amici degli amici, ovvero quei “movimenti” che, con politici e forze dell’ordine, collaboravano e stringevano accordi. L’assordante silenzio che anche in questo caso ha fatto seguito, non poteva che portare all’ovvio epilogo della conferma di condanne durissime in Cassazione, e non poteva certo essere il mormorio che si è levato a pochi giorni dalla sentenza a cambiare le cose.
Com’è possibile che l’entusiasmo di migliaia di compagni presenti a Genova, si trasformi in apatia o indifferenza quando la repressione fa il suo corso? Com’è possibile che la promessa urlata di non lasciare soli i compagni contro cui si sfogava la vendetta statale, sia così ampiamente disattesa? Dobbiamo rassegnarci al fatto che, nel corso di una lotta qualunque, alla fine le conseguenze e la repressione debbano pesare solo su coloro che vengono identificati, e gli anni di carcere e la latitanza siano solo problemi loro? È possibile che la fiaccola dell’anarchia non sia più capace di incendiare le banche, come in quei giorni torridi, ma neanche di riscaldare i cuori dei ribelli?
Il processo per i fatti di Genova del luglio 2001 pare essere l’ennesimo punto di svolta (di non ritorno?) messo a segno dallo Stato e dal suo apparato repressivo. Al primo tentativo ha affibbiato pesanti condanne con l’accusa di “devastazione e saccheggio”, sondando il terreno; essendo conseguito l’immobilismo dei suoi oppositori, ha potuto procedere con un incremento della vendetta statale.
Su un altro fronte, le carcerazioni preventive eseguite con l’accusa di associazione sovversiva passano sempre più spesso, e si abbassa sempre più l’atto di “illegalità” che spalanca le porte del carcere: basta appendere uno striscione di solidarietà o tradurre documenti  rivendicativi. Le condanne fanno seguito. Anche qui basta poco: è sufficiente una scritta murale, inserita in un più ampio contesto di lotta, per avere Diritto a qualche anno di carcere.
Chiusi nell’angolo, con i colpi che piovono da ogni dove, restano poche vie d’uscita. O si getta la spugna, o si reagisce con colpi che l’avversario non si aspetta. La spugna, però, è solo l’allenatore a poterla gettare. Per chi non lo ha, non l’ha mai avuto né lo desidera, resta praticabile solo la seconda ipotesi.

[19/07/2012]

Fonte: http://finimondo.org/node/895

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