Di Andrea Carancini

Questo è Paolo Gentiloni, il soporifero ministro delle Comunicazioni dell’ultimo governo Prodi, quel governo che, pur non proprio indimenticabile, è stato autore di due decisioni che pesano ancora oggi:
    1. La decisione di autorizzare la base americana del Dal Molin[1];
  1. La decisione di opporsi, fino al punto di farsi rappresentare in giudizio dall’avvocato dello Stato, al (sacrosanto) ricorso dell’imprenditore televisivo Francesco Di Stefano alla Corte di Giustizia Europea (per vedersi riconosciuto il diritto a trasmettere con le frequenze abusivamente occupate da Rete 4)[2].
Francesco Di Stefano

Quel Paolo Gentiloni che all’epoca, nonostante la fama di liberal, nella proposta di riforma del sistema radiotelevisivo da lui presentata non si degnò neppure di menzionare Europa 7, la tv di Di Stefano[3].

E allora, dirà qualcuno? Che c’era da aspettarsi da Gentiloni, uno che nel corso della sua  carriera ha fatto persino il portavoce del sindaco di Roma Rutelli[4], il Cicciobello del potere[5]?
Eppure – lo credereste? – trent’anni fa, o giù di lì, Paolo Gentiloni era un bravo giornalista d’inchiesta.
Non solo (a partire dal 1984) diresse una rivista seria (il mensile La Nuova Ecologia) ma, udite udite, nel 1980 fu co-autore – insieme ad Alberto Spampinato e ad Agostino Spataro – di un ottimo volumetto, MISSILI E MAFIA – La Sicilia dopo Comiso[6] (con pregevole prefazione di un Achille Occhetto non ancora fulminato sulla via della Bolognina[7]), decisamente pionieristico nell’indagare quello che è il vero Quarto Livello della mafia(che non è quello cui si riferisce l’omonimo libro[8] del pur valido cronista Maurizio Torrealta, ma il rapporto che si instaura sul territorio tra le basi NATO e la criminalità mafiosa – il livello tabù, quello che i numerosi professionisti dell’anti-mafia non nominano mai).
Da giornalista anti-mafia d’avanguardia a garante, da ministro, della pax televisiva (mafiosa) tra il centro-sinistra e il centro-destra: decisamente, il faccione perennemente insonnolito di Gentiloni è emblematico di una parabola non solo personale (sarebbe ingiusto puntare il dito solo su di lui che almeno, a differenza di certi suoi coetanei – penso innanzitutto a Chicco Testa – ha conservato un po’ di garbo) ma di un’intera generazione.
Eccolo, il declino dell’Italia degli ultimi 30 anni. L’unica carriera politica consentita dal sistema è quella che rientra nella definizione che una volta diede del proprio percorso Vittorio Sgarbi: una fondamentale rinuncia alle grandi ambizioni.
Quattro amici al bar[9]: eccolo, il vero inno nazionale dell’Italia!

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