Perché il lavoro in Italia produce meno che negli altri Paesi sviluppati? La risposta va ricercata nell’arretratezza del settore pubblico, ma anche di quello privato, a livello di tecnologia e innovazione. Non si torna a crescere continuando a usare la zappa quando tutti gli altri hanno il trattore da un decennio.

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La produttività del lavoro è il motore nascosto di ogni economia, e la più basilare misura di efficienza del lavoro umano, da tempi immemorabili. Intuitivamente, il prodotto ricavabile da un’ora di lavoro è, infatti, il principale indicatore di quanto i mezzi e i fattori di produzione siano ben utilizzati.

Abbiamo descritto in altre occasioni, su Strade, la lunga avventura che ha portato la produttività del lavoro dai bassissimi livelli preindustriali a quelli attuali. Un nuovo sforzo analitico è ora necessario per comprendere le differenze esistenti attualmente fra Paesi sviluppati, come l’Italia, nei livelli di produttività, nonché per districarsi tra i fattori che ne determinano la dinamica.

Che l’Italia sia il grande malato internazionale di scarsa produttività è ben sintetizzato dal primo grafico, che mostra il livello di prodotto italiano per ora lavorata, aggiustato per la parità di potere di acquisto, in percentuale delle altre grandi economie europee continentali, Francia, Germania e Spagna, e del leader tecnologico globale, gli Stati Uniti d’America.

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Dal grafico si evince che, negli anni ’70, la produttività del lavoro italiana, in livello, era non dissimile da quella tedesca e francese (percentuale rappresentata vicina al 100%), un 30% più alta di quella spagnola (percentuale di più del 120%), e si situava attorno al 75% di quella statunitense. Nei vent’anni successivi, la dinamica del prodotto orario è stata uguale a quella dei maggiori partner dell’Unione Europea, come evidenziato dalla curva piatta, e addirittura superiore a quella degli USA, in un processo di catch-up che ha portato i paesi europei a livelli simili a quelli statunitensi alla fine degli anni ‘80. Da lì in poi è iniziata un’ininterrotta picchiata che ha interessato principalmente il nostro Paese, passato da un livello pari al 96% di quello degli USA nel 1989 al 75% nel 2014, ultimo anno disponibile nei dati Ocse. Una differenza di venti punti percentuali è un’enormità. Nel frattempo anche la Spagna, Paese che di certo non ha mai brillato per produttività del lavoro, ci ha sostanzialmente raggiunto. Un’ora di lavoro spagnolo rende oggi come un’ora di quello italiano.

La teoria economica è chiara nell’indicare i fattori alla base dell’aumento della produttività del lavoro: gli investimenti in capitale umano e conoscenza, il risparmio e i successivi investimenti in capitale fisso, il progresso tecnologico e organizzativo. È dunque necessario uno sguardo all’insieme di questi fattori, per comprendere la débâcle appena descritta. Partiamo dal primo, che è anche intuitivamente il più semplice da comprendere: è chiaro infatti che la qualità di ogni ora lavorata è elemento fondamentale per aumentare ciò che è producibile dall’input lavoro. Il grafico 2 mostra la proporzione di laureati nella popolazione di età 25-64. L’Italia, già situata a livelli piuttosto bassi all’inizio degli anni 2000, mostra una fatica titanica nel chiudere il gap di conoscenza – qui rappresentata, sia pur in maniera imperfetta, dal titolo di studio posseduto – rispetto alle altri grandi economie. Nel 2014, la nostra quota di laureati era pari al 17% della popolazione di riferimento, contro il 32% della Francia, il 27% della Germania e il 44% degli Stati Uniti. Un gap secco, che sbarra la strada a produzioni di più altro valore aggiunto, con ovvie ricadute negative sul prodotto orario.

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Passando a valutare più criticamente la qualità dell’insegnamento, le cose, in sostanza, non migliorano. Il grafico 3 mostra il punteggio ottenuto da un campione rappresentativo della popolazione dei paesi menzionati, in una scala psicometrica della comprensione del testo e dell’utilizzo della matematica. Dai dati, si nota che i giovani italiani di età compresa fra i 16 e i 24 anni sono certamente molto più preparati dei loro padri o nonni, ma restano tuttora meno competenti dei loro coetanei francesi, tedeschi e americani. Anche in prospettiva, dunque, c’è poco da ridere, se l’obiettivo è irrobustire le competenze della nostra forza lavoro. Con gli investimenti in istruzione terziaria da anni al palo, e una struttura scolastica superiore che spreca risorse in processi decisionali, per usare un eufemismo, subottimali, non si vede come la qualità del lavoro italiano possa, nel prossimo futuro, aumentare sensibilmente.

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La seconda componente fondamentale nello spiegare la crescita della produttività del lavoro è il risparmio e l’investimento in capitale fisico. Intuitivamente, lavorare un’ora con una zappa o un’ora con un trattore, qualora esso fosse già incluso nell’insieme delle tecnologie disponibili, non dà certo lo stesso risultato. Ciò che in letteratura economica è chiamato “capital deepening”, ovvero la crescita della quantità di capitale per lavoratore, è infatti un altro driver fondamentale della crescita del prodotto orario. Il grafico 4 mostra la crescita dell’input capitale, misurato dall’Ocse normalmente come “servizio reso dal capitale”, scomposto nelle due categorie principali: capitale ICT, ovvero tutte le apparecchiature tecnologiche legate alla computeristica e alla comunicazione, e capitale non-ICT, ovvero, per usare un termine al passo coi tempi, 1.0: macchinari, costruzioni, e via discorrendo.

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Dal grafico si evince che anche l’accumulazione capitalistica, nel nostro Paese, è lontana dall’essere ottimale. Nel periodo che va dal 1995 al 2014, i capital servicesICT sono cresciuti meno che nelle altre economie avanzate, e anche l’accumulazione di capitale fisso non-ICT non ha brillato particolarmente. Le cose si sono aggravate durante l’ultimo lungo periodo di crisi, iniziato dal 2008. È storia recente, ben riportata nei principali giornali economici; l’insoddisfacente crescita attuale è causata principalmente da una mancanza cronica d’investimenti. Il grafico non fa che rafforzare questo fatto noto: dal 2007 il tasso di crescita dei servizi del capitale fisso è in pratica nullo in Italia, molto basso anche nelle altre maggiori economie. La nostra distanza in investimenti ICT è rimasta la stessa, in un contesto generale di scarso dinamismo. Anche in questo caso, nulla di cui gioire, in prospettiva futura: senza massicci investimenti, anche la produttività del lavoro non potrà che risentirne. Fra agende digitali e promesse d’investimenti massici in fibra e altro capitale ICT, altri ritardi si accumulano, e pesano nella mancata crescita italiana.

Infine, la nota più dolente: l’innovazione. È abbastanza chiaro come l’innovazione tecnologica sia alla base della crescita della produttività del lavoro. Nuove tecniche, nuovi contesti organizzativi d’impresa, sono fondamentali per aumentare il prodotto potenziale di ogni singola ora lavorata. Chi scrive avrebbe forse impiegato il triplo del tempo, per completare questa analisi, se avesse dovuto utilizzare una macchina da scrivere anziché un computer. Probabilmente nessuno dei grafici di questo articolo sarebbe potuto essere presentato, a costi ridotti e accessibili al ricercatore medio, nel 1950.

È l’innovazione che permette di creare e produrre, a parità di input, un maggiore output, o di aumentarne la qualità. Nella pratica empirica è praticamente impossibile misurare con esattezza una “variabile nascosta” come l’innovazione. L’apparato teorico, da Solow in avanti, si è accontento di misurarla come un residuo di una regressione che metta in relazione la crescita dell’output a quella degli input, corretti per la crescita della loro qualità intrinseca. Il grafico 5 mostra la misura della produttività multi-fattoriale, come definita dall’Ocse, in diversi sotto-periodi.

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L’Italia, purtroppo, ha sperimentato una crescita negativa media annuale in tutto il periodo considerato. Dal 1995 a oggi la decrescita media della TFP è stata pari allo 0.2%, mentre Francia, Germania e Stati Uniti hanno registrato tassi di crescita annuali pari, rispettivamente, allo 0.6, 0.8 e 1%. Si conferma ciò che è noto a tutti. I paesi europei, Germania esclusa, fanno fatica a tenere il passo dell’innovatore globale americano, mentre l’Italia sprofonda. Addirittura, dall’inizio della crisi la TFP è decresciuta in media dello 0.6% annuale, caso unico nel panorama dei paesi sviluppati! Non si vede come, in assenza di innovazione, la produttività del lavoro possa finalmente tornare a crescere in modo sostanzioso, robusto e continuativo.

È la ricetta per la decrescita infelice, ci si consenta l’ironia, che di tanto in tanto si affaccia nei nostri giornali, quasi come rassegnazione. Per chi, invece, crede che le cose possano cambiare, che il futuro non sia necessariamente già scritto, non resta che la buona volontà nel mettere in atto tutti gli sforzi riformisti necessari nelle aree qui citate: capitale umano e competenze, investimenti, innovazione tecnologica e organizzativa. Se l’Italia arranca su tutti i fronti, è per la mancanza di riforme incisive e investimenti proficui e mirati, pubblici ma soprattutto privati.

Non vogliamo né possiamo piegarci a chi afferma che le riforme strutturali che interessano scuola e ricerca, contrattazione collettiva, concorrenza, fisco, ambiente regolatorio, siano solo specchi per le allodole, irrilevanti quando si tratta di risollevare la produttività del lavoro italiana. La teoria economica e le evidenze empiriche qui mostrate sono il più potente antidoto alla paralisi implicita nelle analisi tutte incentrate su deficit, moneta e altre soluzioni di breve respiro. Il declino si combatte, ammesso che combatterlo si voglia, solo con un lavoro più produttivo.

Fonte: Strade online

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