Interessante articolo del Telegraph – dove si ragiona sugli squilibri profondi della zona euro, e sulla maniera più indolore di risolverli…
18 giugno 2011
Immagina di essere a capo dell’Europa, e di dover rispondere a una domanda specifica. L’unico modo possibile di salvare la moneta unica è di espellere un paese dalla zona euro. Allora, chi dovrà essere?
Questo fine settimana si potrebbe essere tentati di dire la Grecia, per ragioni comprensibili. Non solo è quasi certamente in default, ma è stata una costante spina nel fianco della moneta unica – spende troppo, risparmia troppo poco, e mostra la correttezza e il rigore che ci si potrebbe aspettare da Bernie Madoff a responsabile della FIFA.

Ma non si tratta della Grecia. Per quanto disastrata, estrometterla non aiuterebbe. I problemi della Grecia sono sempre stati la manifestazione di un problema monetario molto più profondo, che i politici ancora non sembrano in grado di affrontare. La zona euro si sta sgretolando da anni; e rimuovere la Grecia non risolverebbe il problema.
Invece, c’è un altro membro della zona euro che spicca in modo abnorme. Ha gestito la sua economia come, se non ancor più, temerariamente dei suoi fratelli del Mediterraneo, da sola ha destabilizzato l’area euro per buona parte di un decennio, ed è uno dei più grandi ostacoli sulla strada per la ripresa finale. Quel paese è la Germania.
Questo potrebbe sembrare un controsenso. La Germania, dopo tutto, ha un enorme surplus di parte corrente, ha affinato la sua produttività e competitività nel corso dell’ultimo decennio; mentre la Grecia faceva prestiti, risparmiava, dove la Spagna sperperava, tagliava le spese, dove l’Irlanda creava inflazione, deflazionava. Ma questo è precisamente il problema. Se Keynes fosse ancora in giro oggi, avrebbe immediatamente identificato il problema: in ogni sistema monetario, un grande surplus di parte corrente può essere altrettanto destabilizzante di un deficit.
E’ facile dare la colpa alla Grecia e ai suoi cugini incontinenti per il loro eccesso di spesa – e certamente Atene è colpevole di giochetti in materia fiscale e di non riuscire a riscuotere le tasse. Ma i suoi deficit gemelli sono anche una conseguenza dei tassi di interesse bassi che sono stati in gran parte determinati dal modo in cui la Germania ha gestito la sua economia.
Il progetto euro avrebbe dovuto portare la produttività del continente su livelli simili. Ci si sarebbe dovuti aspettare lo stesso valore dell’euro ad Atene o a Berlino. Una moneta unica non può sperare di sopravvivere senza rispettare questa legge di gravità economica – a meno che non sia realmente un’unione di trasferimento, dove i ricchi sovvenzionano i loro vicini più poveri, con immissione di contanti.
Ci sono poche possibilità che si verifichi un miracolo nella produttività della Grecia, in tempo utile per ripagare i prestiti. Infatti, il prestito d’emergenza con cui ci hanno martellato da questo fine settimana servirà solo ad esercitare una maggiore pressione sulla Grecia al fine che ripaghi il suo debito, piuttosto che investire nella sua economia. E anche se l’Unione Europea/Fondo Monetario Internazionale fossero in grado di permettersi un bail-out greco, o irlandese o portoghese, non c’è modo di poter fare lo stesso per la Spagna – anche se gli elettori tedeschi lo permettessero, cosa che sembra sempre più improbabile.
La Grecia starebbe meglio fuori che dentro la zona euro – ma sarebbe lo stesso per il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e forse pochi altri. Dovrebbero convertire i loro debiti pregressi nella nuova dracma, scudo, punt ecc, cosa che sconvolgerebbe gli investitori, in quanto equivarrebbe a un default. Ma almeno sarebbero liberati dalla deflazione cui li consegnerebbe qualsiasi euro bail-out. Le loro valute rappresenterebbero le loro economie non competitive per come realmente sono.
Ma una serie di uscite creerebbero un caos indicibile: ogni svalutazione di una nuova moneta avrebbe il potenziale di suscitare una vera e propria crisi finanziaria in stile Lehman’s. Molto meglio invece sbarazzarsi del vero paese deviante.
Senza la Germania, l’euro ovviamente sarebbe una valuta significativamente più debole (soprattutto se la Germania fosse accompagnata dai Paesi Bassi). Ma non sarebbe più lacerata dalle dinamiche malsane che l’hanno tormentata nel suo primo decennio.
I politici tedeschi dovrebbero prendere la situazione in modo pragmatico. Da una parte l’unico modo per salvare l’euro (senza forzare i Mediterranei) è di farlo diventare un’unione di trasferimento. Essi dovrebbero assorbire enormi costi a lungo termine per supportare i loro fratelli più deboli – sia in termini di inflazione che di trasferimenti di denaro facile. Sarebbe un bail-out al rallentatore e a lungo termine, di scala ancora maggiore rispetto ai recenti interventi di emergenza. E anche questo non esclude a breve termine la prospettiva di un default.
D’altra parte, abbandonare l’euro sarebbe un brutto colpo dal punto di vista finanziario, perché gli investimenti delle banche tedesche improvvisamente perderebbero valore in termini reali. Il marco 2.0 si apprezzerebbe, il che minerebbe le fondamenta dell’economia tedesca del 20 ° secolo – le esportazioni. La domanda è: quale di queste possibilità sarebbe la più costosa. Entrambe comportano una sorta di default, anche se la versione marco/euro debole lo realizza attraverso la svalutazione piuttosto che con una lenta cura di bail-out.
In termini di caos finanziario – incognite sconosciute – la fuga sarebbe sicuramente l’opzione più pulita. E affronterebbe il problema fondamentale degli squilibri all’interno della moneta unica, piuttosto che tappare i buchi. E anche se gli esportatori si lamenteranno, il fatto è che la Germania ha beneficiato di un tasso di cambio innaturalmente basso negli ultimi dieci anni, che le ha dato un vantaggio sleale nel mercato delle esportazioni, ed ha gonfiato il surplus di parte corrente oltre misura.
Il punto critico è la politica, ma anche lì il dibattito sta maturando. I politici tedeschi sono restii a essere considerati come i distruttori del progetto europeo, ma questo potrebbe essere facilmente superato dall’opinione pubblica se i tedeschi si rendessero conto che devono tirar fuori dei soldi (di cui i prestiti di emergenza sono solo un assaggio), per mantenere la nave a galla. I Francesi sarebbero costernati all’idea – dopo tutto la ragion d’essere del progetto euro era quella di alimentare il “miracolo” economico tedesco. E se la Germania va, cosa fa la Francia, rimane o va fuori anche lei?
Al momento, tali ragionamenti in Europa sono ancora liquidati come idee minoritarie stravaganti, ma anche l’idea che il FMI avrebbe dovuto salvare il progetto euro lo era. Alla fine, i politici si rimetteranno al passo con la realtà.
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