MASSIMO PAOLICELLI*
02.06.2012

Si è conclusa la parat militare “sobria” in omaggio ai terremotati e alle 17 vittime. Un minuto di silenzio e molte polemiche politiche. Il sindaco di Roma non partecipa

 

Ci vuole un bel pelo sullo stomaco a far passare la parata militare del 2 giugno come l’inizio dello «spending review», come ha fatto la difesa nei giorni scorsi, prima della polemica sui fondi da destinare ai terremotati dell’Emilia. Lo sarebbe stato se si fosse deciso di annullare l’inutile, anacronistica e costosa parata militare, invece di riproporla, seppure con alcuni tagli che comporteranno, forse, un risparmio di mezzo milione di euro.
Secondo la difesa la parata del 2010 è costata 3,5 milioni di euro, lo scorso anno il costo è schizzato a 4,4 milioni di euro mentre le stime per quest’anno parlano di 2,6/2,9 milioni di euro, cifre destinate a salire e che probabilmente non includono i costi del ministero dell’interno per garantire la sicurezza e del comune di Roma per la viabilità e la pulizia. Alla fine serviranno circa 4 milioni di euro.
E’ da più di un mese che abbiamo chiesto di impiegare quelle risorse per permettere a quasi 700 giovani di svolgere servizio civile per un anno con attività utili alla collettività, aiutando oltre 4.000 persone in stato di bisogno. Invece il servizio civile è destinato a morte certa se non vengono rapidamente trovati nuovi fondi da aggiungere ai 68 milioni di euro stanziati per quest’anno dalla «legge di stabilità», una cifra ridicola se consideriamo i 23 miliardi di euro disponibili per lo strumento militare.

Nonostante la cifra non sia esigua, l’ammiraglio Di Paola non perde occasione per lamentarsi delle poche risorse destinate al suo ministero, lo 0.84% del pil a fronte di una media europea del’1,67%. Peccato che consideri solo una parte del bilancio della difesa, cioè la funzione difesa, «dimenticandosi” i carabinieri (benché utilizzati in parte per l’ordine pubblico restano la quarta forza armata), il trattamento di ausiliaria e le funzioni esterne. Né va trascurato che il bilancio della difesa non contiene le spese per le missioni militari, pari a 1,4 miliardi di euro nel 2012, né i fondi destinati ai sistemi d’arma finanziati dal ministero dello sviluppo economico, che quest’anno sono arrivati quasi a 1,7 miliardi di euro. A scoprire il gioco delle tre carte della difesa, che presenta dati parziali come assoluti, è la Nato, che attribuisce all’Italia una spesa militare pari all’1,4%, del pil, a fronte di una media europea dell’1,7%.

Quel che si accetta meno, tuttavia, è che il nostro paese spenda tanto e male. Le nostre forze armate dispongono più di comandanti (quasi 95mila graduati) che di comandati (83mila militari di truppa) per un totale di circa 180.000 uomini e donne governati da 467 tra generali e ammiragli mentre negli Stati uniti 900 generali comandano 1,5 milioni di militari.

Acquistiamo sistemi d’arma di dubbia utilità, come i famigerati cacciabombardieri F35, e allo stato attuale pagheremo 10 miliardi di euro per 90 apparecchi o le 10 fregate Fremm che costeranno quasi 6 miliardi, per non parlare della miriade di mezzi blindati.
Per mettere mano a questa situazione il ministro Di Paola ha presentato in parlamento un disegno di legge delega per la revisione dello strumento militare. E’ prevista una riduzione da 183mila a 150mila unità del personale militare e da 30mila a 20mila di quello civile che secondo la difesa farà risparmiare oltre 2 miliardi di euro, da spostare verso l’esercizio (addestramento e manutenzione) e l’investimento (sistemi d’arma).
Il personale «tagliato» verrebbe impiegato in altre amministrazioni pubbliche. Del pacchetto tagli fanno parte anche «l’aspettativa per la riduzione quadri» (grazie alla quale il militare sta a casa percependo il 95% dello stipendio, e lo Stato risparmia il 5%), la riduzione del 20-30% dei reclutamenti (che però aumenta l’età media del personale), la riduzione del 30% delle strutture e una rimodulazione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento dei sistemi d’arma. Uno dei tagli sbandierati è la riduzione dell’acquisto di cacciabombardieri F35 da 131 a 90, anche se il risparmio è relativo, visto che Pentagono e l’azienda produttrice Lockeed Martin hanno già annunciato che il taglio degli ordinativi comporterà un incremento dei costi di produzione. Insomma un risparmio sul numero ma non sul totale.
*Presidente Ass. Obiettori Nonviolenti
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