south_stream_for_serbia_storyContinua bellamente la sceneggiata euro-americana dell’imposizione di sanzioni economiche alla Russia per il ruolo che quest’ultima starebbe rivestendo nella guerra in Ucraina. Non sono stati i russi a finanziare il golpe di Kiev che ha portato, alcuni mesi addietro, al potere la crème de la crème dell’oligarchia criminale che da anni spadroneggia nelle istituzioni di quello sventurato Paese. A questo ci hanno pensato gli yankees che ora accusano Mosca di destabilizzare la situazione. Ci vuole una bella faccia tosta alla Biden, quello che ha piazzato suo figlio ai vertici alla Burisma Holdings, una società che gestisce i principali affari legati al Gas in Ucraina, per affermare simili amenità. Il nuovo ciclo di sanzioni, che arriva dopo la “tragedia” del boeing malese abbattuto sui cieli del Donbass, non ha alcuna giustificazione anche perché le responsabilità dell’incidente sono lontane dall’esser accertate. Tuttavia, mentre il Ministero della difesa russo ha fornito alcune prove documentali che negherebbero qualsiasi coinvolgimento del Cremlino, la Casa Bianca si è appellata alle testimonianze reperite su Internet e alle foto satellitari rilasciate da Kiev. Peccato che queste si siano già dimostrate false, in quanto scattate alcuni giorni prima dello schianto. Persino i veterani dell’intelligence statunitense cominciano a spazientirsi di fronte a siffatto dilettantismo dei propri governanti, tanto che uno di questi ha dichiarato che l’Amministrazione sta ridicolizzando e rovinando la loro reputazione. Ma poco importa dell’onore degli 007 di Washington ad Obama, il quale ha già deciso che, evidenze o meno, Putin è colpevole e con lui i separatisti filo-russi. Nonostante questo castello di menzogne, si va avanti sulla strada del deterioramento delle relazioni con Mosca, trascinandosi dietro l’UE, la quale si dimostra incapace addirittura di difendere i suoi interessi immediati. I russi si sentono toccati più nell’orgoglio che nel portafoglio da simili ingiustizie che si ritorceranno soprattutto contro l’Europa, l’unica che ha tutto da perdere e nulla da guadagnare dal precipitare degli eventi. Innanzitutto, la terza fase delle sanzioni va a colpire quel settore finanziario del potente vicino a cui Bruxelles è legata a doppio filo. Tra gli istituti sanzionati figura la Sberbank, è la più grande banca retail, non solo della Russia, ma anche dell’Europa centrale e orientale. Più di un terzo delle azioni della banca sono di proprietà di investitori europei, mentre l’azionista principale è la BCR (Banca centrale Russa). Gli altri soggetti coinvolti sono VEB, VTB, Gazprombank e RAB. I cittadini e le imprese dei paesi dell’UE non potranno acquistare o vendere (nonché fornire servizi finanziari in merito al collocamento di nuove obbligazioni, azioni o strumenti simili, con durata superiore a 90 giorni) dalle compagnie sulla lista. Certo, non è un dramma per Mosca ma nemmeno una cosa da niente, da farsi scivolare addosso con fair play. Ed ecco che la Russia sta già pensando ad alcune contromisure dirette ed indirette. Per motivi sanitari ha già respinto al mittente una serie di beni alimentari, si va dalla carne francese ai prodotti ortofrutticoli polacchi. All’Italia ha rimandato indietro gli autoblindo “Centauro” che non avrebbero superato i test di sicurezza. Si tratta, ovviamente, di una piccola ripicca che domani però potrebbe trasformarsi in qualcosa di economicamente più rilevante per l’interscambio con Roma. Tuttavia, il settore più delicato resta quello del gas e coi venti di guerra che tirano sugli scenari dai quali lo preleviamo, giungere ad un muro contro muro con la Russia non sarà un buon affare. Per noi che vediamo nelle relazioni commerciali un viatico per intese di tipo (geo)politico significa compromettere il futuro del continente, perché mamma America ha deciso di farci pagare il prezzo della sua nuova strategia di ricollocazione sullo scacchiere mondiale, a vantaggio esclusivo della sua egemonia. I leader europei o non hanno capito “l’antifona” oppure sono dei servi sciocchi e timorosi. Mentre i russi annunciavano un aumento dei prezzi sulle forniture del gas dovuto a questa situazione punitiva, la Commissione Ue minimizzava i rischi con argomenti molto deboli e superficiali. L’Europa dipende per un 30% dall’approvvigionamento energetico russo, ma Bruxelles crede di essere in grado di differenziare fonti e produttori in breve tempo. Queste convinzioni, basate su salti pindarici, saranno presto smentite dalla realtà, come è già iniziato ad accadere.
Il sito ufficiale del Ministero degli Esteri russo ha fatto sapere che le sanzioni non solo vanno contro le regole dell’organizzazione mondiale del commercio ma di fatto sono “sconsiderate ed irresponsabili”. Inevitabilmente, per i russi, porteranno ad accrescere i prezzi dei rifornimenti sul mercato europeo dell’energia. Il commissario europeo per l’Energia Gunther Oettinger ha smentito questa nefasta possibilità, convinto di aver le spalle coperte dai contratti stipulati col partner orientale che lo legano a tariffe fisse fino al 2035. Oettinger è un po’ smemorato e forse ha dimenticato il polverone alzato dall’UE, con la richiesta di revisione dei prezzi del gas alla Russia, nonostante gli accordi stipulati, quando questi subirono un forte ribasso sul mercato dei quali noi europei non potevamo avvantaggiarci in quanto legati al sistema take or pay, improvvisamente considerato troppo oneroso. Facciamo come i bambini, quando ci conviene chiediamo di stracciare gli accordi pregressi, quando no li consideriamo inossidabili e pietrificati. In secondo luogo, nonostante quello che afferma il nostro ottimista Oettinger, non saremo in grado di differenziare o sostituire le fonti nel giro di un inverno. Ci vorranno almeno dieci o quindici anni. Tempi lunghissimi per una UE che non può permettersi di aggravare la sua crisi a causa di burocrati capricciosi senza contatto con le circostanze concrete. Bruxelles vorrebbe anche puntare su uno sfruttamento più intensivo dei giacimenti norvegesi ma Il Ministro del Petrolio e dell’Energia norvegese Tord Lien ha spento i facili entusiasmi della Commissione: “Nel breve termine, saremo in grado di aumentare la produzione di gas, ma non di moltissimo, nel 2020 la produzione del paese aumenterà: da 110 miliardi di metri a 130?. Pochino per lasciarsi andare alla manifestazioni di giubilo. Se Bruxelles ha altro in mente lo renda pubblico, purché non siano le solite baggianate irrealistiche delle cosiddette fonti alternative, solare ed eolico, che ci hanno già fatto perdere soldi, tempo e pazienza. Ci salverà, allora, il gas di scisto americano? Mancano i presupposti ed anche la materia prima. Gli statunitensi sono generalmente più pragmatici di noi e non regalano niente a nessuno. Ci vendono bene il loro sogno, secondo dettami opportunistici, ma quando si tratta di business è il denaro che conta. Le piazze asiatiche, sotto questo profilo, sono molto più allettanti per la commercializzazione del loro gas, che in ogni caso deve assicurare la loro autonomia energetica. Non ne hanno a sufficienza per tutti. Fine della storia. E’ ora che noi europei prendiamo di petto le nostre esigenze. Non c’è alternativa all’oro blu di Mosca. Impegniamoci a completare il South Stream e togliamoci dagli impicci. Facciamolo finchè possiamo. Le grandi narrazioni le dedicheremo ad un momento successivo, quando avremo più fiato per parlare perché ci saremo assicurati il gas per carburare.

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