Da alcuni anni a questa parte si verifica un fenomeno periodico: vengono avviate campagne mediatiche di denuncia su vere o presunte malefatte della Pubblica Amministrazione, ora si tratta delle lentezze burocratiche, ora si tratta di uffici o strutture inutili o ridondanti”, generalizzando fenomeni che, nella realtà, sono molto meno diffusi di quanto si voglia far apparire. La campagna che ha fatto scuola è sicuramente quella del ministro Brunetta contro i “fannulloni”.

A queste campagne seguono pedissequamente misure generalizzate che tagliano risorse alla Pubblica Amministrazione senza distinzione tra strutture prettamente amministrative e strutture che erogano servizi e, soprattutto, tagliano servizi ai cittadini. Riflettete su quanto è avvenuto negli ultimi dieci anni e vi accorgerete che è così. In pratica, si spinge l’opinione pubblica a concentrare l’attenzione su scenari di malcostume per giustificare la “punizione”, mentre zitti zitti, i nostri politici ci sfilano da sotto il naso i nostri diritti. La strategia ha buon gioco perché, nell’immaginario collettivo, il dipendente pubblico è incarnato dall’impiegato ministeriale che sposta carte da una scrivania all’altra, che appone timbri, che va a fare la spesa in orario di lavoro. L’immaginario collettivo non riflette, e quindi non realizza, che anche il vigile del fuoco è un dipendente pubblico, che lo sono gli insegnanti e il personale medico degli ospedali, gli impiegati che liquidano le indennità di disoccupazione a chi ha perso il lavoro e gli assistenti sociali, gli autisti degli autobus e i macchinisti dei treni, croce e delizia dei pendolari.

L’ultima campagna sulla quale Renzi sta martellando peggio della goccia cinese riguarda le retribuzioni dei dirigenti pubblici: è partito dagli stipendi non d’oro, di diamante, dei manager delle grandi aziende che hanno ancora una partecipazione statale (gente messa lì dalla politica) per estendere il discorso a tutti i dirigenti della Pubblica Amministrazione che, secondo il verbo renziano, guadagnano troppo.

Naturalmente, anche il nostro attuale presidente del consiglio si cimenterà nell’ardua tenzone della riforma della Pubblica Amministrazione e ci ha già dispensato delle sue perle di saggezza nel DEF (Documento Economico Finanziario, in particolare pag. 34 e segg.) [1] appena presentato alle camere. Ma occorre fare qualche passo indietro.

Ormai da anni il ministro della Funzione Pubblica di turno emana la sua riforma “epocale”. Bisogna risalire a Franco Bassanini, agli inizi degli anni Novanta, per rintracciare una riforma che fu veramente una svolta per la Pubblica Amministrazione in termini di modernizzazione e semplificazione e la spinta progressista della riforma produsse i suoi effetti fino alla soglia degli anni Duemila. Dopodiché, si avviò una fase regressiva che dietro la facciata delle riforme nascondeva un processo di progressivo smantellamento della Pubblica Amministrazione e, di conseguenza, dei servizi pubblici, che sta diventando sempre più evidente. In realtà, nelle riforme che si sono succedute, non sono stati agiti quegli strumenti e quelle leve che l’ avrebbero reso realmente più efficiente e più efficace e, soprattutto al sevizio dei cittadini. I gruppi di potere hanno interesse che la Pubblica Amministrazione non funzioni per un motivo molto semplice: i servizi sociali, assistenziali e i beni pubblici sono diventati l’attività più remunerativa per il capitalismo dei nostri giorni e l’esternalizzazione di tutte queste attività, grazie ai meccanismi che mettono in moto reti di clientele e connivenze, frutta un consenso politico importantissimo. Questa è stata la molla principale per la nostra classe politica. Ma guardando il fenomeno in una prospettiva più ampia, ci possiamo rendere conto di quanto questo sistema sia funzionale al più ampio sistema della moneta debito e della schiavizzazione dei cittadini, che vengono spogliati della loro ricchezza pubblica e privata e costretti ad indebitarsi sia come membri di una collettività sia come individui per ottenere i beni e i servizi indispensabili alla vita.

La riforma “strutturale” di Renzi si inserisce nel solco già tracciato dando, se possibile, un’accelerazione a tutti questi processi. Le ricette contenute nel DEF non costituiscono nessuna novità, come d’altra parte tutto il pensiero politico e programmatico di Renzi. Anche qui ricorrono la digitalizzazione, il riuso e il consolidamento e la messa in comune delle banche dati che, forse non glielo hanno detto, hanno avuto un notevole impulso nella Pubblica Amministrazione degli ultimi anni. E poi si ripete nuovamente la litania della riorganizzazione efficiente degli uffici, della semplificazione che, qualcuno glielo dovrebbe dire, dovrebbe iniziare proprio dalle leggi che troppo spesso regolano in modo contraddittorio una stessa materia, paralizzando di fatto l’azione degli uffici pubblici.

Ma veniamo alla domanda del titolo: perché Renzi se la prende con i dirigenti? Anche perché in realtà gli stipendi che percepiscono sono sicuramente buoni ma non così alti da far gridare allo scandalo. Per darsi un’idea, al netto di tasse e contributi un dirigente di seconda fascia (la quasi totalità della dirigenza) prende mediamente il doppio rispetto ad un impiegato con l’inquadramento economico più alto.

Primo motivo, bisogna rastrellare denaro per pagare gli interessi sul debito pubblico e perciò si impongono risparmi a tutte le pubbliche amministrazioni. Ho usato la parola risparmi e non tagli, che riguardano direttamente i ministeri che sono finanziati con le entrate fiscali. Gli enti previdenziali, per esempio, per le loro spese di funzionamento e di personale si finanziano destinando una quota delle entrate per contributi dei loro iscritti che si aggira intorno al 3/4%. Con le ultime leggi finanziarie prima e di stabilità poi sono stati imposti risparmi da riversare nel bilancio dello Stato (la sola INPS deve risparmiare e versare allo Stato più di 500 milioni l’anno). Tutto ciò è diventato ancora più cogente da quando l’Italia ha recepito la direttiva europea che impone agli stati membri l’adozione della normativa SEC 95 per la redazione dei bilanci (legge 196/2009). Cosa comporta? Mentre prima gli enti pubblici facenti parte del cosiddetto parastato e quelli economici avevano un bilancio distinto e autonomo rispetto a quello statale, per effetto della legge 196 il bilancio dello Stato comprende, oltre quello dei ministeri e delle Amministrazioni Statali, anche quello di tutti gli enti pubblici di qualsiasi natura essi siano. In buona sostanza, oltre alle tasse che già paghiamo direttamente o indirettamente, attraverso i “risparmi” degli enti, versiamo ulteriori gabelle con i nostri contributi previdenziali e assistenziali per pagare gli interessi sul debito pubblico.

C’è una strana coincidenza tra l’imposizione di risparmi e il blocco dei contratti del pubblico impiego: l’ultimo aumento contrattuale risale al 2008.

Nel caso della campagna contro i dirigenti, però, sembra esserci un ulteriore elemento e l’idea ce l’ha fatta venire il passaggio del DEF che parla di un nuovo sistema della dirigenza pubblica che consenta un osmosi con il settore privato. Traducendo in italiano, grazie anche ad un altro passaggio che, sempre sull’argomento, parla di abbattimento dei vincoli, vuol dire che sarà possibile per le amministrazioni pubbliche assumere i dirigenti per chiamata diretta.

Attualmente si viene nominati dirigenti pubblici solo dopo aver vinto un concorso pubblico. Tale regola discende direttamente dalla Costituzione che, all’art. 97, dice che agli impieghi pubblici si accede mediante concorso (e, infatti, qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che la sua è un’idea anticostituzionale). A dire il vero, già agli inizi degli anni 2000 era stata introdotta una norma che prevedeva la possibilità per le amministrazioni pubbliche di assumere dirigenti per chiamata diretta, ma sussistevano vincoli ben precisi: si poteva procedere all’assunzione solo per quelle figure professionali non disponibili all’interno dell’Amministrazione, con contratti a tempo determinato e il numero dei dirigenti assunti per chiamata diretta non poteva superare il 10% dell’organico complessivo della dirigenza. Già con questi vincoli la norma è stata abusata e i beneficiari erano regolarmente i protetti di questo o quel politico. Nel 99% dei casi non erano figure così specialistiche, andavano a ricoprire posti previsti in organico e i loro contratti a tempo determinato venivano regolarmente rinnovati a vita. Ma almeno erano pochi! E nel repulisti scatenato dalla spending review qualcuno di loro ha ripreso la strada di casa.

Ma vi immaginate cosa si scatenerebbe se si potessero assumere i dirigenti senza concorso? La classe politica, che già tanto condiziona la Pubblica Amministrazione, potrebbe piazzare i suoi clientes impadronendosi completamente della macchina pubblica, visto che il dirigente, ora come ora, è un ruolo chiave nel suo funzionamento. La ratio della norma è assolutamente evidente: un dirigente che deve il suo posto di lavoro alla selezione (dura e difficile) del concorso è indipendente e vincolato solo al rispetto delle leggi e all’interesse generale che è obbligato a perseguire. Un dirigente che deve la sua nomina alla classe politica sarà un servo fedele di quest’ultima. E sappiamo bene che, ora come ora, la classe politica è mossa dagli interessi particolari di un potere finanziario che sta distruggendo la società e la vita delle persone e di cui Renzi è solo la marionetta.

Perciò, il fine ultimo di questa “rivoluzionaria” riforma è di poter disporre di una dirigenza pubblica placidamente asservita. E tutto questo con i nostri soldi.

Di Ida Lorusso, collaboratrice cogito ergo sum

[1] http://www.eticapa.it/eticapa/?tag=def-2014-testo-integrale

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