[ 9 giugno ]

Un lettore che ha preferito restare anonimo ha inviato un commento all’intervento di Simone Boemio che abbiamo pubblicato l’altro giorno. Merita di essere posto in evidenza.

«Sono completamente d’accordo con la proposta di un “reddito minimo universale”, formulazione che mi pare più convincente del “reddito di cittadinanza” dei cinque stelle.Vorrei tuttavia dire all’autore che qui non è questione di dettagli, che i più maligni potrebbero considerare di lana caprina. La questione è di fondo, solleva cioè un principio che considero di straordinaria importanza, ed è questa: deve essere riconosciuto o no ad un cittadino indigente il diritto ad un reddito minimo dignitoso per vivere? Sì o no?

Io penso di sì.

Quello che chiamiamo “Stato di diritto” è tale perché, mentre vengono riconosciuti diritti sociali e diritti soggettivi (diritti cioè che spettano, de facto e de jure, ad ogni cittadino), allo Stato si fa obbligo di tutelarli.

Come ha giustamente ricordato Pasquinelli non esiste un muro tra diritti sociali e diritti soggettivi —c’è anzi tra loro, una stretta correlazione.

La nostra Costituzione afferma ad esempio che ogni cittadino ha il diritto all’istruzione oppure, all’Art. 32 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

E’ vero, la Costituzione, mentre considera che lo Stato ha il dovere di “garantire cure gratuite agli indigenti”, non contempla l’idea che questi indigenti debbano essere aiutati con una qualche forma di reddito garantito (è il caso di ricordare che il “reddito garantito” era una rivendicazione dell’estrema sinistra nei settanta, quando la crisi economica).
A me pare evidente che questa sia una lacuna, un vulnus. Un punto di incoerenza della Costituzione medesima se si considera non solo la sua lettera, che risente delle condizioni storiche, ma il suo spirito.
Sono quindi sorpreso che ci siano persone intelligenti che, aggrappandosi al fatto che la Costituzione metta al centro il concetto di lavoro, facciano fuoco e fiamme contro il “reddito di cittadinanza”, come se questo fosse un che di “anticostituzionale”, ergo, completamente sballato. E’ il caso del giurista Barra Caracciolo, forse un po’ troppo condizionato nel suo giudizio stroncante, dal fatto che questa proposta venga dai cinque stelle.
Un caso per me ancor più sorprendente è quello di Alberto Bagnai che ci ha fatto sopra un articolo dal titolo, come dire, Pariolino: “Il reddito della gleba“; ed al quale ha fatto ecoFiorenzo Fraioli. Ogni forma di sostegno al reddito per gli indigenti, ovvero per chi si trovi senza lavoro, per chi sia povero, è tacciata come una pezza d’appoggio al liberismo.
Si vede che Bagnai e Fraioli se la passano benone, bene o benino, che non hanno problemi nel pagare l’affitto e le bollette, nel mantenere i figli a scuola, nello stare dietro a Equitalia. o nel curarsi visto che anche questo costa molto.
Solo se uno ha una distanza siderale coi problemi di milioni di cittadini nella merda, può opporsi in maniera tanto tetragona a che lo Stato, quando l’economia privata non è in grado di dare reddito in cambio di lavoro, sopraggiunga per sostenere chi ne ha bisogno, lasciando che i suoi cittadini più deboli muoiano di fame. Non capisco come si possa opporre il diritto al lavoro con quello al reddito quando questo lavoro manca».

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