di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu
Quando si dice i corsi e i ricorsi storici. La City londinese entra ancora una volta a gamba tesa nelle nostre vicende politiche, economiche finanziarie. La strada scelta dal Financial Times, organo della speculazione britannica, è quello solito di un articolo di analisi della nostra situazione interna che, vista pura la non particolare stabilità del governo Berlusconi, deve essere letto nella maniera giusta come un siluro in piena regola a un Paese già colpito nei suoi interessi petroliferi in Libia.
Non è un caso infatti che l’attacco a Gheddafi, con la scusa di proteggere i ribelli già armati da britannici e francesi, abbia visto in Londra e Parigi i suoi più decisi fautori, ben felici di fare uno spezzatino di Tripolitania e Cirenaica e impossessarsi del petrolio e del gas dei suoi giacimenti e battere fuori gli italiani.
Nel caso di Berlusconi poi, si tratta di una avversione antica che il FT è stato ben lieto di cavalcare di nuovo considerato che il Cavaliere, sceso in campo politico nel 1994, scompigliò i piani di Wall Street e della City che volevano spazzare via la DC e il PSI, e il sistema italiano di economia mista, e portare al governo il PCI-PDS ormai divenuto socialdemocratico e legittimato a governare in cambio dell’avvio del processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche, come ENI, Enel e Telecom. Un processo che ritardò di poco e che venne ripreso alla grande dai governi di Prodi, D’Alema ed Amato (1996-2001). Non è infatti un caso che D’Alema, il giorno dopo essere divenuto presidente del Consiglio (autunno 1998), si sia recato appunto alla City di Londra per rassicurare gli gnomi locali sulla fede “liberista” del suo governo, il primo guidato da un post comunista.
Una precisazione necessaria visti i precedenti. Il 2 giugno 1992, mentre l’Italia festeggiava la festa nazionale, la City ci preparava la festa. La crociera del Britannia, da Civitavecchia all’Isola del Giglio, vide infatti radunati sul panfilo reale un bel numero di manager italiani delle imprese pubbliche che vennero intrattenuti sulla necessità di avviare il processo di privatizzazione e quindi svendere le suddette imprese ai privati italiani e stranieri. Una corsa ad imbarcarsi su un panfilo affittato da “British Invisible”, società di promozione del made in Britain, che è spiegabile solo con la presa d’atto che era partita la stagione di Mani Pulite e che si era creato un vuoto di potere che dava l’idea di essere in procinto di allargarsi sempre di più. E quindi i boiardi di Stato furono spinti ad andare a vedere che aria tirava e cercare di capire quali sarebbero stati i nuovi referenti politici. Poi, tanto per fare capire che non si trattava di uno scherzo, nell’autunno del 1992 da Londra (ma anche da Wall Street) partì una massiccia speculazione contro la lira che spinse la Banca d’Italia governata da Carlo Azeglio Ciampi, ad utilizzare quasi tutte le proprie riserve valutarie per contrastarla, anche se era evidente che si trattava di una battaglia persa. Tanto è vero che lo stesso Ciampi fu obbligato a svalutare comunque la lira del 30% e rendere di conseguenza le aziende italiane più convenienti per tale percentuale.
Oggi il copione si sta ripetendo sia pure su un altro scenario e con diversi attori.  E non è un caso che la speculazione contro i titoli di Stato che ha già colpito Paesi come Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, potrebbe interessarsi adesso dell’Italia. L’obiettivo non siamo ovviamente noi come Italia ma noi come membri del sistema dell’euro. La moneta unica, al di là di ogni giudizio che uno possa avere su di essa, sulla Banca centrale europea e sulla cessione di sovranità da parte degli Stati e delle Banche centrali nazionali, continua ad essere vista con profonda avversione sia da Londra (sterlina) che da Washington (dollaro) che temono di vedere progressivamente accantonato il ruolo storico della loro moneta. Colpire pesantemente un Paese come l’Italia, la terza o la quarta potenza economica europea, significherebbe creare una profonda crepa nell’architettura della moneta comune.
L’Italia in effetti ha un debito pubblico enorme, quasi il 120% sul Prodotto interno lordo (a fine dicembre era il 119%) e il 4,5% del disavanzo che, secondo il Patto di Stabilità europeo dovrebbe essere al 3%. Ma questi dati sono compensati da una più alta propensione al risparmio,  una più alta ricchezza delle famiglie, che ad esempio all’80% sono proprietarie della casa nella quale vivono. Una realtà che, a fronte della crisi, sta però cambiando tanto che lo stesso Istat ci ha annunziato che da tempo le famiglie italiane stanno attingendo ai risparmi di una vita.
Per il Financial Times, quindi, l’Italia è la “gran giocatrice d’azzardo” dell’Unione europea. E’ il Paese la cui economia e il cui debito sono abbastanza grandi da poter influenzare il destino della Ue. Se il Portogallo è stato relativamente facile da salvare e la Spagna potrebbe cominciare a creare qualche problemino, l’Italia è decisamente troppo grande per essere soccorsa. Quindi lasciamola fallire, sembra suggerire il FT, simbolo di un Paese che non fa parte del sistema dell’euro ma che anticipa generalmente le scelte degli speculatori e dei governi che ne sono l’espressione politica. E mentre il Portogallo si adopera per ricevere l’aiuto necessario, osserva il FT, il Belpaese è preso da altre faccende con un Berlusconi che affronta il suo ennesimo processo con la sua solita voglia di scherzare. Gli italiani, insiste il quotidiano, si dividono tra quelli che sono divertiti dalle sue follie e quelli che sono sgomenti. C’è poi n’altra parte di italiani che appare preoccupata che le vicende del Cavaliere non facciano comprendere i cambiamenti economici in atto e distraggano dalla necessità di affrontare compiutamente la crisi economica. E quindi, udite, udite,
“negli ambienti finanziari c’è chi si preoccupa che l’Italia venga colpita dalla crisi del debito”. Una crisi che potrebbe essere aiutata dall’esterno con una speculazione che, come nel caso dei Paesi Pigs, (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), Pigs vuol dire porci, verrà condotta cercando di fare cadere il valore di mercato dei titoli di Stato e spingendo quindi al rialzo i rendimenti, tanto da obbligare il Tesoro a dichiarare bancarotta per l’impossibilità di pagare gli interessi. Resta solo da aspettare e vedere quando partirà la speculazione contro l’Italia.
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