La scorsa settimana i tassisti europei hanno manifestato contro Uber, con energiche dimostrazioni di piazza: copertoni dati alle fiamme nelle strade di Parigi, scioperi in Italia e Spagna. “Rivogliamo il mercato che ci è stato rubato”, è lo slogan dei conducenti che accusano la compagnia di commettere abusi e inquinare il mercato. “Il libero mercato deve vincere”, replicano coloro che vedono nella vettura con autista non professionale, chiamata via app, una rivoluzione che è inutile cercare di fermare. Ma il caso Uber è l’occasione per aprire ancora una volta il processo alla sharing economy. Produce vantaggi e ricchezza per tutti o li distrugge? Un rapporto di McKinsey stima che nel 2025 i ricavi del settore nel suo complesso raggiungeranno i 325 miliardi di dollari, frutto del lavoro di tutte le aziende oggi attive. La pattuglia continua a crescere.

Nel trasporto oltre a Uber ci sono BlaBlacar, Didi Kuaidi in Cina, Lyft (Usa) e Yandex(Russia). Nel turismo operano, oltre ad Airbnb, l’americana Couchsurfing, l’ingleseOnefinestay e la tedesca 9flats. Ma si possono anche affittare uffici con WeArePopUp, dividere pasti con Eatwith, Meal Sharing, Traveling Spoon; far ruotare il guardaroba conYerdle; condividere risparmi e benefici dell’energia solare con Yeloha. Tutte sperano di crescere e diventare come le apripista: Aibnb lavora in 190 paesi ed è valutata dal mercato 20 miliardi di dollari. Uber in soli sei anni di vita è presente in 300 città di 60 nazioni e ha un valore stimato in oltre 50 miliardi di dollari.

E’ una valanga economica che non si può ignorare e che ha prodotto vantaggi non solo per i consumatori. Gli autisti di Uber, ad esempio, hanno una copertura assicurativa aggiuntiva mentre i proprietari di case Airbnb stipulano polizze che coprono i danni e pagano i servizi di coloro che effettuano la manutenzione settimanale a favore degli affittuari. Se i vantaggi non vanno solo alle compagnie, quindi, è opportuno che le autorità che regolano il mercato ne prendano atto e comincino a costruire un ponte tra loro e gli incumbent “minacciati” dalla nuova concorrenza.

In Russia Yandex ha trovato un accordo in base al quale le corse in eccesso vengono dirottate sui taxi tradizionali. A Londra Eatro, che offre cibo a domicilio, ha raddoppiato il lavoro degli chef qualificati. Altre strade possono essere percorse, a patto che chi fa leggi e regolamenti prenda atto dell’esistenza di soggetti che sono realtà economiche e non ceda invece alla forza di pressione delle lobby. In Italia purtroppo i segnali non sono incoraggianti. Il ddl concorrenza, varato a febbraio 2015, è ancora in discussione; ora è al Senato. Nel corso dell’iter ha subito modifiche da parte di gruppi di pressione sponsor di assicurazioni, notai, avvocati, dentisti, società energetiche. In ultimo, e proprio nei giorni della protesta anti-Uber, l’attacco al progetto di dare più libertà alle macchine a noleggio. Speriamo che la scelta sia imparziale e non l’effetto di un copertone bruciato.

Fonte: Fabio Bogo, Repubblica

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