Quando mercoledì scorso l’Assemblea nazionale libica ha approvato il governo presentato dal neo premier Ali Zeidan, in molti temevano che la parte difficile stava solo per cominciare. Il fallimento del suo predecessore e l’ennesima occupazione dell’Aula da parte dei manifestanti – che ha fatto slittare di un giorno la votazione – sono state solo un assaggio. In attesa del giuramento dei ministri, che dovrebbe svolgersi giovedì, le diverse forze politiche e le rispettive milizie hanno continuato a darsi battaglia, dialettica e non. Chi per chiedere maggiore rappresentanza, chi per contestare alcuni nomi considerati troppo vicini al passato governo Gheddafi, chi per rivendicare l’autonomia da Tripoli (a Bengasi ci sono state nuove manifestazioni federaliste), chi per mantenere la propria milizia armata nonostante gli ordini del governo centrale e chi “semplicemente” per regolare vecchi conti.
Già il giorno dopo il voto nell’Assemblea nazionale, decine di ex “ribelli” armati avevano piazzato i loro pickup equipaggiati con pezzi di artiglieria pesante di fronte al Parlamento di Tripoli, bloccando la circolazione, per protestare contro la composizione del nuovo governo. Tre dei principali gruppi – l’Unione nazionale dei rivoluzionari della Libia (Tajjamah el Watni Thuwar Libya), l’Alto consiglio dei rivoluzionari di Libia (Majlis Aala Thuwar Libya) e l’Unione delle brigate rivoluzionarie (Itihad Saraiya Thuwar) – avevano anche annunciato una manifestazione per il giorno successivo. Tuttavia, secondo quanto riportato dal quotidiano Libya Herald, avrebbero deciso di annullare la protesta e sgomberare il campo dopo aver ricevuto delle rassicurazioni dal premier sul cambiamento di alcune nomine. In particolare, i manifestanti chiedono la rimozione di sei ministri del nuovo governo, considerati troppo collusi con il precedente governo di Gheddafi. Tra questi spicca il ministro degli Esteri Ali Al-Aujali: ambasciatore libico a Washington, è stato uno dei primi diplomatici a “disertare” e abbracciare la causa dei ribelli, dopo però ben 45 anni di onorato servizio nel ministero degli Esteri di Tripoli. Contestato anche il ministro dell’Interno Ashur Suleiman Shawail, che per 35 anni ha occupato diversi incarichi nella polizia del governo Gheddafi. Poi c’è Nureddin Abdel Hamid Daghman, nominato ministro della Salute dopo essere stato direttore del dipartimento Medicina del ministero della Salute a Bengasi; e il ministro della Giustizia Salah Bashir Abbaj al Marghini, già funzionario nella stesso ministero nel passato governo. Nel mirino anche il ministro degli Affari islamici, Abdel Salam Mohammed Abu Saad, e quello della Cultura Al Habib Mohammed al Amin. Su queste nomine dovrà esprimersi la Commissione per l’Integrità, e sembra che Zeidan abbia promesso la loro sostituzione nel caso arrivi un parere negativo.
Ma intanto gli animi sono incandescenti e le milizie fanno sentire la loro voce. Per sfuggire alle violenze ed evitare ulteriori irruzioni, alcuni deputati hanno persino proposto di spostare la sede dell’Assemblea nazionale nella città di Bayda, in Cirenaica, ma la proposta è stata bocciata.
Domenica, nel frattempo, il centro di Tripoli è stato teatro di una giornata di guerriglia con un bilancio di almeno un morto e cinque feriti, di cui uno grave. Secondo le ricostruzioni, i protagonisti degli scontri sono stati gli uomini dell’Ottava Brigata, di cui il ministro dell’Interno ad interim avrebbe ordinato lo scioglimento dopo le accuse di torture e abusi. La battaglia contro un’altra milizia filo-governativa sarebbero cominciati dopo il rifiuto degli ex ribelli di abbandonare l’edificio da loro occupato, l’ex quartier generale dell’intelligence di Gheddafi poi assegnato al Comitato supremo per la sicurezza. Anche se secondo altre ricostruzioni, la scintilla scatenante sarebbe stato l’arresto di un membro dell’Ottava Brigata. Testimoni hanno raccontato di esplosioni e saccheggi durante i violenti scontri, durati quasi 24 ore.

Manifestazioni e autobombe a Bengasi
Fine settimana di manifestazioni a Bengasi, capitale della Cirenaica, dove venerdì e sabato migliaia di sostenitori del federalismo della Libia sono scesi in piazza per chiedere maggiore autonomia dal governo centrale di Tripoli. In particolare, i manifestanti chiedono lo spostamento a Bengasi delle sedi di istituzioni chiave come la Banca centrale e i ministeri del Petrolio e delle Finanze. Di fatto, i dimostranti vogliono il ritorno alla Costituzione del 1951, in base alla quale la Libia era divisa in tre regioni con eguale peso politico: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Nel frattempo nella capitale della Cirenaica, regione dalla quale è partita la rivolta anti-Gheddafi, le forze di sicurezza del governo sono nel mirino. Domenica un’autobomba è esplosa contro una sede della polizia ferendo tre agenti. Dall’inizio dell’anno 15 ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in diversi attentati solo a Bengasi.

Ferdinando Calda

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