di Guido Viale.

Il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili, o anche solo la sua promozione, impongono un cambio di paradigma. L’economia degli idrocarburi è un sistema centralizzato. E’ fatto di campi petroliferi e pozzi minerari distanti migliaia di chilometri dai suoi utilizzatori finali, di oleodotti e gasdotti, di grandi petroliere, di convogli giganteschi e di navi carboniere e metaniere, di raffinerie e centrali di generazione elettrica di grande taglia, di grandi Kombinat industriali, di elettrodotti ad alta tensione, di società di prospezione, di gestione e di distribuzione, pubbliche e private, di dimensioni mondiali e di capitali proporzionati: un sistema che produce sempre più centralizzazione, dispotismo e guerre; il trasporto e i suoi impatti costituiscono una quota crescente dei costi ambientali ed economici della filiera.

La logica di un’economia delle fonti rinnovabili richiede invece un sistema distribuito, che migliora la sua efficienza quanto più è decentrato. Ogni comunità dovrà produrre, attraverso mix di fonti che variano da un contesto all’altro, la maggior parte dell’energia che consuma e le reti di vettoriamento dell’energia elettrica saranno asservite esclusivamente al riequilibrio tra le diverse utenze.

E’ vero che nella realtà, la logica con cui viene perseguito lo sviluppo delle fonti rinnovabili continua a ricalcare in gran parte l’impianto dell’economia delle fonti fossili: i casi estremi sono costituiti dalle grandi dighe idroelettriche che devastano intere regioni, o da progetti come Desertech, destinato, se mai funzionerà, a perpetuare la dipendenza dall’estero degli approvvigionamenti energetici.

Casi più limitati, ma esemplari della logica, sono rappresentati dal modo in cui sono stati distribuiti in Italia gli incentivi del conto energia (quasi il 90 per cento a grandi impianti a terra di potenza superiore ai 20 kWp, quindi esclusi dallo scambio sul posto, che molto spesso hanno devastato il paesaggio o addirittura provocato l’espianto di oliveti e vigne; oppure interi crinali consegnati alla mafia o alla cricca per impiantarvi fattoria eoliche senza alcun rapporto con il territorio).

Ma sono esempi della viscosità che accompagna l’introduzione del nuovo: una viscosità legata a corposi interessi costituiti che rallentano, ma possono anche bloccare, l’ingresso sulla sena mondiale di ciò che veramente è nuovo.
Discorso analogo vale per l’energia nucleare. Fattore rischio a parte, è ancora legata a una fonte destinata a un rapido esaurimento (come petrolio e metano) e a un impianto ipercentralizzato, che richiede addirittura una militarizzazione preventiva del territorio. Il tutto risponde all’imperativo della crescita infinita di produzione e consumo, che ha bisogno di consumare quantità crescenti di energia.

Invece, nel processo di riconversione ecologica da un’economia dipendente dalle risorse energetiche fossili – in larga misura, se non nella loro totalità, importate da altre parti del pianeta – a un sistema fondato sull’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili presenti sul territorio, la riserva energetica maggiore a disposizione di una comunità è costituita dall’efficienza, cioè dall’uso razionale dell’energia, che moltiplica la produttività delle risorse utilizzate.

Infatti, le fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e metano) e l’energia e i combustibili da esse ricavati non sono sostituibili con nessuna delle fonti rinnovabili singolarmente prese, ma solo, eventualmente, con mix flessibili e articolati di fonti alternative, modulati in base a una conoscenza molto approfondita sia dei fabbisogni delle comunità locali che delle opportunità offerte dal territorio. In molti casi, inoltre, non si tratta di sostituire apparecchiature e impianti che funzionano con energia ricavata da fonti fossili con impianti analoghi alimentati da fonti rinnovabili, ma di cambiare radicalmente le modalità secondo cui si esercitano certe funzioni.

Tutto ciò richiede un profondo riadeguamento impiantistico e una riconversione delle produzioni che lo renda possibile. L’efficienza energetica riguarda sia i carichi, dove può essere promossa con grandi risultati nel settore civile (involucri degli edifici, riscaldamento, illuminazione e raffrescamento, consumi delle apparecchiature) e in quello della mobilità (condivisione dei veicoli, riduzione di distanze e frequenze degli spostamenti), sia la generazione elettrica, con lo sfruttamento delle ricadute termiche, l’interconnessione a livello locale con reti intelligenti e interattive, distribuendo sull’intero territorio non solo i consumi ma anche la generazione.

Anche l’industria dovrà attrezzarsi, in termini di efficienza energetica, per consumare meno e, soprattutto, per mettere in circolazione prodotti che richiedano meno energia in tutte le fasi del loro ciclo di vita: dalla culla alla tomba. O, meglio, dalla nascita alla loro rinascita sotto forma di materiali riciclati: perché gli scarti della produzione e del consumo sono le miniere del futuro: quelle che permetteranno di ridurre la pressione sulle risorse non rinnovabili e sui territori da cui queste vengono estratte; ma, soprattutto, quelle che permetteranno di ridurre i chilometri percorsi da questi materiali.
Nell’economia del riciclo anche l’industria, come l’agricoltura e l’alimentazione, è tendenzialmente vocata all’obiettivo dei chilometri zero: le risorse si troveranno in larga misura dove sono state scartate e dove verranno di nuovo consumate; e là dovranno anche essere trasformate e lavorate.

I trasporti coinvolgono tutti i settori. Per amore o per forza, le merci dovranno viaggiare meno. L’economia globale dovrà diffondere, facendo viaggiare bit e non atomi, disegni, progetti, calcoli e altre informazioni indispensabili a organizzare e ottimizzare produzioni decentrate. Si tratta peraltro di un processo destinato a rivitalizzare molte delle economie locali devastate dalle delocalizzazione. L’efficienza energetica nel settore della mobilità delle persone impone il potenziamento del trasporto pubblico di massa (cioè treni, tram e battelli) e la sua integrazione con sistemi di mobilità flessibile; cioè veicoli condivisi: car-sharing, trasporto a domanda e taxi collettivo, massimizzando l’uso dei piedi e della bicicletta. E riducendo al minimo, ovviamente, il trasporto aereo.

Gli ostacoli principali alla diffusione delle fonti energetiche rinnovabili non risiedono però già oggi nei limiti intrinseci a queste tecnologie e nemmeno, in via prioritaria, negli oneri di carattere economico – soprattutto quando il ricorso a queste fonti è incentivato – bensì negli aspetti di carattere organizzativo e gestionale che emergono quando una tecnologia studiata e messa a punto in laboratorio o in un diverso contesto viene “immersa” in un ambiente socioeconomico, culturale e, in molti casi, anche “naturalistico”, che non è preparato ad accoglierla.
I processi che concorrono a una riconversione del sistema economico in grado di portare il pianeta fuori dall’era dei combustibili fossili non si limitano al ricorso alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica. Ne comprendono molti altri, tra cui la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, ecc. Sono tutti l’esatto contrario delle “grandi opere” e delle produzioni di massa di tipo fordista a cui i governi di tutto il mondo hanno cercato di affidare l’”uscita dalla crisi”; e richiedono tutte un diverso tipo di regia.

Perché sono interventi distribuiti e diffusi sul territorio, altamente differenziati, legati alla specificità degli ambienti e dei contesti sociali; per essere efficaci richiedono, sì, risorse cognitive specialistiche – ormai largamente diffuse in segmenti specifici di ogni comunità – ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali: conoscenze che solo chi vive e opera al loro interno può avere. Richiedono informazioni e tecnologie disponibili a livello globale, ma sono tanto più efficaci quanto più sanno adeguarsi alla dimensione locale della produzione e del consumo.

Un passaggio del genere comporta, tendenzialmente, il trasferimento, a territori più o meno circoscritti e alle comunità che li abitano, di larga parte delle responsabilità di governo dei processi economici che sono state in passato prerogativa dello Stato nazionale; ma che nel corso della globalizzazione degli ultimi decenni sono già state ridimensionate, senza venir però rilevate da nessuna altra autorità pubblica di livello sovraordinato: perché sono state sequestrate o consegnate alla finanza privata.
Centrale in questo passaggio ai territori è il ruolo delle amministrazioni locali: i municipi o le loro aggregazioni volontarie finalizzate a mettere in comune risorse e saperi; oppure le articolazioni decentrate dei grandi agglomerati metropolitani, finalizzate ad avvicinare amministratori e amministrati nel governo del territorio. In questo passaggio l’Ente locale ha un ruolo molteplice: è un canale per veicolare e garantire risorse finanziarie altrimenti non mobilitabili; è un volano per promuovere nuove iniziative imprenditoriali attraverso la trasformazione del proprio modo di operare e di gestire il proprio patrimonio; è fonte di legittimazione di nuove pratiche agli occhi della cittadinanza; è nodo del coordinamento e della diffusione di pratiche replicabili, ancorché nate in contesti locali e specifici, nei confronti degli altri territori o all’interno del territorio stesso.

Ma le amministrazioni locali non sono che uno dei poli del progetto di un trasferimento dei poteri di governo verso livello locale: per operare ci vogliono imprese: vecchie o nuove; pubbliche o private; o miste, o cooperative, o sociali: in questa dimensione il carattere locale dell’impresa – o un suo radicamento a livello locale, ancorché nel quadro di una rete a filiera lunga – è molto più importante delle dimensioni; e per questo può ritrovarsi in vantaggio.
Ma il “terzo attore” di una redistribuzione del potere di governo dell’economia a livello locale è la comunità stessa o, meglio, la “cittadinanza attiva”, attraverso le sue espressioni organizzate – università e centri di ricerca, sindacati, associazioni professionali, scuole, parrocchie, volontariato, comitati civici, ecc. – e il suo coinvolgimento diretto nelle iniziative intraprese; perché è a questo livello che risiedono quei saperi diffusi di cui la popolazione è la depositaria e sempre più, anche, fonte di elaborazione. Saperi che le imprese attuali, nonostante tanta retorica sulla “messa al lavoro” della conoscenza, lasciano in grandissima parte inutilizzati.
Facciamo alcuni esempi: il modello oggi più diffuso di questo “trasferimento di poteri”, ancorché di dimensioni minime e di valore quasi esclusivamente esemplare, è forse rappresentato dai GAS: Gruppi di acquisto solidale. Sono associazioni volontarie di cittadini attivi che si organizzano per saltare l’intermediazione commerciale – e i suoi costi – e per accedere in modo diretto ad acquisti di qualità controllata: prevalentemente, ma non solo, in campo alimentare (prodotti dell’agricoltura biologica o di lavorazioni tradizionali). Nel promuovere la loro pratica mettono al lavoro e sviluppano nuovi saperi: quelli che permettono loro di esercitare un controllo sulla qualità di ciò che comprano.

Ma al tempo stesso stimolano un numero crescente in imprese agricole e di trasformazione ad adeguarsi agli standard richiesti e quindi a imboccare la strada di una riconversione ambientale. In questo processo lo stimolo è reciproco: il produttore che apre la sua azienda alla verifica del consumatore, gli trasmette – trasmette ad alcuni, i più disponibili a farsene coinvolgere – i suoi saperi e ne riceve a sua volta nuovi stimoli.

Manca ancora, in questo intreccio, il terzo attore: l’amministrazione locale. In alcuni, rari, casi comincia a fare la sua comparsa. Per esempio con i farmers market e con la diffusione degli orti urbani. Ma se la promozione dei GAS, da iniziativa spontanea di gruppi ristretti di cittadini attivi, venisse adottata da una amministrazione locale, garantendo il coinvolgimento organizzato degli utenti, potrebbe gradualmente coinvolgere un numero crescente di cittadini, favorire una vera riconversione del territorio agricolo circostante, investire progressivamente altre produzioni – non solo, necessariamente locali, ma sempre caratterizzate da un rapporto diretto con degli interlocutori che esprimono le esigenze di una comunità.

Proviamo ora a trasferire questo schema al settore energetico: il mercato dell’energia (gas ed elettricità) è stato liberalizzato, ma non si può certo pretendere che ogni singolo utente si metta a seguirne i corsi per cambiare fornitore ogni volta che se ne presenta la convenienza. Ma quello che non può fare il singolo utente – nemmeno se è una piccola impresa – lo può fare la forza contrattuale degli utenti associati (alcune imprese già lo fanno); e tanto meglio se a promuovere, legittimare o garantire questa associazione è l’Ente locale.

Nei confronti del mercato ci vuole una mediazione: una ESCo che agisca per conto di tutti gli associati; e che, oltre a contrattare le forniture energetiche, interviene nelle abitazioni e nelle imprese degli utenti associati per promuovere misure di efficienza energetica, sfruttando gli incentivi (come i certificati bianchi) a cui il singolo utente non ha la possibilità di accedere. Ma anche attivando i finanziamenti resi possibili dalla cessione degli incentivi del conto energia.

La valorizzazione delle fonti rinnovabili, per chi ha un tetto, o una pertinenza esposta al vento, o una falda suscettibile di sfruttamento geotermico a disposizione, può avvenire in forma decentrata; oppure in forma associata (e di questa soluzione ci sono già importanti esempi), abbinando le forniture a un gruppo di utenti a un impianto centralizzato gestito dall’Amministrazione locale o da una società a questa associata.

Naturalmente non potrà candidarsi a operazioni del genere un’amministrazione che non abbia innanzitutto provveduto ad attivare tutte le forme possibili di risparmio energetico e di ricorso alle fonti rinnovabili negli edifici e negli impianti che appartegono al suo patrimonio. E poiché questi interventi hanno bisogno di progettisti, di installatori e di manutentori, è in questo modo che si promuove la creazione e la diffusione di imprese in grado di rispondere a questa domanda, ponendo le premesse perché il territorio nel suo complesso non debba più ricorrere a imprese e personale che vengono da lontano (e che saranno poi poco disponibili per garantire una manutenzione tempestiva).

A un livello superiore di coordinamento tra Enti locali e territori contigui, si può anche promuovere lo sviluppo di produttori e fornitori di impianti; ovvero proporre una riconversione alla produzione di impianti di sfruttamento delle fonti rinnovabili, o di loro componenti, fabbriche votate alla chiusura o a intollerabili ridimensionamenti (ma ciò potrebbe consentire di mettere in discussione anche produzioni nocive o micidiali, come automobili di lusso e armi, nonostante che sui mercati vadano a gonfie vele).

Quello che qui si prospetta in campo energetico può essere riproposto in molti altri ambiti, dalle bollette telefoniche e di connessione internet contrattate congiuntamente alla mobilità flessibile, alla gestione del territorio e del suo assetto idrogeologico.

Qual è il punto? I punti sono due.

Primo: con pochissime eccezioni, le amministrazioni locali e soprattutto il loro personale politico (ma anche quello inquadrato nella struttura) non hanno la cultura, la sensibilità e le conoscenze per avviare, o anche solo aggregarsi, a processi del genere.

Secondo: anche se lo volessero, non dispongono e disporranno sempre meno di strumenti operativi. La legge italiana – violenta versione nazionale di orientamenti dell’UE assai meno vincolanti – impone loro di dismettere entro breve le imprese controllate o partecipate, per affidarle a gestioni private e a processi di aggregazione (vedi i casi di Hera, A2A, Enìa, Iride, Acea, ecc.) che le allontanano sempre più dal territorio, dalle sue esigenze e, soprattutto, dalle sue possibilità di un controllo diretto da parte degli utenti; per trasformarsi in holding coinvolte nel gioco finanziario planetario che ha scatenato e continua a riprodurre la crisi che stiamo attraversando.

Per invertire rotta bisogna uscire da una cultura della competitività (tutti contro tutti, per niente altro che la “sopravvivenza”) che non fa che abbassare sempre più gli standard di chi vive del proprio lavoro, senza offrire alcuna prospettiva a una autentica riconversione ambientale. Occorre che nei territori di loro competenza agli Enti locali venga restituita la possibilità, nella massima trasparenza di fronte ai propri amministrati, di fare impresa, di promuovere accordi che garantiscano mercato a chi si impegna in produzioni che corrispondono a un disegno condiviso, di sostenere riconversioni produttive di imprese senza futuro, o che tolgono il futuro ad altri.

All’inizio del secolo scorso, per fornire alla parte meno privilegiata dei propri amministrati elettricità, acqua, gas, fognature, trasporto, e poi anche gestione dei rifiuti, sanità, assistenza, cultura, le amministrazioni a guida socialista o democratica del nostro paese avevano fondato le imprese “municipalizzate”; che esse potevano controllare direttamente, grazie alla copertura di una legge nazionale voluta da Giolitti.

Quel sistema di imprese pubbliche che ora la legge impone di smantellare è stato fatto in gran parte degenerare dal clientelismo; senza peraltro che la sua privatizzazione abbia portato alcun miglioramento agli utenti; mentre ha contribuito comunque non poco ad alimentare una nuova ondata di “finanziarizzazione” dell’economia e le “esternalizzazioni” dei servizi, affidati a subappalti fondati sullo sfruttamento intensivo del lavoro.

Le forme dell’intervento dei municipi nell’economia devono sicuramente cambiare; la trasparenza di tutte le operazioni effettuate il coinvolgimento della cittadinanza attiva nella gestione ne devono diventare vincoli ineludibili, perché sono l’unico presidio nei confronti delle degenerazioni clientelari, che aprono poi le porte alle infiltrazioni e al controllo della malavita organizzata; ma non ci sarà riconversione ambientale senza un recupero radicale da parte delle amministrazioni locali del potere di intervenire nella gestione dei processi di produzione e di consumo che interessano il loro territorio.

 

Fonte: QualEnergia (febbraio/marzo 2011)

Tratto da: ASud

 

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