Di Peppe Meola

Un giorno chiesero a Warren Buffet: “Cosa ne pensa dei derivati?”; e lui rispose: ” I derivati? Sono un’arma di distruzione di massa“.
Se è questo il giudizio del più grande finanziere del mondo, un arzillo vecchietto che (insieme all’altro nonnino terribile George Soros) può muovere una quantità di denaro tale da mandare in crisi un’intera economia nazionale, potete farvi un’idea della mostruosità del mercato dei titoli derivati.

E’ di questi giorni la notizia che Jp Morgan hapubblicamente dichiarato di aver perso, anzi bruciato, la bellezza di 2 miliardi di dollari. Il suo Ceo Jamie Dimon, soprannominato nell’ambiente Voldemort (il cattivone della saga di Harry Potter), ha detto che si tratta di una perdita dovuta a qualche investimento sbagliato. E lo ha fatto con la serenità di chi ha investito sul sicuro, ma è rimasto fregato da serie di eventi sfortunati ed imprevedibili: poverino!

Ora, 2 miliardi sono una cifra enorme…per l’economia reale. Non che nell’ambito della finanza siano noccioline; ma se si inquadrano e relazionano a quello che è il giro di affari stimato del mercato dei derivati mondiale, la cifra diventa di colpo più piccola. Molto piccola.

Per capirci meglio, leggete con attenzione la cifra a cui ammonta l’esposizione di Jp Morgan Chase in derivati:


70.100.000.000.000 di dollari.

Siete riusciti a leggerlo? E’ un numero illeggibile, lo so. Allora vi aiuto: sono 70,1 trilioni di dollari.
Si tratta di cifre inintelleggibili, fuori dalla capacità di comprensione/comparazione per il 99,99% degli esseri umani; o contribuenti, visto che parliamo di soldi. Ora capite perchè 2 miliardi siano “nuts”, noccioline.

Il fatto è che stiamo parlando di una sola banca. E non la sola ad operare sul mercato dei titoli derivati. Eccovi qualche dato sui competitors di Jp Morgan:

  • Citibank:                52,1 trilioni di dollari
  • Bank of America:  50,1 trilioni di dollari
  • Goldman Sachs:     44,2 trilioni di dollari

Nel complesso, le sole grandi investment banks americane hanno in pancia l’iperbolica cifra di 200 trilioni di derivates. Tenete presente che il Pil mondiale è tre volte inferiore. Poi ci sarebbero da aggiungere le esposizioni del resto del mondo; le stime qui diventano difficili, ma secondo gli esperti si parla di almeno 700 trilioni. Ripeto: 700 trilioni.

Se qualcuno pensava che il 2008 fosse stata una parentesi difficile, ma sistemata ed archiviata per sempre, deve clamorosamente ricredersi: è stato solo un antipasto della cerimonia del crollo finanziario. Una specie di raffica di cannonate, al confronto delle esplosioni atomiche che potrebbero generarsi dallo scoppio della immane bolla dei derivates.

I Governi sono stati impotenti ed inconcludenti all’indomani dei crac Lehman Brothers ed Aig nel 2008; e lo sono ancora di più oggi. Le mani hanno paura di mettercele tutti, perchè è come andare a vedere in che condizione si trova un reattore nucleare di Fukushima: hai poco da fare e sai che rimetti la pelle dopo un pò.

Se la crisi dell’Euro è un problema regionale che rischia di creare problemi all’economia mondiale, i disastri della finanza e dei suoi folli prodotti a base di scommesse disperate sono l’Armageddon per l’economia planetaria.

Governi e le Banche Centrali non hanno la forza per poter gestire ed ammortizzare la caduta di questo sistema. A meno di non voler rivedere completamente il paradigma su cui si fonda l’economia a cavallo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio.

Ma:

  • Esiste una leadership dirigente disposta a farlo? 
  • Esiste una conoscenza ed un consenso diffuso per sostenerlo?
  • Esiste una chiara volontà di reset?
Oggi sicuramente no. E nemmeno ci si pongono questi interrogativi. Ma presto potremmo essere chiamati a rispondere.

Stay tuned

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