L’economia occidentale, Stati Uniti in testa, sta cambiando pelle… gli artropodi (come i crostacei o i ragni) per crescere devono periodicamente abbandonare il rivestimento ormai troppo stretto per averne uno più spazioso. Tra i vertebrati, anche i serpenti fanno la muta: un periodo di vulnerabilità necessaria per poter portare vestiti più larghi. Anche il “capitalismo” dell’era manageriale [1] — che non ha più niente a che fare con l’archeocapitalismo patrimoniale con cui i paleomarxisti continuano a tartassarci – conosce cicli di mutamento o trasformazione sistemica.

Nel 1945, un modello economico si infrange su ciò che all’epoca veniva chiamato “il mondo libero”. Un modello che suggella l’integrazione dell’agricoltura nel settore industriale, annunciando così l’unificazione, tuttora visibile, del mercato globale. Uno dei tratti salienti del cambiamento riguarda quindi il settore primario (trasformazione delle risorse naturali e delle materie prime non trasformate), con la meccanizzazione aggressiva e la conquista del mercato della produzione agricola da parte delle multinazionali dell’agrochimica. Ben presto molti contadini un tempo indipendenti diventeranno solo dei subappaltatori, operai-mezzadri, transnazionali dell’agroindustria.

Questo passaggio da un’economia ancora dominata ieri dalla ruralità (in Francia, nel 1906 il 43,8% della popolazione viveva ancora direttamente della terra e nel 1954, il 31%) a un’economia già post industriale (così ben illustrata dal film Play Time di Jacques Tati, 1967) mette la parola fine alla grande crisi del 1929, di cui la guerra fu una delle diverse conseguenze. Ci vorranno inoltre molti anni agli Stati Uniti per beneficiare completamente delle conseguenze della loro vittoria, in particolare attraverso gli aiuti legati al piano Marshall. I giganti statunitensi delle macchine agricole semoventi irrompono sul Vecchio Continente tramite l’aiuto alla ricostruzione… un’industrializzazione che segna la morte delle terre e la fine del mondo rurale.

L’Europa occidentale comincia allora, a marcia forzata, a mettersi alle norme angloamericane; si apre ora un’epoca che verrà chiamata impropriamente i “Trenta gloriosi”. L’adozione del “modello” produttivista porta infatti, fin dal 1945, a un esodo massiccio dei campagnoli che affluiscono alla periferia delle città. Esodo che finirà solo negli anni Settanta in seguito alla politica di ricostituzione delle terre agricole cominciata nel 1965. Una migrazione che porta presto all’ipertrofia carcinogenica delle “banlieues” in cui si ammucchiano e crescono le città dormitorio, depositi umani dove si ammucchieranno poi nel 1962 i rimpatriati d’Algeria, e che accoglieranno poi il flusso crescente dell’immigrazione.

Vediamo oggi quali sono i veri benefici di questo primo grande mutamento della fine dell’era industriale: paesaggi livellati dalle ristrutturazioni territoriali e dal ricorso a macchine sempre più mostruose, concimi e pesticidi che inquinano l’aria che respiriamo fin dentro alle nostre metropoli… l’esodo rurale che si è dispiegato per quarant’anni in Europa occidentale, si svolge oggi sotto i nostri occhi nell’Europa orientale sottomessa alle costrizioni normalizzatrici legate alla “costruzione” europea. E questo, senza che le lezioni di un passato ancora recente siano, in un qualsiasi modo, state tirate.

Sembra che il 2008 sia stato segnato da una rottura analoga – perlomeno dal punto di vista civilizzazionale – a quella che accompagnò la vittoria alleata sul Reich tedesco. Dopo la distruzione accelerata delle società tradizionali dell’Europa occidentale, che sono state letteralmente “sradicate”, per trovarsi proiettate nella modernità consumistica (in questo periodo passiamo da un’economia basata sul risparmio a un’altra fondata sul credito e in seguito sul debito cronico – una forma inedita di servaggio), assistiamo ora a un nuovo cambiamento di paradigma ecosocietale.

Nel 2010, dopo le difficoltà precedenti, è un altro modello che tenta di instaurarsi che ridurrà verosimilmente l’industria occidentale alla porzione congrua, in favore delle attività di servizi e ad alto valore aggiunto (elettronica, genio genetico, nanotecnica, bionica…). Ma tutto sommato, checché se ne dica, se la potenza della Cina cresce, affermandosi così come laboratorio del mondo, le fonti del potere economico planetario nella sua dimensione finanziaria si trovano ora sugli argini del Tamigi, del fiume Hudson (e eventualmente dell’Amstel), e sulla riva sinistra del Potomac, dove si trovano le grandi istituzioni finanziarie: Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale e soprattutto la Riserva Federale.

La rivalità euro-dollaro

Il regno del dollaro è certo contestato, ma è ancora capace di risollevarsi [2]. L’abbiamo visto in occasione della sua rivalutazione del febbraio 2010 di fronte a un euro in preda a attacchi inimicali. Eventi troppo recenti per essere perfettamente chiariti ma che si svolgono, come succede spesso, secondo una trama stabilita: alcuni stabilimenti finanziari di Manhattan, come Goldman Sachs, avrebbero da una parte aiutato lo Stato greco a negoziare il suo debito sui mercati, dall’altra manipolerebbero certi “fondi speculativi” (hedge funds) per sferrare attacchi contro l’euro, quindi attraverso la Grecia contro l’Unione europea … e questo la dice lunga sull’audacia di questi raiders e sulle capacità offensive del sistema, sull’arte e la scienza della manipolazione del debito per mettere gli Stati sotto tutela (o per richiamarli all’ordine). L’FMI, organo sussidiario dell’informale governance mondiale, non ha proposto, in occasione della crisi ellenica, di venire qui a immischiarsi per aiutare l’Europa sottosviluppata ormai incapace di gestire da sola il proprio debito? Questi santuari del dio dollaro continueranno a esistere, quindi, finché vi si troverà la fonte creatrice della nuova economia mondiale finanziaristica, considerata allo stesso tempo come arte, scienza e tecnica… cioè finché queste piazzeforti dell’ultracapitalismo in cui si elaborano le gamme dei nuovi prodotti virtuali e gli strumenti relativi, costituiranno il cuore del reattore dell’economia mondiale… ecco perchè quando, il 15 settembre 2008, questo cuore ha smesso di battere per un momento, è l’intero pianeta a essersi bloccato.

Verso l’America-mondo

Seguendo in questo l’esempio statunitense, l’Europa passa progressivamente (ma con alcuni incredibili passi indietro: ondata di ristrutturazioni e delocalizzazioni degli anni Novanta, contrazione brutale del 2009…) da un’economia di produzione a un’ “economia di servizi” in gran parte dominata dal turismo (L’Europa-museo, un misto di Disneyland e Versailles).

Dopo lo spodestamento del gigante automobilistico General Motors (dalla Toyota e poi dalla FIAT, e questo fatto è concorde col seguito del nostro discorso), l’inventiva America è già “altrove”. Se le industrie in generale non possono ovviamente essere abbassate al rango di reliquie economiche, ciò non toglie che, da parte sua, la prosperità degli Stati Uniti ne dipenda ormai solo in minima parte.

Notiamo tra l’altro che alcune attività portano le economie periferiche a dipendenze quasi assolute nei confronti del “centro” emittente. Prendiamo l’esempio del sementiero Monsanto che, grazie a specie vegetali geneticamente modificate (OGM), allarga la sua influenza su una parte crescente del pianeta creando stretti legami clientelistici tra i produttori – specialmente per quanto riguarda i brevetti delle semenze –; legami di costrizione che molti farebbero fatica a rompere… e causa di fallimento per i produttori locali.

Si vede chiaramente dal nostro discorso che l’attività “motrice” dell’economia nordamericana, al momento tende a essere l’ingegneria finanziaria, con il suo seguito di prodotti derivati declinati in gamme sempre più estese, originali e innovanti.

“Regredendo”, il settore industriale dovrà trovare il suo posto in seno alla nuova forma di capitalismo in corso di elaborazione: occupare cioè una nuova funzione in seno a un sistema globale la cui fonte (già in bella vista e per un tempo indefinito) abbiamo detto non essere altro che l’America-mondo

Il carbonio, economia smaterializzata

L’agilità di adattamento dei salariati statunitensi – anche se è abitudine parlare ora, alla maniera anglosassone, di flessibilità – abituati come sono a un’ “economia nomade” (in America nessuno esita a spostarsi dal nord al sud e dall’est all’ovest del continente per lavoro; uno stato d’animo ereditato dai migranti del vecchio mondo, dal Pioneering Spirit o semplicemente, da una necessità impostasi con la Grande Crisi degli anni trenta) che non è propria delle tradizioni della vecchia Europa… a dispetto del fatto che quest’ultima ha conosciuto importanti ondate d’emigrazione principalmente verso gli Stati Uniti: Italiani, Greci, Svedesi e un quarto degli Irlandesi dopo la grande carestia del 1845-1849.

A torto quindi gli Europei seguono l’esempio della deindustrializzazione statunitense e ci avventiamo a tutta forza negli inganni dell’economia smaterializzata e della sua ultima creazione, l’economia-carbonio.

Fragilizzata dalla mondializzazione e dalla concorrenza dei paesi produttori il cui costo sociale e ambientale è minore, l’industria europea vive un momento orribile, ecco perché è necessario denunciare senza sosta la trappola tesa dalla classe politica europeista, di “destra” come di “sinistra”, che vorrebbe sprofondare ancor di più la produzione industriale sotto queste tasse sul carbonio, che non sarebbe altro che ulteriori penalizzazioni in un settore già saccheggiato dai prodotti manifatturieri ultra concorrenziali delle cosiddette economie emergenti.

Non parliamo qui dei gruppi transnazionali che, loro sì, scappano ampiamente all’imposta (tasso medio di imposizione al 30% contro il 45% per le imprese ordinarie in Francia) grazie alle piazze finanziarie off shore (ossia i paradisi fiscali insulari). Una situazione perfettamente ingiusta ma resa necessaria dalle condizioni stesse della concorrenza mondiale… Quanto a Michel Rocard, ex primo ministro socialista, da allora presidente della Conferenza di periti sulla tassa carbonio o Contributo Clima Energia (CCE), si è eretto a buon apostolo dei tassi proibitivi per l’imposta carbonio, al modo dei “Verdi”, che paradossalmente sono riusciti a convincere l’opinione pubblica del loro impegno filantropico al servizio dell’umanità sfruttata.

Grandi potenze interdipendenti eppur in guerra le une contro le altre

Il lettore comincerà sicuramente a capire il nostro discorso… essendo Londra e Amsterdam la postazione arretrata – avanzata di Manhattan, la cui influenza si stende sull’Unione europea tramite il “NYSE Euronext, Inc”, nato nel 2007 dalla fusione tra il New York Stock Exchange e il gruppo Euronext (anch’esso derivato dalla fusione nel 2006 del London International Financial Futures and options Exchange con le Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona e Porto), l’Europa si sente spinta a fondersi sempre più nella nuova economia del “nulla”.

Con “nulla” bisogna intendere attivo artificiale, valore materialmente inesistente, giochi di scritture (tra cui le quote d’emissione carbonio) accompagnate da belle parole, il dollaro di carta e la sua versione obbligazionaria sotto forma di Buoni del tesoro… ricordiamo che nel 2009 lo Stato federale statunitense faceva stampare le banconote – il cui valore reale si riferiva al solo costo di stampa – con cui si ricomprava con la mano sinistra i buoni del Tesoro emessi con la mano destra. Stupefacente gioco di mano!

Giochi di scritture, giochi di prestigio e economia virtuale sono un tutt’uno. L’economia carbonio, le nuove filiere verdi create dal niente a partire da calcoli e conclusioni che si fregiano dei prestigi della scienza per meglio tradire, non ha ovviamente come finalità un riorientamento sostanziale dell’economia in favore di una gestione razionale delle risorse domestiche future, ma il rilancio della crescita e il consolidamento del Mercato.

Da questo punto di vista, la distorsione del reale e la deviazione di una legittima inquietudine delle opinioni relative alla distruzione accelerata dell’ambiente naturale per fini mercantili, si rivelano estremamente interessanti… e se “il morto afferra il vivo”, il sistema fallito le cui turpitudini sono state messe a nudo (ma senza conseguenze immediate per lo stesso), si rifà una verginità, trasferendo la totalità del suo patrimonio genetico e delle sue capacità di nocività, all’ipotetico soccorso al pianeta ormai agonizzante.

Per il momento, contrariamente a ciò che molti pensano, l’arrivo sulla scena internazionale di nuove grandi potenze – Cina, India, Brasile – non cambia niente di sostanziale alla configurazione dinamica del Nuovo Ordine Mondiale, al contrario, dato che da allora tutti sono solidariamente interattivi in seno a un sistema unico i cui centri nevralgici si trovano nel nord est degli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Assistiamo quindi solo a una ricomposizione della divisione internazionale del lavoro avente come corollario una mondializzazione (un mercato unificato) la cui integrazione progredisce a vista d’occhio… sommariamente, la Cina è così diventata il primo Stato-laboratorio dell’economia mondo, l’India ne è il siderurgista e il prestatario di servizi informatici, il Brasile produce gli oleo-proteaginosi necessari alla nostra sovraconsumazione di prodotti carnei e degli agrocarburanti destinati a alleggerire le dipendenze dai prodotti petroliferi importati…

Alcune delle regole comuni dell’Organizzazione mondiale del Commercio e un’interdipendenza moderatrice degli ardori concorrenziali inducono certe forme di solidarietà tra gli attori in seno al sistema universale, contribuendo quest’ultimo a creare reciprocamente ricchezza.

Nonostante ciò, sarebbe un grave errore prendere le inevitabili, se non addirittura inespiabili, rivalità tra grandi potenze per il controllo e la confisca delle risorse naturali, come una contestazione o una rimessa in questione del sistema da parte degli uni o degli altri… Feroci concorrenti che si affrontano in guerre indirette, guerre mascherate come quella per esempio che oppone gli Stati Uniti e la Cina sul continente africano, in particolare in Darfur.

Nell’ambito di questa “spietata guerra economica che non dice il suo nome” (François Mitterrand), infatti, gli antagonismi sono innanzitutto geostrategici… Ma, contrariamente ai desideri degli avversari del mondialismo, nessuno tra i “Grandi” propone una qualche rivoluzione concettuale, un’uscita dal modello ultraliberale e la costruzione di una visione olistica dei rapporti dell’uomo con il suo ambiente biologico e fisico, e del posto che deve occupare nella Natura e come individuo nell’insieme degli esseri viventi [3].

Fino a prova contraria, la Federazione russa, nemico di lunga data del blocco atlantico, non propone nessuna alternativa al sistema attuale e soprattutto, non evoca neanche la necessità di trovarne una. Nemica del blocco capitalismo dal 1945 e fino alla fine del regime sovietico, le due superpotenze non smettono per questo di fondare la propria legittimità morale su un certo numero di miti (quegli stessi che vengono oggi rimessi in causa dai Paesi Baltici) fondatori del Nuovo Ordine Internazionale nato, all’incirca, nel 1945 a Yalta. Per quanto riguarda la Cina popolare e neo imperiale, essa è l’esempio stesso di un’integrazione riuscita in seno al sistema globale ultraliberale.

Nonostante ciò, qualunque sia la forza delle interdipendenze che legano attualmente i partner e rivali (la metà delle riserve di attivi cinesi sono libelli in Buoni del Tesoro statunitensi: circa 1400 miliardi di dollari), questo non significa che non scoppieranno guerre locali o regionali… le zone di tensioni o frizioni sono numerose e ognuno si metterà d’accordo per difendere con le unghie e coi denti i propri territori di caccia:i suoi mercati, la sua clientela, le sue fonti d’approvvigionamento, le sue zone di influenza.

Le controversie Pechino-Washington su Tibet e Taiwan illustrano bene questo punto di vista. A torto si crederebbe, con più o meno autosuggestione, che l’attuale sistema di interdipendenze economiche e finanziarie forti garantiscono la stabilità e la pace. Insistiamo sul fatto che le rivalità e gli antagonismi geopolitici e geoeconomici non costituiscono in nessun caso una rimessa in causa della logica sistemica oggi all’opera per gran sfortuna degli uomini, dei popoli, della civilizzazione e degli esseri viventi in generale.

Il collettivismo non è l’alternativa

È a partire da questa constatazione che bisogna apprezzare la portata e il significato esatto della contestazione che si è espressa a Copenhagen nel novembre 2009 o al Forum sociale di Porto Alegre a fine gennaio 2010.

La posizione dei Verdi è stata analizzata come partecipante attivo di un’asta liberalista-libertaria che mira a sempre più libertà per il mercato e a un inquadramento fiscale e regolamentare sempre più stretto per le industrie nazionali medie o piccole (indipendentemente dalla loro presenza sui mercati esterni), ad eccezione dei gruppi transnazionali che, loro sì, riescono a sottrarvisi, in gran parte con l’attiva complicità dei governi grazie alle loro domiciliazioni all’estero (Macao, Cipro, Isole anglonormanne, Bahamas, enclave giuridiche come lo Stato del Delaware…)…

Ma il “sistema” non si impone? A questo proposito bisogna evitare di cadere in un moralismo da quattro soldi: la guerra economica, reale ma poco visibile per l’opinione, dipende essenzialmente dalla real politik e non dalla morale ordinaria. È facile, del resto, per i decisori politici sventolare panni rossi sotto gli occhi dell’opinione e darle in pasto i paradisi fiscali – che non hanno giocato alcun ruolo nella crisi – o le sovraremunerazioni dei traders, che non sono altro che agenti del sistema e in nessun caso decisori di primo piano.

Tante illusioni destinate a polarizzare l’indignazione e a sottrarre così l’attenzione delle folle sui punti marginali prendendo due piccioni con una fava con l’eliminazione dei “paradisi fiscali” concorrenti come la Svizzera, il Lussemburgo o il Lichtenstein. “Paradisi” che se guardiamo bene costituivano altrettanti isolati culturali e bastioni di resistenza alla laminatura mondialista e alla “moralizzazione” su misura che la precede: un’esigenza di moralizzazione degli attori in profitto solo delle piazze forti angloamericane, alla fine destinata ad assicurare un quasi monopolio ai paradisi domestici, Londra e Manhattan in primis…

L’ultraliberalismo nemico delle libertà in generale – tranne per ciò che riguarda quelle del mercato, la libera circolazione delle merci, delle belle parole e delle oligarchie che le detengono – si rivela essere in verità una forma di dispotismo esacerbato nei confronti dei produttori indipendenti e della proprietà patrimoniale.

Grazie all’esperienza, è inevitabile constatare che la “deregulation” del mercato – ciò che costituisce la sua ragion d’essere: un’assoluta libertà transazionale condizione di una supposta ricchezza delle nazioni – si accompagna necessariamente a una distruzione correlativa delle strutture sociali… poiché fluidificare il mercato implica distruggere l’organizzazione societale esistente per “ricomporla” qui, e a volte “altrove” quando si delocalizza e si licenzia massicciamente… È anche incoraggiare la frammentazione sociale segmentando il mercato all’infinito, ossia creando nuovi bisogni per nuove clientele sviluppate più o meno artificialmente a colpi di incitamenti consumistici, egotistici e libertari (dato che l’individuo si afferma in opposizione alla norma sociale)… adolescenti, bambini sempre più giovani, minorità sessuali, etniche, disfunzionali diventati tanti segmenti di un mercato comunitarizzato come fattore di divisione del corpus sociale.

Riguardo al tessuto sociale europeo, è stato smantellato e trasferito nei paesi a economia emergente lasciando sul terreno gli uomini e il loro know-how (e non parliamo dei brevetti comprati o trasferiti con le imprese spaesate!)… Bene, dato che le cose non si fanno senza problemi, , un controllo sociale sempre più stretto e norme securitarie sempre più dure s’impongono. Il paradosso quindi tra liberalizzazione del mercato e restrizioni delle libertà è solo apparente, dato che non possiamo averne una senza l’altra…

Certo gli Altermondialisti riuniti a Porto Alegre chiedevano a gran voce “una maggiore regolamentazione”, ma senza per questo rimettere in causa la logica intrinseca del sistema, tranne alcuni, destinati a ricadere nell’impostura ideologica di un anti capitalismo, utenza multipla del collettivismo.

Infatti, non più dei “Verdi”, gli Altermondialisti in generale non sono grandi contestatori dell’ordine stabilito e del paradigma ipercapitalistico (sistema dell’economia-mondo ultraliberale), che in fondo non è altro che un prolungamento modernista di un’economica di pura predazione da cui sarebbe stata soppressa la saggezza dei popoli primitivi che sapevano, loro, gestire le proprie risorse senza finirle completamente…

Cos’è infatti un sistema basato sulla distruzione senza limiti (la consumazione nel senso primo del termine) e senza riguardo per il futuro? Si tratta quindi di smettere di “divorare” il pianeta, smettere di praticare l’autofagia: quella del mondo che ci porta, la nostra matrice.

Le due facce di Lula da Silva

Sarebbe bastato osservare con divertimento le andate e ritorni Davos-Porto Alegre del presidente brasiliano Lula da Silva, dove è stato accolto come grande messaggero, per convincersi che i due summit non sono altro che due scene e due manifestazioni della stessa rappresentazione.

Tra l’altro, chi è Luiz Ignacio da Silva detto “Lula”? [4]. Rischiando di contravvenire ai cliché stabiliti, il grande araldo della sfera d’influenza altermondialista (quella che, come dice il suo nome, non si oppone al mondialismo, ma vuole orientarlo in maniera diversa) è un populista neoconservatore di moda sudamericana. Del resto ne ha anche il “profilo”: ex sindacalista trotskista, il suo percorso ideologico è tutto sommato analogo, per molti versi, a quello di molti di quegli uomini di influenza che troviamo propulsati sul davanti delle scene politiche dell’area euratlantista… o che incrociamo – in attesa di un destino federale in seno all’Unione – nelle diverse “Fondazioni” che pullulano a Washington.

Allo stesso modo, Lula da Silva ha avuto un percorso esemplare: dalla lotta sovversiva alla mega agroindustria (carburanti “verdi” e proteine vegetali) che si estende all’infinito sulle ceneri della foresta amazzonica e sul corpo di quel prodigioso gioiello naturale che è il Pantanal. Ironia della sorte, il suo nome, da Silva, rinvia alla selva primordiale, quella stessa che questo grande araldo di un mondialismo parato coi colori dell’umanismo terzomondista, questo amico dei potenti, fa distruggere a un ritmo sfrenato.

Consumare “ecologicamente”

Allo stesso modo con cui alcune mosche parassite depongono un uovo su certe formiche, e questo uovo divora il suo ospite dall’interno, la rivoluzione conservatrice neoliberale (che trae una grande parte della sua ispirazione dalla corrente rivoluzionaria trotskista), dopo essersi sbarazzata di ogni servitù etica, si è ora installata silenziosamente nella pelle dell’ecologia per fagocitarla senza far rumore.

Di modo che la “contestazione” ambientalista recuperata si ritrova al centro del sistema con uno statuto di strumento privilegiato di rilancio e accessoriamente come mezzo di legittimizzazione dell’ordine “interno”, della concentrazione dei popoli necessaria in nome dell’urgenza eco-climatica, che giustifica a posteriori il libero esercizio delle forze del mercato. Lo “sviluppo sostenibile” indora così il blasone sbiadito dell’ipercapitalismo, fa passare in secondo piano la sua contestazione e rende accettabili (libera dal senso di colpa) tutti gli eccessi di un consumo compulsivo.

Consumo che non mira a soddisfare bisogni, ma assicura il riciclaggio permanente di produzioni a corta durata di vita. Servendo, all’occasione, a compensare tutte le frustrazioni generate da modi di vita artificializzzati… A offuscare con lo stesso colpo l’ansia diffusa legata a un’instabilità societale crescente, e che accompagna l’accelerazione continua della circolazione di beni e segni monetari.

Un’accelerazione dei cicli di produzione/distruzione che destabilizza in profondità le società post-industriali dato che la ricerca di guadagni rende nomadi gli approvvigionamenti di materie prime e la produzione, essendo i fondi d’investimento in continua migrazione opportunista, come gli sciami di cavallette pellegrine. Una sovraconsumazione che libera allo stesso modo dal senso di colpa crescente installato da poco nelle coscienze (e non solo in quelle degli occidentali), che non possono più ignorare le devastazioni di un sistema predatore senza fede né legge…

Il parlare “verde”

Il “periodo verde” dell’ultraliberalismo si circonda di un’abbondante e sapiente nebbia retorica relativa a una “crescita rispettosa della natura”, questo grazie alle energie rinnovabili, alle industrie di disinquinamento, al genio genetico, alla ricerca, ecc…

Il Gruppo di Esperti Intergovernativi sull’Evoluzione del Clima (GIEC) [6], organo tecnico della governance mondiale, ha fatto un montaggio che ha gettato polvere negli occhi il tempo sufficiente a creare un nuovo elemento mitico per l’edificio ideologico, giustificando la costruzione e l’instaurazione di un potere sovranazionale a livello planetario, l’instaurazione, cioè, di una “governance” mondiale. Governance che finirà necessariamente nelle mani di oligarchie finanziarie, le stesse che nomineranno, o espelleranno, gli uomini e i governi incaricati di cambiare le loro politiche in tutto il mondo.

Il catastrofismo ecologico come interpretazione di fluttuazioni e di fenomeni climatici che scappano ancora a una piena comprensione scientifica, viene così ora sfruttato a fondo per orientare l’opinione pubblica, affinché questa si riversi nelle vie già tracciate e segnalate con cura da un “sistema” che alla fine si erge a salvatore dell’umanità.

Un passo che, appoggiandosi sulla paura di un riscaldamento climatico cataclismico, ma usando l’autorità della comunità scientifica, esclude di colpo qualsiasi riflessione di fondo e gestisce la paura… Un timore che si combina a una cultura di “solidarietà” nei confronti dei più indigenti, le cui manifestazioni sempre più spettacolari hanno avuto luogo in occasione dello Tsunami (26 dicembre 2004) e del sisma di Port-au-Prince (13 gennaio 2010). Solidarietà di massa metodicamente e mediaticamente sostenute per alimentare in abbondanza il “settore” in piena espansione dell’aiuto umanitario.

Paura universale e solidarietà attiva destinate alla fine a bandire qualsiasi ragione critica nei confronti di un sistema che allo stesso tempo sfrutta la paura e la compassione, sullo scenario di un ottimismo irrazionale per il quale “l’Umanità minacciata nella sua sopravvivenza troverà sempre una soluzione alle sfide che è chiamata a svelare”. Niente di meno certo!

Ciò non toglie che nella situazione presente la soluzione avanzata, l’ipercapitalismo ridipinto con i colori dell’arcobaleno, non è la soluzione, ma la perpetuazione del male stesso… alcuni sintomi – i più evidenti – verranno cancellati dal paesaggio, ma il male continuerà a erodere le società e a divorare la natura condannata a deperire fino all’arrivo del deserto.

In caso contrario, il mercato ribattezzato “sostenibile” continuerà a dispiegare la sua inesorabile logica di crescita esponenziale e di sfruttamento a morte delle “risorse” naturali e umane. In quanto gli scambi che si definiscono “equi”, sono secondo ogni logica destinati a restare relativamente marginali poiché fuori dal circuito delle megastrutture commerciali generatrici di plus values at large. Un’industria della rendita mai a corto di paradossi né d’inventiva che farà prosperare, per esempio, il commercio delle licenze a inquinare, facendo accettare genialmente (e senza storie) l’amara pillola di innumerevoli eco-tasse presenti e a venire. Così, la società eco-totalitaria è in marcia su una strada lastricata di buoni sentimenti.

Il proselitismo della paura

Reinserito nel contesto delle grandi paure tetanizzanti che sono state strumentalizzate fin dall’inizio del millennio (il Terrorismo infinitamente meno pericoloso e assassino del traffico di droga, e, per questo, rivestito da un inquietante carattere di irrazionalità; la pandemia fantasma di influenza suina; la crisi finanziaria che avrà permesso un arricchimento spettacolare, dopo rifinanziamenti pubblici, di stabilimenti finanziari le cui derive colpevoli saranno state la causa di un crack borsiero di grande magnitudo…), il sospetto legittimo che si manifesta e che cresce nei confronti del discorso dominante mostra un divorzio crescente tra l’opinione pubblica – in senso lato – e governi che non tengono in conto questo disaccordo, se non addirittura questo rinnegamento.

A questo proposito, il ruolo svolto dalla stampa è quanto mai detestabile… è stato necessario che una parte della comunità scientifica insorga contro la falsificazione a grande scala delle cifre e dei risultati dell’IPCC (Gruppo consulente intergovernativo sul mutamento climatico) perché si cominci, sotto la pressione di rivelazioni difficili da negare, a fare qualche concessione per poter calmare una certa “rabbia” crescente. Eppure, di fondo, non è cambiato nulla: la finanza verde è operazionale, la “macchina” globalizzante è lanciata e nessuno annuncia un benché minimo passo indietro sulle tasse carbonio…

Quindi, per riassumere, cosa constatiamo? Che avendo scatenato e orchestrato la grande paura del riscaldamento climatico, il Club dei potenti ha appena inventato una nuova forma di economia smaterializzata, il commercio del “carbonio”, un concetto declinato sotto innumerevoli forme e che, in primis, permette di istituire la prima imposta mondiale della storia umana… rendendo imponibili sulla carta, i poveri come i ricchi. Ma questi ultimi, avendo più assi nella manica, si stanno già mettendo d’accordo per far fruttare e truccare la loro quota.

Un buon numero d’economisti (una corporazione che ha spesso un po’ di ritardo sugli eventi, come abbiamo visto nell’autunno 2008!) al momento chiosano sulla desindustrializzazione e il declino della potenza statunitense! Ma questi “specialisti” hanno occhi che non usano per guardare. Viene da chiedersi come facciano a far sembrare di non capire come funziona il mondo nel XXI secolo. Quale concezione arcaica, accademica o strumentale del Nuovo Ordine Mondiale è la loro, per essere incapaci di capire meglio “Copenhagen”?

Poco importa che il broglio sul riscaldamento climatico stia venendo alla luce, finché la contro informazione si trova confinata sulla Rete e nella misura in cui la bugia istituzionalizzata ha la pelle dura e quasi inattaccabile… Intendiamo, con ciò, la “verità” imposta dai media, fan ufficiale del pensiero unico e della neolingua il cui ruolo esclusivo è diffondere propaganda e pubblicità in favore de Il Mondo Nuovo… Due facce di una sola e unica medaglia. Infatti, l’idea di una minaccia catastrofica d’ordine climatico (rinforzata da numerosi episodi recenti: cicloni, maremoti, sismi…) instancabilmente sostenuta e diffusa dalle televisioni, alla fine è arrivata a radicarsi profondamente nell’opinione sedimentandosi su un senso di colpevolezza diffuso.

Bisognerebbe tra l’altro stabilire un parallelismo tra le campagne relative all’imminenza del collasso climatico e quelle legate alla pandemia di influenza suina, dato che le seconde, si sono sviluppate naturalmente sul terreno psicologico creato e preparato dalle prime. Stessa causa, stessi effetti, perché alla fine il “commercio della paura” si rivela essere ad alto rendimento economico e finanziario: mentre l’industria farmaceutica dava segni di cedimento (scadenza dei brevetti per molte molecole destinate da lì poco a passare nell’ambito dei “generici”), l’opportuna pandemia e il suo seguito di timori, è arrivata al punto giusto per rilanciare la macchina. Alleluia!

I “crediti carbonio” un commercio fraudolento

Il commercio del carbonio non risale a ieri, i paesi industrializzati hanno negoziato tra di loro fin dal 1990 una ripartizione delle emissioni di gas serra. All’epoca, l’Unione sovietica aveva ancora un ampio parco industriale e per questo si è vista attribuire un’importante dotazione. L’anno seguente, nel 1991, l’Unione sovietica collassava. Con il crollo della sua produzione, le sue emissioni son velocemente declinate. Ciò non toglie che questi gas non verranno mai considerati come propri dalla Russia e dai suoi ex satelliti dell’Europa orientale, che li fanno intervenire in ogni negoziazione, sotto forma di diritti d’emissione rivenduti al miglior offerente. Così, in virtù del sistema attuale, gli Stati Uniti acquisiscono diritti tra i nuovi membri della NATO in Europa dell’est e si avvalgono in seguito di riduzioni inesistenti. Un altro esempio, se il Regno Unito finanzia la Cina popolare affinché smantelli una centrale al carbone e costruisca una diga idroelettrica, Londra beneficia di questa riduzione di emissioni di carbonio, in ragione delle riduzioni globali previste per ogni paese. Da parte sua, la Cina si avvale anche dei propri nuovi equipaggiamenti idroelettrici e li deduce dalle sue quote d’emissione. Per completare un quadro comunque non esaustivo, evochiamo il processo delle “foreste fittizie” conosciuto con l’acronimo LULUCF (Land Use, Land-Use Change and Forestry) ossia, l’uso delle terre, il cambio di designazione delle terre e la forestazione. Essendo le foreste tanti captori naturali di diossido di carbonio, vengono accordati dei crediti per la loro preservazione. Ora, le multinazionali della forestazione, nipponiche, canadesi, svedesi e finlandesi sono arrivate a introdurre una clausola per la quale la “gestione sostenibile delle foreste” permette loro di sparare a salve senza perdere per questo crediti carbonio legati alla preservazione integrale delle foreste. Così una foresta rasata al suolo non appesantisce il vostro bilancio carbonio!

Notiamo infine che tutte le raccomandazioni scientifiche prendono l’anno 1990 come punto di riferimento del livello pericolosamente elevato da cui devono partire. Quindi, quando parliamo di una riduzione del 40%, vogliamo dire 40% in meno che nel 1990. Ma gli statunitensi hanno deciso – in un momento di inspirazione pubblicitaria –di prendere il 2005 come livello di riferimento. Tutti parlano dei livelli del 1990 tranne loro. Allora, quando Washington promette una riduzione del 17% rispetto al livello del 2005, propone in realtà una riduzione del 4% rispetto al livello del 1990 – molto meno rispetto agli altri paesi ricchi – .

di Jean-Michel Vernochet

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