di Stefano D’Andrea a seguire Gli Stati protezionisti sono nel boom di Maurizio Blondet

Chi mi segue da un po’ di tempo sa che suggerisco senza se e senza ma il protezionismo.

Il protezionismo, e non il socialismo, è i contrario del globalismo – formula nella quale riassumo i dogmi della libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e delle persone in uno spazio nel quale i territori degli stati non sono più elementi di questi ultimi, bensì semplicemente parti, non delimitate da confini, dell’unico mercato aperto.

Un paese protezionista al suo interno può essere liberista  o socialista. Un paese non protezionista verso l’esterno, chiamiamolo paese globalista, è necessariamente liberista al suo interno.

Un paese protezionista manterrà i suoi beni pubblici e potrà aumentarli. Un paese non protezionista finirà necessariamente per vendere i suoi beni pubblici. Quando poi alcuni grandi paesi sottosviluppati intraprendono la strada dello sviluppo, e raggiungono un certo livello di sviluppo delle forze produttive (oggi Brasile, India, Cina, Russia e altri), i paesi più ricchi ma non protezionisti sono costretti alla deflazione salariale, a causa delle delocalizzazioni, della fuga o del rischio di fuga dei capitali e della concorrenza di lavoro a basso costo. Due soltanto sono, forse, le eccezioni a queste regole. Una è esemplificata dalla Germania nell’ultimo decennio, la quale ha avuto la fortuna di imbattersi in classi dirigenti dei paesi del sud Europa talmente imbelli (o svenditrici delle nazioni per miserabili interessi) da accettare la moneta unica; con il risultato che i paesi del sud Europa hanno finito per essere strutturalmente in deficit nei confronti della Germania e strutturalmente indebitati nei confronti della Germania per acquistare i prodotti della Germania! La seconda eccezione è costituita dalle nazioni di volta in volta dominanti, con potere imperiale: oggi gli Stati Uniti d’America. In questi paesi, l’afflusso di capitali dalla periferia al centro dell’impero e l’emissione di moneta imperiale – generalmente moneta di riserva accumulata dalle banche centrali e moneta del commercio internazionale – possono evitare la svendita dei beni pubblici e, inizialmente, le delocalizzazioni e la deflazione salariale; o meglio possono compensare i due fenomeni. Ma alla lunga, la cura delle due malattie sarà necessaria, almeno nel senso che il paese imperiale sarà costretto a guerre permanenti di rapina.

E’ appena il caso di accennare che intendo il termine socialismo in senso lato, come ordine giuridico-economico caratterizzato da istituti che tutelino i redditi da lavoro e garantiscano che una quantità rilevante del PIL – non inferiore al 55% – sia scambiata non in forma di merci, bensì in forma di diritti (sociali) o a prezzi non di mercato ma calmierati (equo canone; affitto di immobili pubblici; stabilità del rapporto di lavoro subordinato; scala mobile; sovvenzioni all’agricoltura). Insomma intendo per socialismo ciò che il bravissimo Luigi Cavallaro ha chiamato il modo di produzione statale. Poca cosa, obiettate? Meglio di niente certamente; e forse addirittura il giusto, rispondo.

Il protezionismo stimola la produzione interna e quindi è uno strumento per sviluppare occupazione e tentare di giungere alla piena occupazione. E se c’è piena occupazione, non c’è deflazione salariale, perché il capitale deve pagare di più i lavoratori per trattenerli ed attrarli. Ad essere più precisi, si deve convenire che le politiche di piena occupazione, volte a garantire salari dignitosi, sono più agevoli e danno più facilmente risultati in un ordinamento statale che ricorre al protezionismo. In certo senso il ricorso a forme di protezionismo è la precondizione per avere salari dignitosi. Condizione non sufficiente ma comunque necessaria.

Inoltre, la limitazione della libera circolazione dei capitali è la precondizione per tassare le rendite ed eventualmente (in caso di necessità) i patrimoni. Senza limiti alla circolazione dei capitali, la tassazione delle rendite ed eventualmente dei patrimoni è impossibile, perché i capitali fuggono. La protezione delle imprese nazionali rende più agevole anche la tassazione dei profitti; allo stesso modo, una certa protezione del commercio dalla concorrenza rende più agevole la tassazione dei profitti dei commercianti. Insomma ti proteggo ma ti tasso.

Nei paesi ricchi, o come si suole dire sviluppati, la scelta globalista stimola le delocalizzazioni e le importazioni e pertanto rende impossibile la piena occupazione. E senza piena occupazione si ha evidentemente uno tendenza alla deflazione salariale.

Uno stato globalista è uno stato che stimola la valorizzazione del capitale nella forma del commercio internazionale e in investimenti produttivi e vendite che avvengono in luoghi diversi da quelli nei quali il sovrappiù è stato prodotto; ed è uno stato che pone in concorrenza i propri cittadini con i cittadini di paesi meno sviluppati. Uno stato globalista è per vocazione antisocialista e antisociale, salvo che una certa socialità sia garantita da condizioni storiche particolari, come l’esistenza di grandi risorse naturali e/o di privilegi e vantaggi acquisiti tramite trattati internazionali stipulati con stati governati da classi dirigenti imbelli o vendute (è il caso della Germania in questo momento storico, che si trova a godere di un’assurda moneta unica europea).

Tra gli strumenti protezionistici c’è il dominio dello stato su una moneta nazionale, con potere di svalutare. I vantaggi recati dal dominio sulla moneta nazionale sono almeno due.

Il primo è noto a tutti. Svalutando la moneta, i prodotti delle imprese nazionali sono più competitivi. Crescono le esportazioni e con esse l’occupazione. Se la crescita dell’occupazione concorre a condurre ad una situazione di piena occupazione, i salari si alzano.

In secondo luogo, il minor costo in moneta nazionale dei beni prodotti in Italia li rende competitivi rispetto ad analoghi beni prodotti all’estero. Si avrà quindi uno stimolo alla produzione nazionale e un aumento dell’occupazione. Per esempio, un’impresa che acquistava all’estero particolari involucri del bene da essa prodotto, dopo la svalutazione, può avere convenienza ad acquistare gli involucri in Italia. Il prodotto italiano, infatti, data una svalutazione, per esempio del 30%, implicherà un esborso pressoché identico di moneta italiana (forse un po’ maggiore, in conseguenza dell’eventuale inflazione importata). Mentre per acquistare gli involucri stranieri l’impresa italiana dovrà acquistare con moneta italiana la moneta straniera di riferimento; e sarà costretta ad un esborso superiore a quello precedente alla svalutazione per una percentuale di circa il 30%.

L’unico svantaggio della svalutazione è che lo stato che svaluta importa un po’ d’inflazione. L’inflazione riguarderà quasi esclusivamente il costo delle materie prime e delle fonti di energia; perché i prodotti importati tenderanno ad essere sostituiti da beni prodotti sul suolo nazionale. Non si deve cadere in errore. Non tutta la svalutazione si trasforma in inflazione. Soltanto una piccola parte. Appunto quella che si traduce in un maggior costo di materie prime e fonti di energia acquistate all’estero.

Risulta evidente che, se si isola la sfera economica, non esiste una preferibilità astratta e universale del ricorso al protezionismo rispetto alla scelta globalista, e viceversa. Lo stato imperiale e lo stato altamente produttivo, soprattutto se quest’ultimo abbia vincolato gli stati con i quali principalmente commercia all’utilizzo di una moneta comune (è il caso attuale della Germania), possono avere, almeno temporaneamente, interesse al globalismo. Allo stesso modo può avere interesse al globalismo uno stato che stia iniziando l’accumulazione originaria (naturalmente sacrificando, in questa prima fase, i ceti poveri e la classe lavoratrice in generale).

Al contrario, se non si isola la sfera economica, e si ha interesse a controllare la produzione e la distribuzione della ricchezza nazionale – ossia a decidere chi produce, cosa produce, come produce; per chi si produce, e come è redistribuito il sovrappiù – e in generale a controllare e disciplinare i profili antropologici, culturali, ambientali e morali (morale: parola in certo senso da recuperare), inscindibilmente connessi all’attività economica, la scelta del ricorso al protezionismo s’impone.

Nel caso dell’Italia, in questo momento storico, non esiste alcuna ragione per non utilizzare gli strumenti protezionistici. Sia se si considera isolatamente la sfera economica; sia se, più opportunamente, si considerano le implicazioni e correlazioni, che un tempo sarebbero state definite sovrastrutturali, tra la sfera economica ed altre sfere.

Tutto quanto abbiamo scritto è di palmare evidenza e costituisce un corpo teorico che non avrebbe bisogno di alcuna “dimostrazione pratica”, se una ideologia pluridecennale non avesse ottenebrato le menti, le quali ormai considerano sacrosanto – quasi un “diritto umano” – il diritto delle merci, dei servizi e dei capitali di entrare in ogni luogo della terra senza incontrare limiti giuridici o oneri economici imposti dal diritto degli stati. Ho scritto a ragion veduta “diritto delle merci, dei capitali e dei servizi”. Infatti, i trattati europei li considerano addirittura come libertà: “libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali”.

Il desiderio dello schiavo consumatore di acquistare con immediatezza tutti i prodotti, compresi i tanti che lo asservono, qualunque sia il luogo del mondo in cui sono stati prodotti, lo spinge ad aderire all’ideologia globalista e a “convincersi” che la costruzione del mercato globale, oltre che portatrice di valori (in particolare la tutela dell’interesse a consumare ciò che in qualche luogo è stato prodotto), sia la modalità più efficiente di organizzare la produzione e la distribuzione della ricchezza. Marx aveva osservato, con luminosa profondità filosofica, che “Una merce sembra a prima vista qualcosa di triviale e che si risolve in sé stessa. La nostra analisi ha dimostrato invece che è una cosa molto complessa, piena di sottigliezze metafisiche e di arguzie teologiche“. Sta anche e soprattutto nel carattere feticistico delle merci e nella ideologia dello schiavo consumatore la fortuna della ideologia globalista che sta impoverendo popoli un tempo ricchi, facendoli retrocedere in piena epoca liberale, ossia facendoli tornare ai primi del novecento.

Tuttavia, i fatti, ossia l’esperienza storica contemporanea, dimostrano che i paesi che adottano il protezionismo stanno sviluppando enormemente le forze produttive. L’Argentina, in particolare, dopo aver svalutato e dichiarato default, in (relativa) difficoltà a ricorrere al mercato dei capitali, sta sviluppando enormemente la produzione nazionale, mediante un protezionismo ferreo. L’Argentina è davvero un esempio per l’Italia. Certamente per quanto riguarda il ritorno alla moneta nazionale (per l’argentina lo sganciamento dal dollaro), la svalutazione e il protezionismo; probabilmente anche per una certa ristrutturazione del debito, che sarà necessaria.

Fuori dall’Unione europa; svalutazione della ritrovata moneta nazionale; dirigismo e protezionismo. Questa è la strada che imboccheremo dopo le sofferenze. Tra un paio di anni o tra cinque. Ma quella è la strada che percorreremo. A quel punto ci stupiremo di come sia ovvio che, riconquistando la libertà di disciplinare la materia economica, un popolo ritrovi coraggio in sé stesso e capacità di progettare e realizzare il proprio destino.

Liberazione e sovranità nazionale sono la stessa cosa.

***

L’articolo che allego, dimostra come i paesi che ricorrono al protezionismo stanno sviluppando enormemente le forze produttive. Ho sottoposto l’articolo alla lettura del Prof. Alberto Bagnai, il quale mi ha indicato alcune imprecisioni che sarebbero contenute nell’articolo. La maggior parte di esse implica che il protezionismo al quale sono ricorsi i paesi citati nell’articolo sia addirittura maggiore. In altri casi, l’entità delle manovre protezionistiche ne risulta leggermente attenuata, senza tuttavia mutare il quadro d’insieme. Pertanto aggiungo all’articolo alcune note, da considerarsi redazionali, nelle quali trascrivo le osservazioni svolte a me dall’amico Alberto Bagnai (SD’A)

 

I paesi protezionisti sono nel boom

di Maurizio Blondet  EFFEdiEFFE letto su Rischio calcolato

La grande depressione che ci travaglia, non è di tutti: la crescita mondiale sarà del 5% nel 2012, secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Vuol dire che ci sono Paesi che crescono. Cina, India, Russia, Brasile, Argentina. Come per caso, sono tutti Paesi che si sono sganciati dalla chiesa dogmatica liberista ed hanno adottato misure di protezione.

L’Argentina, per esempio, ha una crescita per il 2011 dell’8,3%, un livello cinese. Dal dicembre 2001 quando dichiarò la bancarotta e bloccò i conti dei risparmiatori nelle banche per svalutare la moneta (che prima era agganciata al dollaro, dunque sopravvalutata) del 70% e passa [1], sono stati per la popolazione mesi terribili, sull’orlo della fame. Ruppe anche con il Fondo Monetario e con le sue ricette. Uno strillo si levò dai mercati finanziari globali: non vi faremo più credito! Sarete puniti! E così è stato [2].

Di fatto, essere tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali su cui indebitarsi, ha obbligato l’Argentina ad equilibrare il suo commercio estero, avendo di mira l’autarchia e per evitare di dover svendere i suoi attivi ai creditori. La sua popolazione ha dovuto stringere la cinghia per due anni, ma l’abbandono della macina da mulino del debito e la svalutazione l’ha resa più competitiva.

La moneta forte agganciata al dollaro rendeva più conveniente comprare le merci all’estero che produrle in casa, con dissanguamento di valuta. Il governo Kirchner ha adottato una politica industriale autoritaria, che dà i suoi frutti: prima, importava dall’estero il 96% dei telefoni cellulari. Oggi il governo ha costretto la RiM (Research in Motion, multinazionale) – se non vuol perdere il mercato argentino – a produrre e ad assemblare in Argentina i suoi Blackberry, anche se il costo del lavoro è 15 volte superiore a quello asiatico. Come? Imponendo delle quote, ossia dei limiti, a queste importazioni al 20% del mercato.

Altre misure hanno mirato a ridurre la dipendenza estera di certi settori, dagli elettrodomestici al tessile e ai giocattoli. In quest’ultimo caso, la produzione locale è passata dal 5% dei consumi nel 2003, al 30% di oggi, e il governo punta a diminuire le importazioni del 45%. Come? Con una tassazione delle importazioni, e se non basta, con puri e semplici divieti: per esempio, è oggi illegale importare le bamboline Barbie, che si dichiarano americane, ma che sono fabbricate in Cina.

Nell’Argentina d’oggi, un’impresa è considerata straniera (e quindi soggetta a quote e dazi) dal momento che il 25% del suo captale è detenuto all’estero. A certe aziende che importano prodotti di lusso – come la Nordenwagen, che vende le Porsche – è stato imposto di sviluppare in cambio attività da esportazione (nel caso, nel settore agricolo: vino, frutta, ortaggi).

Il governo ha recentemente posto limiti all’acquisto di terre da parte di stranieri. Ciò ha colpito (occorre dirlo?) la Cina, che ha risposto con ritorsioni, ponendo una sovrattassa all’olio di soia argentino.

È un prezzo che i dirigisti argentini ritengono di poter pagare, come l’inflazione all’8% (ma era del 45% nel biennio del dopo-default[3]) che considerano una «necessità funzionale» in vista dei vantaggi di una moneta debole, del tasso di disoccupazione che è fortemente abbassato, e di molte attività industriali che sono state ri-localizzate in patria. (La fin de la mondialisation commence par l’Argentine)

Il Brasile, dal 2009 ad oggi, ha visto aumentare l’importazione di auto estere dal 16% al 23%. Rimedio subito trovato: ha imposto un dazio del 30% su tutti i veicoli fabbricati al di fuori del Mercosur, il mercato comune sudamericano. Altre tasse colpiscono l’elettronica di consumo, sicchè i tablets prodotti in Brasile sono di un terzo meno cari di quelli importati dall’estero. Foxconn (il gigante cinese che ha avuto qualche problema recente con i suoi dipendenti: suicidi in massa) ha annunciato che aprirà una fabbrica in Brasile per i suoi iPads.

Come l’Argentina, il Brasile ha posto severi limiti all’acquisizione di terreni agricoli nazionali, un’altra misura anti-cinese che è costata al Paese l’annullamento di 15 miliardi di dollari di investimenti nel settore. Anche l’estrazione del petrolio nazionale è sostanzialmente vietata alle multinazionali estere, alle quali si offre, al massimo, una quota di minoranza nella compagnia nazionale Petrobras.

La Cina è notoriamente un modello di protezionismo con tutti i mezzi anche sleali: approfitta dell’apertura commerciale di Europa ed USA per esportare, mentre protegge con metodi dichiarati ed impliciti i produttori nazionali. Lo fa anzitutto tenendo artificialmente sottovalutata la sua moneta (attualmente al 50% in meno rispetto all’euro) [4] che se fosse abbandonata alle libere fluttuazioni dei mercati sarebbe oggi molto più forte – senza che, stranamente, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che suole sorvegliare l’adesione al liberismo americano-anglosassone, imponga le multe miliardarie che commina ad altri Paesi per violazioni meno patenti al sacro libero commercio.

Quando lo Stato cinese ha deciso di sviluppare un’industria automobilistica nazionale, ha posto un dazio sull’importazione di auto estere pari al 100% del prezzo. I fabbricanti esteri sono stati così obbligati ad aprire fabbriche sul posto; il governo ha imposto loro di affiancarsi un partner locale, detentore di metà dell’impresa, ciò che ha assicurato il trasferimento delle tecnologie. Non basta: anche le parti di ricambio sono state colpite da dazi gravosissimi, onde far venire nel Paese l’intera filiera automobilistica. Ottenuto il suo scopo, Pechino ha abbassato i dazi sull’import di auto (che restano tuttavia del 35%) anche se i produttori locali ormai producono ed esportano a pieno ritmo i loro veicoli, inizialmente copie spudorate dei modelli occidentali.

Stessa tattica è stata usata per il settore ferroviario: nel 2009, quando la francese Alstom ha cominciato a lamentare la chiusura cinese per i suoi TGV che fabbricava in Cina, la Cina già esportava i suo TGV copia conforme dei supertreni francesi. Dal 2010 i produttori cinesi di telecom vincono dei contratti (anche statali) in Europa a danno dei produttori nazionali, mentre al contrario, in Cina, le autorità hanno creato un catalogo di prodotti informatici che le amministrazioni (statali e locali) sono autorizzate ad acquistare: non stupirà sapere che sono rigorosamente prodotti i cui marchi e brevetti sono stati depositati inizialmente in Cina e detenuti da una azienda cinese.

I Paesi del Sud-Est asiatico, inutile dirlo, seguono l’esempio cinese con straordinario zelo. Dovunque in quell’area, il 95% delle auto in circolazione sono nazionali, contrariamente a quel che si vede in Europa ed USA. Hanno capito l’ovvio: ossia che se avessero aperto anarchicamente i loro mercati interni alle merci estere, non avrebbero mai potuto costruire una forte industria; come già insegnava il tedesco Friedrich List (il creatore dell’economia politica) un’industria nascente ha bisogno di protezione per potersi sviluppare e diventare concorrenziale sui mercati mondiali.

Una lezione che l’Europa ha insegnato al mondo, e che oggi ha dimenticato a favore del dogma ultra-liberista anglosassone enunciato da Adam Smith, il grande avversario di List.

Gli esempi sudamericani sono illuminanti: là si fabbricano Blackberry e iPads che nessuno pensa più di poter costruire in Europa, visto che convienecomprarli da Cina, Taiwan, Sudcorea. Come mostrano Argentina e Brasile, è questione di volontà politica. L’Europa potrebbe imporre dall’oggi al domani delle quote su tali importazioni, obbligando i produttori stranieri desiderosi di invadere l’enorme mercato europeo, Apple, RiM o Foxconn, a far assemblare i prodotti in Europa. Dopo due decenni di de-industrializzazione, sarebbe la re-industrializzazione, e la fine dell’emorragia di posti di lavoro.

La storia dell’Argentina è interessante anche per un altro motivo, perchè somiglia a quella dell’Italia sotto il tallone dell’euro. L’Argentina aveva agganciato il suo peso al dollaro sopravvalutato, noi siamo agganciati all’euro, che è il marco tedesco: gli effetti sono simili, calo drammatico dell’export, distruzione della possibilità di crescita, disoccupazione e (nonostante gli sforzi del succhia-sangue Equitalia) prossima riduzione dell’introito fiscale, conseguenza inevitabile della recessione e della perdita di reddito: dunque necessità di tagli alle spese sociali, come raccomandato dai Draghi e dai mostri eurocratico-liberisti.

Quando l’Argentina nel 2001 ha ripudiato il debito, il PIl è caduto di colpo del 10% a causa del panico finanziario conseguente. Ma si deve sapere che prima, quando la sua moneta agganciata al dollaro era forte, il PIL era già calato di un altro 10% dal 1998 al 2001. Il tasso di disoccupazione è sceso dall’orribile 23% del 2002, all’attuale 7%. E la crescita, dopo la svalutaziuone del 72% abbiamo visto, è sull’8%.

Si noti che da allora, ossia da circa dieci anni, l’Argentina non ha più chiesto un dollaro in prestito ai mercati finanziari internazionali. È una scelta politica, che ricalca quella della Russia di Putin di qualche anno fa (oggi la Russia ha scelto di tornare sui mercati, perchè è sicura di sè e sta accumulando oro fisico a man bassa nella sua Banca Centrale).

In generale, tutti i Paesi che sono in crescita adottano misure protezioniste; tutti i Paesi in crisi, Europa ed USA, adottano il liberismo (gli USA molto parzialmente sull’agricolura). Una classe politica responsabile e patriottica ne trarrebbe le conseguenze.

È l’euro, troppo forte, che ha fatto aumentare la disoccupazione in Italia, Spagna e Portogallo e Grecia, costringendo le industrie a delocalizzare (o a chiudere). È il servizio del nostro immane debito pubblico a strangolarci, con l’esborso di 90 miliardi di euro l’anno in interessi da pagare agli stranieri.

Credere che svendere il patrimonio pubblico sia la soluzione, è un miope errore, favorito dai suggeritori e dai complici (Draghi & Mostri) della finanza anglo-americana: se una famiglia non torna a guadagnare, la svendita dei gioielli di famiglia una tantum non risolve il problema, perchè esso si presenterà di qui a un anno. E non avremo più gioielli da vendere. E per crescere, bisogna che l’euro svaluti. O bisogna uscire dall’euro. O almeno minacciarlo.

E invece che facciamo?

L’accordo europeo non funzionerà.

Abbiamo accettato, con la lettera di Berlusconi, di tagliare, tagliare, tagliare, diventare più austeri, più flessibili… Nel quadro del cosiddetto accordo raggiunto da Sarkozy-Merkel, che ce lo impongono per il bene delle loro banche demenzialmente esposte.

Dopo questo accordo, le Borse hanno brindato salendo alle stelle, le banche hanno visto risalire le loro azioni a livelli stellari. Hanno brindato alla notizia che il FSEF (il cosiddetto fondo salva-Stati) è stato aumentato da 440 miliardi a 1.000 miliardi. Hanno ragione a brindare: per la speculazione, sono soldi che essa divorerà nei prossimi mesi, dopo di che tutto il problema tornerà come prima. Per le banche, il brindisi è dovuto alla loro ricapitalizzazione con soldi pubblici, 110 miliardi. I loro interessi sono stati protetti. I nostri no.

L’accordo non ha affrontato alcuno dei problemi strutturali che ci travagliano, ossia la crisi d’insolvenza e di contagio della zona euro. Vediamo perché.

Le banche creditrici, così strombazzano i media, dovranno accettare un taglio del 50% sul debito greco, alleggerendo di altrettanto la povera Grecia. La cosa è diversa: sono sì tagliati della metà i crediti, ma quelli delle sole banche, non i prestiti avuti dalla BCE: un taglio di 100 miliardi e non di 180. Per la Grecia, l’allegggerimento è del 27,8%, non del 50% sul debito. Il debito greco sarà ridotto… al 120% del PIL.

Si è deciso che la Grecia è in grado di servire un debito così benignamente ridotto? E sia: pagherà, pagherà, servirà il debito, cioè restituirà il capitale e i suoi interessi (che sono saliti a livelli fantascientifici) e continuerà a pagare fino all’implosione sociale… Questo sarebbe il salvataggio della Grecia.

Il Fondo salva-Stati (cosiddetto: sarebbe il Fondo salva-banche) si trasforma in un fondo di garanzia: dei suoi teorici 440 miliardi, 200 saranno destinati a garantire il 20% dei nuovi debiti che contrarranno i Paesi in difficoltà, i PIIGS. È da qui che nasce il preteso aumento a mille miliardi strombazzato dai media.

Si tratta in realtà di un aumento della capacità di nuovo indebitamento (200 diviso 0,2), che è una follia: curare l’eccesso di debito con altro debito, e che naturalmente non basterà: lo stesso Barroso ha valutato che occorrevano 2.200 miliardi di euro per creare una paratia anti-speculativa per Grecia, Spagna e Portogallo. La speculazione internazionale avrà una garanzia parziale sul nuovo debito italiano, il che non le impedirà di continuare a pretendere il 6% (il doppio dei tedeschi) sui BTP decennali, esattamente come prima: soldi che divorerà come prima e più di prima, finchè il Fondo non si esaurirà.

La ricapitalizzazione delle banche: 110 miliardi. È insufficente; la stessa EBA, Agenzia Bancaria Europea, valuta il bisogno in 147 miliardi, e senza contare le norme strette di Basilea II, che aumentano l’obbligo di riserva dal 7% al 9% da giugno 2012. Ciò significa che le banche continueranno a negare il credito o a darlo col contagocce, perpetuando e aggravando il creditcrunch che sta inabissando nella recessione l’intera Europa. È la conseguenza del fatto che l’emissione di moneta, invece che agli Stati, è stata demandate alle banche e al libero gioco delmercato. (A proposito: siete sicuri che il valore del vostro immobile, la prima o seconda casa, sia ancora quello del boom? Senza mutui facili, la vendita è resa impossibile; senza i mutui bancari, il mattone non è più l’investimento sicuro, liquidabile a piacere, in crescita continua…). (Sapir: l’accord signé ne fait que prolonger l’agonie de l’euro)

Inoltre, l’accordo Merkozy fa un patetico appello ai Paesi emergenti, Russia, Cina, Brasile, perchè contribuiscano al nostro salvatagggio. La Cina lo farà (Russia e Brasile no) il che significa che l’Europa si priva di ogni margine di manovra rispetto a Pechino: si vieta in anticipo ogni tentativo protezionista (l’ha notato persino Cohn Bendit) e si dichiara a gambe aperte un mercato-prostituta per le merci cinesi, un puro mercato sempre più de-industrializzato, con sempre meno posti di lavoro qualificati.

L’indipendenza d’Europa è resa impossibile anticipatamente, come forse volevano i britannici e gli americani. Ray Dalio, un commentatore principe delFinancial Times, il 24 ottobre scorso ha scritto che l’attuale situazione sociale di frustrazione e di rabbia contro la palese impotenza dei governi europei è «lo stesso clima per cui nel 1933 fu eletto Hitler». Quel mostro che abolì la mediazione dei cambiavalute nel commercio internazionale attuando il baratto su scala globale, e che rese la Germania l’unico Paese a pieno impiego nel gelo della Depressione 1929-39. Un rischio che i brit-americani non vogliono più correre. (Risk on the rise as political leaders give in to mob rule)

A cosa serve dunque l’accordo, se condanna comunque la Grecia a pagare il debito, se mantiene l’euro troppo forte, il nostro indebitamento ad interessi passivi troppo alto e ci mette in mano alla Cina come mero mercato?

Serve a guadagnare sei mesi di tempo. Tanti quanti ne occorrono a Sarkozy per non presentarsi alle presidenziali del 2012 con l’aura dell’uomo che ha provocato il disastro, tanti quanti ne occorrono alla Merkel, tanti quanti ne occorrono a Berlusconi. Tutte elezioni e votazioni che avverranno nel 2012.

L’agonia dell’euro è prolungata fino ad allora. Poi, dovrà vedersela la prossima classe dirigente, cosiddetta

 

[1] “La svalutazione rispetto al dollaro è stata del 230%, cioè dimensionata al differenziale di inflazione cumulato maturato nel decennio”.

[2] “Non del tutto. I crediti esteri all’Argentina (cioè i debiti esteri dell’Argentina) si sono ridotti del 30% subito dopo la svalutazione, per poi recuperare. Lo stock di passività argentine sull’estero alla fine del 2007 era del 10% inferiore a quello alla fine del 2001 (e quindi non è vero che se dichiari default i mercati ti tengono a secco), mentre quello di attività era aumentato di quasi il 70% (e quindi è vero che un paese che svaluta accumula abbastanza rapidamente risorse da prestare all’estero)”.

[3] “In verità, l’inflazione cumulata sul biennio citato è stata del 40% circa, e l’inflazione media annua è stata del 19.7%. Questo è il dato che va confrontato all’8% attuale, o, in alternativa, il 40% va confrontato con il 16% (8+8)”.

[4] “Stiamo attenti a non porci a destra dei peggiori falchi americani. Su questo punto ti suggerisco: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Cina-e-crisi-chi-ha-paura-dell-agnello-cattivo-6972

 

 

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