Gli USA accelerano la deglobalizzazione conflittuale. Cambia tutto. Hollande attacca l’austerity tedesca, ma per riportare l’Europa nell’ovile del TTIP. Ecco lo scenario. 

giovedì 2 ottobre 2014

megachip.globalist.it

di Piero Pagliani.

Hollande in rotta di collisione con l’austerity della Merkel?

È una notizia buona o cattiva?

Per certi versi è la riesumazione di alcune delle idee con le quali il socialista francese approdò all’Eliseo nel 2012. All’epoca erano più o meno confezionate così: nei vincoli europei non deve essere conteggiata quella parte di deficit che serve a rilanciare lo sviluppo.

Un programma quindi tenuto in sonno per due anni, nonostante la situazione economica in Francia peggiorasse in termini esponenziali. Ora, evidentemente, qualche cosa è cambiato. Cosa? Molte cose. Per ordine d’importanza, anche se sono tutte interlacciate in modo complicato:

1) Gli USA stanno stringendo i tempi della deglobalizzazioneconflittuale. Il golpe nazista a Kiev ha, in questo rispetto, contribuito a isolare la UE, e in primis la Germania, dalla Russia: Fuck the EU! (Victoria Nuland, responsabile per l’Europa della Segreteria di Stato USA).

La Francia interpreta con fedeltà la politica statunitense. I tempi di De Gaulle ormai appartengono ad altre epoche geologiche. François Hollande si è lanciato con entusiasmo nella tragica messa in scena della guerra all’ISIS e sicuramente tutte le cancellerie europee sanno che sta iniziando una nuova fase della crisi mondiale che sarà condotta con feroci attacchi militari alla Siria (quindi alla Russia) con la scusa dell’ISIS (ammissione fresca fresca del principe Saud bin Faysal, ministro degli Affari Esteri saudita) e con atti di destabilizzazione in territorio russo. Quelli in territorio cinese sono già iniziati a tenaglia (si veda ad esempio un articolo di Pierluigi Fagan, “Il ciclo delle destabilizzazioni entra in Cina“).

Era difficile prevedere ciò? Proprio per nulla. Io ad esempio – adesso mi faccio un po’ di pubblicità spicciola e svelo un piccolo segreto –l’inizio della deglobalizzazione l’avevo previsto per il 2001 in un romanzo intitolato “Il punto fisso” (Mimesis, Milano, 2010) che ho scritto alla fine degli anni Novanta. Ovviamente non avevo previsto le Torri Gemelle e il 2001 era chiaramente una data-simbolo. Però la deglobalizzazione e le lotte soggiacenti, dove intervenivano entità statali e sub-statali, erano lo sfondo di tutta la vicenda. Poi visto che il romanzo è stato pubblicato nel 2010 ho dovuto trasportarne l’inizio a un decennio dopo. Trucchetti di scrittore. Fatto sta che in qualche modo l’ubriacatura generale per la famosa “globalizzazione” non mi aveva contagiato. Capacità superiori alla media? Macché! Ero solo stufo dei bla-bla e delle parole magiche. Sì, in qualche misura ci ho visto giusto per pura stanchezza, con l’ausilio di poche informazioni scelte e di un minimo di logica. Sale QB.

Ma lasciamo perdere.

Hollande, dunque, si agita e la Merkel sta a guardare perplessa e preoccupata.

 

2) La Germania è entrata in difficoltà e fa fatica a mantenere la barra europea di una politica di austerity. Dapprima le risultava vantaggiosa, ma ha infine iniziato a segare l’albero su cui era seduta, come era facilmente prevedibile.

Non c’è nulla da fare. La Merkel è il meglio che ci sia in Europa attualmente (quindi capirete il resto!) ma la sua strategia di resistere ai piani imperial-finanziari anglosassoni per via economico-finanziaria era destinata a fallire dopo aver procurato disastri politici, economici, sociali e umani impressionanti.

Non ci si oppone a un complesso Denaro-Potere solo col Denaro. Non ce la si fa, punto e basta.

 

3) Infine ci sono le difficoltà, più che ovvie, di tutti i governanti europei, che straparlano di nuovo sviluppo e di “riforme” (leggi “massacri sociali”) che riporteranno il vento in poppa, proprio mentre hanno tutto il vento della crisi sistemica di prua. Così tentano di andare di bolina. Cercano, letteralmente, di barcamenarsi per non finire troppo presto nella pattumiera della storia, loro inevitabile destinazione.

Ma sono dei meschinelli, capaci solo di finire contro gli scogli. Purtroppo con tutta la barca.

Vedremo come reagiranno alla svolta francese le basi missilistiche finanziarie di New York.

Profezia: non succederà niente di che, solo quanto basta per estorcere le “riforme”. Dopo di che Renzi seguirà Hollande e infine Draghi porterà gli affondi finali contro la Germania. A quel puntoaddio a ogni pur flebile Ostpolitik e sotto col TTIP al suono diGloryGloryHallelujah.

Dopo tutto lo “Sblocca Italia” anticipa le richieste del TTIP. E poi dicono che noi Italiani siamo sempre in ritardo!

Tutto ciò a meno che intervengano i BRICS con mosse finanziarie oggi difficili da prevedere, anche perché non perseguono politiche omogenee.

 

Se Berlusconi faceva una fronda cialtroncella all’austerity teutonica, la guerra è stata invece iniziata da Monti, in concorso con Draghi, Hollande e Obama. Paradossalmente sotto la bandiera dell’austerity stessa. Infatti quel conflitto non escludeva l’utilizzo della crisi per“normalizzare” la società (una strategia che a Monti è sempre stata a cuore), cioè appiattirla in vista del disperato e disperante tentativo di estrarre tutto il plusvalore possibile e saccheggiare i beni comuni. Era, e sono, due cose diverse. Non capirlo ha portato la parte migliore della sinistra a significativi errori di prospettiva.

Ora, è mio timore, la sinistra esulterà per la “ribellione” all’austerità. Indicherà il “socialista” Hollande come esempio positivo, colui che ha avuto il coraggio di dire di no.

E in effetti sarà una vera e propria “rivoluzione colorata” anti-austerity e anti-tedesca, quel tipo di rivoluzione che più eccita le sinistre, incuranti dei “forti” che stanno dietro di esse.

Hanno perso totalmente la memoria della poetica e della saggezza manzoniane:

«E il premio sperato promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?»
Ma chissà chevvordì.

E il resto del mondo (cioè i sei miliardi su sette)?

I paesi BRICS, al contrario della Germania, hanno invece capito che possono parlare di Nuova Banca di Sviluppo e magari di bancor (la soluzione per la moneta internazionale proposta da Keynes a Bretton Woods e rifiutata per questioni di potenza dagli USA) solo se si è muniti adeguatamente di forze armate e di bombe atomiche.

Questa è l’orrenda verità.

D’altra parte il gold-dollar standard era nato da una guerra mondiale ed è stato confermato da due città incenerite dalle bombe atomiche, che del gold-dollar standard sono state l’ostia della prima comunione.

Poi c’è chi crede che l’economia sia l’unica cosa che conti nel capitalismo! E purtroppo ce ne sono più a sinistra che a destra. E così si crede nell’economia meccanica: “ritorno alla lira=nuovo sviluppo” (perché lo dicono i modelli, nei quali, ovviamente, non si parla né di guerre né di bombe atomiche, cioè non si parla di Potere).

Non è comunque escluso che un po’ di sviluppo ci sarà, magari a macchia di leopardo, qui e là, in questo o quel settore. Dopo tutto ci fu un miglioramento dell’economia anche poco prima della Grande Guerra: era dovuto al riarmo.

L’imbelle rivoluzione colorata contro l’austerity imposta dalla Germania ha come scopo non unico, ma principale, quello di passare da un parziale a un totale infeudamento della UE nelle politiche neoimperiali e di deglobalizzazione statunitensi.

Le politiche di austerità sono un disastro. Ma è anche un disastro pensare che politiche “keynesiane” sic et simpliciter riportino all’age d’or del Dopoguerra. Non sarà così. La BCE che compra titoli di Statonon è la Banca d’Italia degli anni Cinquanta che compra il debito italiano. E neppure se lo facesse oggi una rinata Banca d’Italia. Nemmeno lontanamente. Non sarebbe più una politica monetaria dopo un conflitto mondiale, all’ombra di una stabilità imperiale, in una fase di enorme espansione in presenza di un fortissimo movimento operaio. Sarebbe – ammesso che si possa realizzare – una politica obbligata da uno stato incipiente di guerra e nel pieno di una crisi e di un caos sistemici. Una politica dovuta al fatto che i mercati stanno dividendosi in aree geopolitico-economiche contrapposte e i profitti di una volta semplicemente non ci sono più.

La Germania è contraria alle linee di Draghi. Ma fino a quando si potrà opporre se sarà costretta ad adeguarsi agli embarghi e le sanzioni contro l’Est che le imporrà la Superpotenza che la occupa con 179 basi militari? Senza mercati di sbocco, che fine farà il suo famoso e famigerato mercantilismo? (lasciamo perdere chi in Italia imbrogliando le carte dichiara di voler fare adesso quello che la Germania ha iniziato a fare venti anni fa e che oggi non può più continuare).

La politica “keynesiana” che in molti, con speranza, vedono profilarsi all’orizzonte non sarà capace di riportare indietro le lancette della Storia. Ovvero non sarà in grado né di fermare l’impoverimento della società né di indurre un ribilanciamento della ricchezza.

Ci vuole altro, un altro che può anche contemplare “manovre keynesiane”, compreso  eventualmente un affrancamento dall’Euro, ma solo in una cornice politica nazionale e internazionale totalmente nuova.

Non di meno, come si è detto, ci potranno essere ripresine a singhiozzo. Niente di stupefacente, anche se i media grideranno al “nuovo miracolo economico” (d’altra parte lo fanno ogni volta che un loro “azionista di riferimento” smette di starnutire).

Se nuovo sviluppo capitalistico ci sarà in Occidente, ci sarà solo dopo una fase conclamata di guerra mondiale che inevitabilmente ne preparerà una quarta, a meno che non riduca fin da subito la Terra all’età della pietra.

Oppure bisognerà cambiare registro, a livello internazionale: sul modo sociale ed ecologico di produrre e di consumare e quindi – e soprattutto – sui rapporti di potere, internazionali e nazionali.

Delle due l’una.

Fonte: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=110252&typeb=0&La-rivoluzione-colorata-francese

Commenta su Facebook