DI JONATHAN COOK
alternet.org

La “Primavera Araba” palestinese sta arrivando e Israele non ha una strategia politica adatta ad affrontarla. La soluzione di Israele si riduce a usare la sola arma presente nel suo arsenale, la forza bruta.

Sono scene straordinarie quelle girate da un cellulare nel momento in cui, di domenica, almeno mille rifugiati palestinesi hanno marciato nella terra di nessuno verso uno dei confini più protetti al mondo, quello che separa la Siria dai Territori Occupati da Israele sulle Alture del Golan .
Sventolando bandiere palestinesi, il corteo ha sfidato un campo minato per poi abbattere una serie di recinzioni e aprire un varco, permettendo l’entrata di oltre cento manifestanti all’interno dei territorio controllato da Israele. Tra gli abbracci degli abitanti drusi dei villaggi oltre frontiera, si udivano le voci esclamare: “Questo è quello che sarà la liberazione.”

A differenza degli anni precedenti, il giorno della Nabka non è stata una semplice commemorazione della catastrofe della caduta dei Palestinesi nel 1948, quando la loro terra fu trasformata con la forza nello stato di Israele. Questa giornata ha brevemente ricordato ai Palestinesi che, nonostante la prolungata diaspora, la forza di dare forma a una lotta comune contro Israele esiste ancora.
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Con la sua violenta risposta alle proteste di domenica su molti fronti – in Cisgiordania , Gaza, Gerusalemme e ai confini con la Siria – Israele, più che una superpotenza militare, è sembrata il proverbiale ragazzo che cerca di fermare la diga con un dito.

La “Primavera Araba” palestinese sta arrivando e Israele si trova priva di una qualsiasi strategia diplomatica o politica per fronteggiarla. Domenica Israele ha imbracciato l’unica arma del suo attuale arsenale – la forza bruta – contro civili disarmati.
Al confine settentrionale sono rimasti uccisi almeno 14 dimostranti, dozzine i feriti, sia a Majdal Shams sul Golan che a Maroun al-Ras in Libano.
A Gaza un ragazzo è stato colpito a morte e più di 100 dimostranti sono rimasti feriti mentre si avvicinavano in massa verso i passaggi al confine. A Qalandiya, il principale checkpoint creato da Israele per impedire ai palestinesi della West Bank di raggiungere Gerusalemme, almeno quaranta dimostranti sono stati gravemente feriti. Gli scontri sono scoppiati anche nelle principali cittadine della West Bank.
E per la prima volta all’interno di Israele, la minoranza palestinese è scesa in piazza per commemorare il Giorno della Catastrofe (Nabka), sventolando le bandiere palestinesi a Jaffa, la storica cittadina palestinese trasformata nel 1948 in un sobborgo di Tel Aviv.

Con la classica ottusità i leader israeliani hanno voluto vedere dietro agli eventi della giornata la mano dell’Iran, come se ai palestinesi mancassero propri motivi di risentimento per dar sfogo ad una protesta.
Ma in realtà da mesi l’intelligence israeliana sta mettendo in guardia sulla inevitabilità che erompano manifestazioni di massa di questo tipo, alimentate dall’intransigenza del governo di destra in Israele, sia nei confronti della propensione di Washington per la creazione di uno stato palestinese che verso il diffuso stato d’animo, legato alla Primavera Araba, che “un cambiamento è possibile”.

Seguendo le orma delle dimostrazioni in Egitto e Tunisia, la gente in Palestina ha utilizzato i nuovi social media per organizzare e coordinare la protesta, in questo caso sfidando i muri, le recinzioni e i posti di blocco che Israele ha eretto ovunque per separarli. E’ stato Twitter, non Teheran, la mano che ha guidato queste dimostrazioni.

Sebbene queste dimostrazioni non si possano ancora chiamare una terza Intifada, danno un’idea di quello che potrebbe seguire. O, come ha messo in guardia un comandante israeliano, hanno tutta l’aria di essere un preriscaldamento per settembre, con una nuova leadership palestinese unificata che minaccia Israele e gli Stati Uniti di richiedere alle Nazioni Unite il riconoscimento dello Stato Palestinese con i confini sanciti nel 1967.
A queste preoccupazioni ha fatto riferimento Ehud Barak, il Ministro della Difesa israeliano, quando ha affermato: “Siamo solo all’inizio di questa storia e potremmo trovarci di fronte a sfide molto più complesse”.

Per Israele ci sono alcune lezioni da trarre dagli scontri di quest’ultimo fine settimana e nessuna molto piacevole. La prima è che alla Primavera Araba non basta rispondere chiudendo tutte le porte. Le sollevazioni nei paesi arabi vicini a Israele indicano che questi regimi non hanno più la legittimità di prendere decisioni per conto delle popolazioni palestinesi che vivono al loro interno secondo i propri interessi.

Così come l’Egitto del dopo Mubarak sta allentando, piuttosto che serrare, il blocco di Gaza, anche la posizione precaria del regime siriano lo rende molto meno intenzionato a frenare, e men che mai a far colpire, i dimostranti palestinesi che si ammassano al confine con Israele.
La seconda lezione è che i palestinesi hanno assorbito il significato della recente riconciliazione tra Hamas e Fatah. Con l’instaurazione di un governo unificato, le due fazioni rivali si sono finalmente rese conto che non possono fare alcun passo in avanti rispetto alle posizioni israeliane finché restano divise geograficamente e politicamente
Le gente comune in Palestina sta giungendo alle medesime conclusioni: di fronte ai carri armati e agli aerei da bombardamento, la forza palestinese deve essere in un movimento di liberazione nazionale unito che rifiuti di farsi definire dalla politica di frammentazione israeliana.

La terza lezione è che Israele ha potuto far conto su una relativa quiete ai propri confini per portare avanti l’occupazione della West Bank, di Gerusalemme e di Gaza. I trattati di pace con Egitto e Giordania, in particolare, hanno permesso all’esercito di Israele di concentrare le proprie attenzioni verso il controllo della popolazione palestinese sotto il proprio dominio.
Il quesito è se Israele possegga le risorse umane necessarie per far fronte a una serie di rivolte coordinate e sostenute su più fronti. Sarà in grado di resistere a tali pressioni senza dover scadere in eccidi di massa di manifestanti civili disarmati?

La quarta lezione è che i rifugiati palestinesi molto probabilmente non rimarranno passivi di fronte ad un accantonamento dei loro interessi da parte di Israele o da una risposta inadeguata da parte delle Nazioni Unite alla richiesta di un riconoscimento dello stato d Palestinese.
Le dimostrazioni di protesta in Siria e Libano hanno dimostrato che la Primavera Araba palestinese non intende farsi marginalizzare. Questo messaggio non può sfuggire nè ad Hamas che a Fatah, nel momento in cui stanno avviando negoziati per una strategia comune nei prossimi mesi.

E la quinta lezione è che le scene di sfida dei palestinesi ai confini di Israele accendere ovunque il fuoco, nell’immaginario Palestinese, per cominciare a credere all’impossibile – così come le dimostrazioni di Piazza Tahrir hanno galvanizzato gli egiziani convincendoli che era possibile rimuovere il dittatore
Israele si trova, diplomaticamente e strategicamente, in in un vicolo cieco,. Quello di questo ultimo fine settimana è stato solo un primo assaggio del probabile futuro

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Jonathan Cook

Fonte: www.alternet.org

Link: http://www.alternet.org/world/150973/is_israel_at_a_strategic_dead_end_as_palestinian_%22arab_spring%22_arrives/

17.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PINGUS

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