Marco Cedolin

Con l’avvento della stagione estiva e l’inizio dell’invasione dei turisti nelle località balneari, infuria come non mai la battaglia all’ultimo sangue fra le spiagge romagnole e quelle liguri, i bagnasciuga settentrionali e quelli meridionali, gli spicchi di mare adriatici e quelli tirrenici. Tutti l’un contro l’altro armati, alla conquista dell’agognata bandierina, o vela che ne certifichi la purezza adamantina delle acque, sdoganandoli in qualità di località turistica doc, dove ci si può immergere nell’acqua cristallina, senza temere di contrarre una qualche intossicazione….

Così il Ministero della Salute certifica la “superiorità” delle acque romagnole rispetto a quelle liguri, provocando l’ira dei comuni della Liguria, ma la guida blu (versione balneare del Gambero Rosso) di Legambiente e del Touring Club rovescia la situazione, facendo infuriare i comuni romagnoli.
Bandiere da una parte e vele dall’altra, tutte rigorosamente blu, issate sui pennoni dai tecnici delle Arpa e dagli equipaggi delle golette, in un’epica battaglia il cui bottino si misura in centinaia di milioni di euro, spostati di qua o di là da una valutazione più o meno benevola.
In tutta verità solamente carote, funzionall a far muovere un asino stanco e sfiduciato, con la promessa di acque limpide, all’interno delle quali concedersi un bagno di purezza.
Il valore delle vele e delle bandiere risulta infatti pressochè nullo, dal momento che i controlli svolti per assegnarle riguardano esclusivamente l’inquinamento di natura microbiologica, tralasciando completamente quello di natura chimica, ben più pericoloso per il bagnante.
Un po’ come se la qualità dell’aria venisse giudicata esclusivamente sulla base della presenza di odori, definendola pulita quando non c’è puzza.
Con buona pace dei tanti “asini” che nuoteranno felici e “sicuri” all’interno di acque tanto limpide, quanto radioattive o chimicamente alterate, rigorosamente certificate da una bandierina doc.
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