A qualcuno comincia a salire la febbre gialla perché i cinesi sono passati dal venderci accendini e rifilarci sole e sofà a comprare titoli di Stato e partecipazioni nei players strategici nazionali. Solo qualche anno addietro, gli stessi tronfi politicanti che adesso si prostrano resipiscenti davanti al Dragone facevano la ruota del pavone. Minimizzavano la capacità degli omini con gli occhi a mandorla di eguagliarci nelle eccellenze e, nel contempo, aizzavano populisticamente i piccoli imprenditori del nord contro l’orda di sfruttatori e contraffattori venuti dall’oriente per distruggere manifattura e artigianato nostrani. Si sosteneva che costoro sapessero soltanto fare cattive copie dei nostri modelli, abbassando la qualità dei prodotti e rovinandoci il marchio e la reputazione. Ma niente paura, sarebbero bastati dazio e dogana per sbarrare loro la strada in qualche settimana, pedaggio e balzello per mettergli il chiavistello. L’economista filosofo che lo sosteneva, circondato dal clamore dei media e da quello dei suoi colleghi parlamentari, aveva l’aria di uno che la sapeva lunga. Ma di lungo, a conti fatti, c’era unicamente la sua lingua. Così, mentre adesso siamo aggrediti dalla speculazione che vuole derubarci dei gioielli industriali di famiglia, ci tocca pure chiedere aiuto a Pechino con tanto di riverenza e d’inchino. A Tremonti piacciono i riferimenti colti ma l’unico che avrebbe dovuto imparare a memoria non l’ha mai sentito nemmeno pronunciare. Se anziché divagare con la letteratura e la narrativa, da Goethe a Simenon, si fosse applicato meglio nel suo campo d’istruzione avrebbe scoperto che c’era un economista a Tubinga che aveva una mezza soluzione. Perché il problema economico principale non è tanto di “guadagnare nello scambio di merce contro merce come avviene nell’economia individuale e cosmopolitica ma quello di acquistare forza produttiva e politica tramite lo scambio con altre nazioni, oppure di impedire la diminuzione della forza produttiva e politica con la limitazione di quello stesso scambio” e quindi anche di “temere che le nazioni più forti usino lo strumento della libertà di commerci per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli” (Friedrich List). Se il Minestrone del Tesoro non avesse fatto zuppa e pan bagnato di scienza economica e pensiero filosofico forse non si sarebbe smarrito nei meandri della globalizzazione o nelle stanze confuse ed oscure delle sue citazioni. Ma frattanto che lui s’immolava sui telai della Padania i mandarini ne approfittavano per prenderci ad arance in faccia e per fare i loro affari col resto del mondo. Senza avvertire la nostra mancanza. Oggi siamo noi a dover chiedere un favore a loro con il cappello in mano, eppure, con un pizzico di lungimiranza in più, potevamo giocarci un minimo di reciprocità quando ne avevamo la forza e la credibilità. Tuttavia, state tranquilli perché non è vero che i cinesi si stanno comprando l’Italia. Il Belpaese è già stato venduto a prezzi di saldo qualche decennio fa sul market Britannia. Sicuramente c’è ancora qualcosa in giro, ma si tratta di roba di seconda mano o di qualche avanzo di magazzino. Non tarderanno a svuotare anche questo per dare ogni cosa al peggior offerente.

Da Conflitti e Strategie

 

 

 

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