di GGiovannetti

di Piero Treccagnoli Riprendo queste poche righe dal “Mattino” di Napoli, dalla rubrica “l’arcinapoletano” dell’amico Piero Treccagnoli. Se anziché Napoli leggiamo Pavia, se invece di Camorra leggiamo ‘Ndrangheta, invertendo l’ordine dei fattori il risultato non sembra cambiare. Proviamo a fare un’analisi paradossale per provare a stanare un ceto che sta condannando Napoli al declino. È un ragionamento che va preso con le molle, attenzione. Ma i paradossi, soprattutto se sgradevoli, contengono più verità delle discussioni convenzionalmente indignate. La camorra a Napoli fa da supplente a una borghesia assente, malata, assistita e legata quasi esclusivamente alle rendite immobiliari. I camorristi, invece, sono diventati imprenditori puri che investono il denaro incassato con il sangue altrui e con la loro fetente e infame criminalità in attività produttive (anche se in gran parte speculative) e commerciali. La borghesia napoletana, in grandissima parte (ci sono sempre le lodevoli eccezioni), è ferma, congelata. Da decenni e decenni tradisce il suo secolare ruolo storico e civile, accontentandosi dei ricavi del mattone o aspettando aiuti e fondi dall’alto. La camorra, accettando senza scrupoli le leggi del mercato selvaggio, spacciando tutto quello che il cliente vuole (soprattutto se proibito), intimidendo e avvelenando, si è trasformata nell’unico ascensore sociale in funzione, il solo strumento dinamico per produrre ricchezza, a beneficio esclusivo di un piccolo gruppo delinquenziale e dei suoi accoliti (sfruttati, spremuti e, quando non servono più o si oppongono, eliminati). Il tutto fuori dalla legge e in quindi con risultati più efficaci e rapidi. La borghesia, quindi, ha più colpe della camorra. Anche perché, in teoria, sta dalla parte della ragione e non del torto. La camorra, al netto della violenza assassina, pratica una tecnica economica primitiva che Karl Marx già a suo tempo aveva studiato codificandola e che alle nostre latitudini resta ancora attuale: l’accumulazione originaria della proprietà che sta alla base dell’impresa e, secondo il modello capitalista, della crescita sociale. Così, per inquadrare, oggi più che mai, il ceto medio napoletano, ma anche la sua presunta borghesia imprenditoriale, resta tristemente valida una definizione di Ippolito Nievo nelle Confessioni d’un italiano, capolavoro della metà dell’Ottocento preunitario. Il «medio ceto», scriveva, «si credette democratico perché incapace di ubbidire validamente al pari che servire utilmente». Ecco.

Pubblicato da GGiovannetti

Commenta su Facebook

Tags: