PIO XII E LA COMPLICITA’ DELLA SANTA SEDE

Rimane a questo punto da stabilire l’esatto rapporto fra gli eventi della Croazia e la Santa Sede, e questo discorso non può non ricadere in quello più ampio dei cosiddetti “silenzi” di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale.

Cinico istigatore, complice intenzionale, o spettatore passivo?

Fra queste tre posizioni oscilla da decenni un dibattito che non accenna ad esaurirsi, e che potrà concludersi solo quando il Vaticano avrà reso pubblica tutta la documentazione storica riguardante il papato di Eugenio Pacelli. Fino ad allora, il fatto stesso che ne mantenga segreta una parte legittima i diffusi sospetti di una diretta collusione con il nazi-fascismo.

Nel caso specifico della Croazia, però, l’ipotesi dello “spettatore passivo” si può scartare già in partenza, data la regolare presenza del nunzio apostolico Ramiro Marcone accanto a Pavelic e agli altri gerarchi Ustasha in molte delle importanti cerimonie ufficiali della Croazia. In qualità di nunzio apostolico, infatti, Marcone rappresentava ufficialmente la persona di Pio XII in tutte le sue pubbliche apparizioni.

Subito dopo il suo arrivo a Zagabria, il 15 aprile 1941, Ante Pavelic aveva scritto a Pio XII:

“O Santo Padre! Poiché la Divina Provvidenza ha fatto sì che io prendessi la guida del mio popolo e della mia patria, sono fermamente determinato e desidero affermare con fervore che il popolo croato, come nel suo lodevole passato, anche nel futuro rimarrà fedele al sacro apostolo Pietro e ai suoi seguaci, e che la nostra patria, colma della legge del Nuovo Testamento, diventi il regno di Cristo. In questa opera veramente grande chiedo con fervore l’aiuto di Vostra Santità. Come prima cosa vorrei che Vostra Santità, con la vostra più alta autorità apostolica, riconosca il nostro stato, e che vi degnate di mandare al più presto un vostro rappresentante, che mi aiuti con il Vostro paterno consiglio, ed infine che impartisca a me e al mio popolo la benedizione apostolica. Inginocchiandomi ai piedi di Vostra Santità, bacio la vostra mano santa, come obbediente figlio di Vostra Santità.” [5-1]

Il 3 di agosto Ramiro Marcone arrivava ufficialmente a Zagabria. In quell’occasione Stepinac scrisse nel suo diario:

“La Santa Sede ha riconosciuto “de facto” lo Stato Indipendente della Croazia” [5 – 2]

Vedere Marcone accanto a Pavelic, vederlo confessare il Poglavnik, o vederlo apparire regolarmente nelle cerimonie degli Ustasha equivale a vedere Pio XII compiere personalmente tutte quelle azioni.

Foto 1: A SINISTRA: Ante Pavelic con il nunzio apostolico Marcone (primo a sin.) e il suo segretario Massucci (a destra).
A DESTRA: Giovani Ustasha accolgono l’abate Marcone e Pavelic con il saluto fascista, all’uscita della cappella privata di Pavelic, dove ogni giorno si faceva confessare.

Perchè il Papa avrebbe voluto essere rappresentato ufficialmente in tutte queste cerimonie, quasi sempre accanto Stepinac, se non per riconfermare da Roma il pieno appoggio ad Ante Pavelic ed agli Ustasha già espresso pubblicamente dall’arcivescovo di Zagabria? Se il Papa avesse voluto risultare un semplice “spettatore passivo” di quegli eventi, non avrebbe preferito chiedere al suo rappresentante di defilarsi il più possibile dalla compagnia degli Ustasha? Perchè invece rimarcare continuamente la sua presenza, tramite la persona di Marcone, se non per offrire il massimo supporto al progetto di “purificazione” etnico-religiosa che stavano per intraprendere?

A sua volta, la presenza di Marcone accanto a sè significava per Pavelic e per gli Ustasha avere il più alto avallo morale per tutte le loro azioni.

In proposito Michael Phayer ha scritto:

“Sia il nunzio che il capo della Chiesa, vescovo Stepinac, erano in contatto continuo con la Santa Sede mentre il genocidio era in corso.” (pag. 31)

“Per gli Ustasha e per Pavelic le relazioni con il Vaticano erano importanti tanto quanto quelle con la Germania. L’aggancio di cui Pavelic aveva bisogno per avere il supporto popolare al suo stato fascista era la religione, nella forma di un riconoscimento da parte del Vaticano. I capi della Chiesa croata favorivano una alleanza con Pavelic per la sua promessa di uno stato anti-comunista e cattolico, che riuscisse a riconvertire le 200.000 anime passate dalla Chiesa romano-cattolica a quella serbo-ortodossa dopo la fine della prima guerra mondiale.” (pag.32)

“Il vescovo Stepinac organizzò un incontro in maggio [1941] per Pavelic con il Papa Pio XII.” (pag. 32)

Michael Phayer – The Catholic Church and the Holocaust. LINK: http://books.google.com/books?id=Ik_6WgPPxsoC&pg=PP1&dq=michael+phayer+the+catholic+church+and+the+holocaust&cd=1#v=onepage&q&f=false

Dopo il loro incontro, Pio XII congedò Pavelic dandogli la sua benedizione.

Nel 1943, con il genocidio dei serbi in pieno svolgimento, Pio XII ricevette in Vaticano un centinaio di membri della polizia Ustasha.

Questi “corpi speciali” non erano semplici poliziotti croati, ma rappresentavano il meglio fra gli Ustasha che si erano distinti per particolare ferocia ed efficienza nel genocidio dei serbo-ortodossi.

Solo alla luce di questo connubio perverso fra la spada e la croce – ostentato in modo così ripetuto e plateale, e sommato ai continui incitamenti dei preti croati dagli altari e dalle piazze – si riesce a spiegare l’ondata di ferocia collettiva, cieca e inarrestabile, che ha coinvolto un intero popolo di cattolici nel brutale sterminio dei loro connazionali di fede ortodossa.

Resta difficile, a sua volta, ignorare come la catena di eventi drammatici registrati in Croazia ritorni inesorabilmente alla fonte che aveva nutrito i semi per la loro futura esistenza: era stato Pacelli a dare il contributo decisivo alla nascita della dittatura nazista, con l’approvazione del Decreto di poteri assoluti a Hitler e il susseguente scioglimento dell’opposizione cattolica in parlamento.
“Il voto del partito del Zentrum per il Decreto dei poteri assoluti fu decisivo per instaurare la tirannia totale di Hitler. Subito dopo Monsignor Kaas, su pressante richiesta di Pacelli, dissolse il partito. Il fatto che il partito si sia sciolto volontariamente, e non in modo forzato, diede al mondo e ai tedeschi l’impressione di un avallo ufficiale a Hiter da parte dei cattolici. [5-3]

In seguito era stato Hitler a mettere al potere Pavelic, che fu accolto a braccia aperte da Stepinac a Zagabria, e poi accompagnato regolarmente nelle uscite ufficiali da Ramiro Marcone, in rappresentanza di Pio XII.

Diventa quindi impensabile sostenere che Pio XII sia stato un semplice “spettatore passivo” di quanto accaduto in Croazia, mentre si pone seriamente la necessità di valutare il peso effettivo che la Chiesa ha avuto nella nascita degli stati nazi-fascisti in tutta Europa, con le responsabilità che ne conseguono per aver avallato moralmente – ed in certi casi incitato apertamente – gli stermini sistematici di milioni di civili compiuti da queste nazioni “nel nome di Dio”.

GLI ARGOMENTI A DIFESA DELLA CHIESA

Il dibattito storico sul cosiddetto “silenzio di Pio XII” è stato ampio ed approfondito, e ha permesso di conoscere da vicino anche le argomentazioni che sono state portate in difesa della Chiesa.

La maggioranza di queste argomentazioni tende a convergere su una tesi generalizzata, secondo la quale il Papa non sarebbe stato affatto un complice intenzionale del nazi-fascismo, ma lo avrebbe anzi combattuto nei limiti delle sue possibilità, fermandosi solo laddove ritenesse di poter peggiorare la situazione invece di migliorarla.

“La principale accusa rivolta a Pio XII da molti storici (Lewy 1964, Cornwell 1999, Zuccotti 2000) è relativa ai “silenzi” del Papa sullo sterminio degli ebrei, cioè alla assenza di condanne ufficiali del nazismo e della shoah da parte della Santa Sede. Tuttavia la documentazione esistente sembra confermare la tesi sostenuta da altri storici (Angelozzi Gariboldi 1988, Tornielli 2001) che tale silenzio sia stato motivato dall’intenzione di non provocare mali peggiori alle vittime delle persecuzioni naziste e ai cattolici tedeschi.” – Maurizio Lovatti – LINK: http://www.lovatti.eu/st/PioXII.htm

E’ sicuramente una tesi plausibile, sia dal punto di vista logico che da quello umano, che trova inoltre un riscontro pratico nei rastrellamenti impietosi messi in atto dai tedeschi fra i cattolici del Belgio, dopo che il clero di quella nazione osò denunciare l’invasione nazista.

Questa tesi manca però di giustificare tutti i gesti di palese supporto compiuti negli anni precedenti dalla Chiesa a favore del nazi-fascismo – in Spagna, Italia, Germania e Croazia – che abbiamo elencato nei capitoli precedenti (e che rappresentano solo una parte di quelli storicamente documentati).

Siamo quindi di fronte ad una somma di contraddizioni evidenti, che impongono di pensare ad una doppia lettura degli eventi, scaturita dalla ambiguità intrinseca nel concetto stesso di “patto” fra la Chiesa ed un qualunque potere secolare.

LA LOTTA PER LE INVESTITURE

Sembra infatti evidente che durante il ventennio nazi-fascista abbiamo assistito, in realtà, all’ennesimo capitolo della cosiddetta “lotta per le investiture”, cioè il millenario braccio di ferro fra Chiesa e Imperi per il controllo assoluto delle nazioni sottomesse.

Uno dei fondamenti dottrinali della Chiesa, infatti, è che il potere “proviene da Dio”:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna.

– Nuovo Testamento, Lettere ai Romani 13,1-2

E’ quindi naturale che la Chiesa abbia reclamato sin dall’inizio il diritto di gestire questo potere in prima persona. A loro volta però gli imperatori hanno sempre accolto con sospetto questo curioso caso di autoreferenzialità, nel quale era la stessa Chiesa ad attribuirsi un potere che poi voleva esercitare, ed hanno invece riaffermato il proprio diritto di comandare a piacimento i popoli conquistati, senza interferenze da parte di nessuno.

In fondo, sostenevano, gli eserciti per andare in guerra ce li mettevano loro.

Va infatti notato come la Chiesa abbia preso parte, in modo più o meno indiretto, a quasi tutte le guerre europee degli ultimi 1700 anni, senza mai rischiare di perdere un solo soldato. Dalle Crociate alla Guerra dei Trent’anni, dalla strage dei Catari alla stessa guerra in Croazia, ha sempre usato gli eserciti altrui, sopravvivendo in ogni caso alla loro eventuale disfatta.

Questa peculiare capacità di sopravvivenza assume un sapore decisamente amaro di fronte all’agilità con cui Pio XII “cambiò casacca” nel 1943 – contribuendo a gettare nel caos la nazione – quando comprese che Hitler e Mussolini sarebbero stati sconfitti, e si affrettò a venire a patti con gli Alleati.

Si torna così alla citazione iniziale di Eleanor Roosevelt:

“La Germania nazista non c’è più. La Chiesa cattolica è ancora fra noi, più potente che mai, con la propria stampa e la stampa mondiale ai suoi piedi.”

Se è vero che servono gli eserciti per vincere le guerre, è anche vero che queste si possono scatenare solo con un forte supporto popolare, e che quindi l’autorità morale riconosciuta alla Chiesa diventi in certi casi altrettanto preziosa, se non addirittura indispensabile. (Questo vale anche per altre religioni, ovviamente).

Quando ciascuno dei poteri necessita dell’altro per espandersi e per conquistare, si arriva inevitabilmente allo scontro diretto, nel momento di decidere chi debba comandare sull’altro. Non esistono partnership di successo basate su un reale rapporto fifty-fifty.

Fu infatti dal giorno in cui Ambrogio, vescovo di Milano, dichiarò che la Chiesa “contiene tutto, e quindi anche l’Impero”, che la Storia ci ha regalato dozzine di episodi pittoreschi in cui lo scontro fra i due poteri è diventato palese, prolungato e spesso anche furibondo.

Uno dei più importanti fu proprio la Presa di Roma (1870), che decretò la fine dello Stato Pontificio e l’esproprio dei beni territoriali della Chiesa in tutta Italia. Da allora la cosiddetta “questione romana” rimase al centro di tutte le dispute fra Chiesa e Stato Italiano, finchè Mussolini – il grande “mangiapreti” d’antàn – si ritrovò a firmare i Patti Lateranensi, con vistose concessioni al Vaticano, pur di rimuovere gli ostacoli che ancora gli impedivano di arrivare al potere assoluto.

Una meccanica simile, come abbiamo visto, si era verificata anche nella Germania nazista, dove il Reichskonkordat pose fine pubblicamente alle ostilità, ma diede il via ad un prolungato braccio di ferro dietro le quinte, che finì per esplodere con la storica crisi fra Hitler e Vaticano nei due anni che precedettero la guerra.

Lo scontro era imperniato sul controllo delle scuole e della gioventù, che Hitler aveva garantito alla Chiesa con in Concordato, ma che cercava chiaramente di far passare nelle mani delle organizzazioni naziste.

Sapevano ambedue molto bene che un potere duraturo può resistere solo se fondato su una solida base culturale, che inculchi fin dalla gioventù i valori centrali che lo sostengono.

“MIT BRENNENDER SORGE” E L’ENCICLICA SCOMPARSA

Il 10 marzo 1937 Pio XI pubblicava l’enciclica “Mit Brennender Sorge”, che in tedesco significa “con grande ansietà”. L’ansietà era, almeno ufficialmente, quella per la guerra che si profilava all’orizzonte, e che minacciava di distruggere buona parte dell’Europa, Italia compresa.

Questa enciclica – scritta direttamemte in tedesco con il contributo di Pacelli – viene spesso citata dai difensori della Chiesa come un atto d’accusa contro Hitler, e come una lancia spezzata in difesa degli ebrei. Il realtà l’enciclica non nomina mai personalmente il Fuhrer, e si limita ad una generica condanna del “razzismo”, senza mai denunciare apertamente le persecuzioni degli ebrei e di altre etnie che erano già in corso in molti paesi europei.

Mancava poco alla “Notte dei Cristalli”.

Fu inoltre proprio Pacelli, che in quel momento era Segretario di Stato (Ministro degli Esteri) del Vaticano, ad ammorbidire gli effetti negativi dell’enciclica presso il Reich, come riportato da John Cromwell nel suo libro-scandalo “Hitler’s Pope”:

“Per quanto Pacelli abbia collaborato alla stesura e alla distribuzione dell’enciclica, nè indebolì presto gli effetti rassicurando l’ambasciatore del Reich a Roma. “Pacelli mi ha ricevuto con decisa amichevolezza” fece sapere il diplomatico a Berlino, “e durante la conversazione mi ha enfaticamente rassicurato che le normali ed amichevoli relazioni fra di noi sarebbero state ristabilite al più presto possibile”. [5-4]

Ma è soprattutto quello che accadde dopo, che annullò definitivamente il gesto voluto da Pio XI con “Mit Brennender Sorge”, e che mostra la reale avversione di Pacelli ad una qualunque denuncia aperta del nazismo, che il futuro papa continuava a considerare l’estremo difensore contro il pericolo bolscevico.

Visto lo scarso successo ottenuto dalla “Mit Brennender Sorge”, Papa Ratti aveva chiesto la stesura di una nuova enciclica, che condannasse apertamente Hitler e il nazismo, per cercare in qualche modo di arrestare la follia che stava per travolgere il mondo.

Questa volta però Pacelli non la scrisse di persona, ma ne affidò la stesura ai Padri Gesuiti, i quali la passarono poi di mano in mano, fino a farne perdere le tracce.

Il 10 febbraio del 1939 Pio XI, che nel frattempo si era inimicato anche Mussolini, moriva improvvisamente per un attacco cardiaco, senza aver mai potuto nè leggere nè firmare la nuova enciclica.

In seguito Galeazzo Ciano avrebbe sparso la voce di “un compito molto delicato” che Mussolini aveva affidato in quei giorni a Francesco Petacci, che oltre ad essere il padre della sua fidanzata era anche medico personale di Pio XI.

Alle ore 13 del 2 di marzo 1939 Eugenio Pacelli apriva le porte del nuovo Conclave nel ruolo di Camerlengo, e ne usciva alle 17.30 – dopo tre rapide votazioni – come neoeletto Papa Pio XII.

Fra le prime azioni del nuovo Papa vi fu proprio la soppressione definitiva dell’enciclica di condanna al nazismo voluta dal suo predecessore, che non ha mai visto la luce.

Si può quindi al massimo attribuire a Papa Ratti una qualche volontà, per quanto tardiva, di fermare la macchina infernale che lui stesso aveva contribuito a creare, ma non si può certo affermare che Pio XII fosse intenzionato a fare la stessa cosa, nè che ci abbia provato in modo realmente efficace.

Nonostante le diverse richieste, da parte di Churchill e altri rappresentanti stranieri, di denunciare l’Olocausto in corso, soltanto due volte Pacelli lo avrebbe criticato pubblicamente. Ma lo fece solo nel 1942, in modo obliquo e generico, senza mai pronunciare nè la parola “ebrei” nè la parola “nazismo”. Nel frattempo nei lager tedeschi erano già morte più di tre milioni di persone.

Questo non significa naturalmente che i rapporti con Hitler fossero diventati di colpo idilliaci, dopo la sua elezione a pontefice. Lo scontro sarebbe continuato in altre forme, ma la pubblica condanna, ferma ed inequivocabile, che avrebbe forse potuto evitare lo sterminio di milioni di innocenti, non arrivò mai.

Per sintetizzare al meglio l’antagonismo fra Hitler e Pio XII, basterà ricordare che nel 1939 – a guerra appena iniziata – il neoeletto Papa prese parte ad un progetto segreto, mai realizzato, di far uccidere il Fuhrer in combutta con gli Alleati, mentre lo stesso Hitler arrivò in seguito a progettare il rapimento di Pio XII per allontanarlo definitivamente dalla sede di Roma. Tutto questo avveniva con il Reichskonkordat, siglato pochi anni prima, ancora pienamente in vigore [5-5]

E’ peraltro comprensibile, come già detto, che il rapporto fra la Chiesa e le nazioni alleate sia sempre stato caratterizzato da una profonda ambiguità, dove l’apparente serenità esteriore nascondeva il prolungamento interminabile di un conflitto mai risolto.

A sua volta, la Chiesa è sempre stata cosciente di esporsi alle critiche, nel momento in cui appoggiava regimi particolarmente sanguinari e truculenti come quello di Hitler o di Ante Pavelic.

Nasceva quindi la necessità di un sottile gioco di equilibri fra apparenza e sostanza, dove la prima veniva spesso chiamata a fare da copertura alla seconda, per evitare sia lo scontro frontale che eventuali critiche esterne.

Un classico esempio della totale ambiguità a cui ricorre spesso la Chiesa, per “tenere il piede in due staffe”, si trova nel comunicato della Congrega per le Chiese d’Oriente mandato a Zagabria dal Card. Tysserant nel luglio del ’41. In tale occasione si incoraggiavano vescovi e preti croati a “permettere un naturale ritorno alla Chiesa cattolica” di tutti coloro che l’avessero eventualmente abbandonata in passato, a favore di altre chiese. Sottolineando il “naturale ritorno”, il documento appare come un nobile gesto di rispetto verso la libertà religiosa di tutti i cittadini. In realtà, escludendo tutti coloro che erano ortodossi dalla nascita, il comunicato autorizzava di fatto la loro conversione forzata, senza nemmeno nominarla. (E’ sulla base di questo documento che gli Ustasha e i francescani portarono a termine oltre 200.000 conversioni forzate dei serbo-ortodossi). [5–6]

Questo tipo di lettura, basata sulla ricorrente ambiguità delle proprie azioni – altri la chiamano ipocrisia – trova purtroppo conferma anche negli anni più recenti, con il supporto dato dalla Chiesa cattolica alle dittature del sudamerica (Argentina e Cile sopratutto): mentre ne condannava ufficialmente la repressione violenta, si scopriva che il Vaticano mantenesse addirittura dei conti bancari congiunti con Augusto Pinochet. Ancora più eclatante è l’esempio della stessa Croazia, con la richiesta universale “di perdono” da parte di Giovanni Paolo II per i crimini commessi in passato dai cristiani nel mondo, platealmente contraddetta dalla beatificazione dell’arcivescovo Stepinac, da lui stesso celebrata a Zagabria nel 1991.

Se cercavano un modo per confondere alla radice i loro fedeli, le alte gerarchie della Chiesa lo hanno sicuramente trovato.

IL CORPO DEL REATO

Rimane un’ultima pietra, che sembra seppellire definitivamente le possibilità di riscattare Pio XII dalle accuse di complicità con il nazi-fascismo, ed è il supporto dato dal Papa nel nascondere ed aiutare a fuggire numerosi caporioni nazisti, fra cui Ante Pavelic, dopo la disfatta dell’Asse.

Fuggito in Austria prima dell’arrivo dei Partizan a Zagabria, Ante Pavelic aveva raggiunto Roma, dove sarebbe rimasto a lungo nascosto fra le mura del Vaticano, travestito da prete, nel Convento di S. Girolamo. In seguito avrebbe assunto la falsa identità di un ex-generale ungherese, come risulta da questo documento del C.I.C., l’agenzia di controsopionaggio dell’esercito americano a Roma, desecretato di recente. L’originale è del luglio 1947.

COUNTER INTELLIGENCE CORPS
ROME DETACHMENT
ZONE FIVE
APO 512 US ARMY

1 – Ante Pavelic si nasconde sotto le spoglie di un ex-generale ungherese di nome “Giuseppe”. Porta una sottile barba appuntita ed i capelli tagliati corti sui lati, alla moda degli ufficiali tedeschi. Vive in una proprietà della Chiesa sotto la protezione del Vaticano, in via Giacomo Venezian 17-C, secondo piano.

2 – Entrando nell’edificio si segue un lungo corridoio scuro, alla cui fine si trovano due scale, una sulla sinistra e una sulla destra. Si prenda la seconda. Sulla destra vi sono stanze numerate 1, 2, 3, ecc.. Bussando una volta o due alla porta n. 3 si presenterà una persona sconosciuta. Bussando invece tre volte alla porta numero 3 si aprirà la porta n. 2, che conduce alle abitazioni che Ante Pavelic divide con il famoso terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff ed altre due persone.

3 – Altre 12 persone vivono nell’edificio. Sono tutti Ustasha, e compongono la guardia del corpo personale di Pavelic.

4. Quando Pavelic esce in macchina usa un’auto con la targa del Vaticano (SCV).

5 – Le seguenti persone fanno occasionalmente visita al convento:

a) Ivica FRKOVIC, direttore della pubblicazione Ustasha “Hrvatski Narod”
b) Dr. Feliks POLJANIC, assistente capo della Polizia di Sarajevo
c) Ciro KUDUIA, Colonnnello Ustasha
d) Dr. VIDALI, assistente capo della Polizia di Sicurezza croata;
e) Zvonko DUGANIC, assistente capo del Servizio di Informazioni croato (vive a Roma, tel.N. 43302)
f) Peter SIMIC;
g) Dr. Lovro SUSIC, segretario del Movimento Ustasha in Italia. Attualmente vive a Caserta.
h) Joso ZUBIC, Commissario di Polizia di Sarajevo.
i) Husnija HRUSTANOVIC, giornalista
j) Zdravko BJELOMARIC – LINK:http://www.jerusalim.org//cd/biblioteka/pavelicpapers/pavelic/ap0021.html

Un altro documento della stessa agenzia confermava il tipo di protezione di cui godesse Pavelic a Roma, che riuscì a evitare tutte le richieste di estradizione da parte degli Alleati – che inizialmente volevano arrestarlo – per poi essere fatto fuggire definitivamente in Argentina.

COUNTER INTELLIGENCE CORPS
ROME DETACHMENT
ZONE FIVE
APO 512 US ARMY

[…] I nostri agenti hanno riportato la seguente impressione dei contatti di Pavelic con il Vaticano. Tali contatti sono di così alto livello, e la sua attuale posizione è talmente compromettente per il Vaticano, che una qualunque estradizione del Soggetto conferirebbe un colpo devastante alla Chiesa romano-cattolica. […] – LINK: http://www.jerusalim.org/cd/biblioteka/pavelicpapers/pavelic/ap0027.html

Nella fuga dalla Croazia Pavelic aveva portato con sè anche buona parte del cosiddetto “tesoro degli Ustasha”, composto da svariati bauli di oggetti preziosi tolti ai serbi e agli ebrei che venivano istradati ai campi di sterminio.

Il destino di quei bauli, insieme a quello degli Ustasha fuggiti in Argentina, verrà descritto nel dettaglio in un nuovo capitolo, dedicato alle cosiddette “Ratlines”.

CONCLUSIONE

Le parole, in ogni caso, prima o poi evaporano nel nulla, mentre restiamo a fare i conti con dei fatti storici particolarmente ingombranti, che nessuno potrà mai cancellare:

– Diversi milioni di ebrei sterminati dai nazisti con la silente complicità del popolo tedesco, sulla base di un diffuso antiebraismo coltivato dalla Chiesa in tutta Europa nel corso dei secoli.

– Quasi un milione di serbi, ebrei e Rom sterminati in Croazia dagli Ustasha con la attiva partecipazione del clero cattolico, istigato apertamente dalle più alte gerarchie della Chiesa, sotto l’egida papale rappresentata dal nunzio apostolico Marcone.

– Quasi un milione di civili spagnoli sterminati dai fascisti di Franco con tanto di benedizione papale, con il pieno supporto di vescovi e cardinali di tutta la Spagna, e spesso per mano degli stessi frati francescani.

– Circa mezzo milione di civili fra slavi, albanesi, greci e africani sterminati dagli eserciti di Mussolini con il pieno supporto morale della Chiesa di Roma.

– Decine di milioni di morti causati, direttamente o indirettamente, da una Guerra Mondiale che è stata voluta, preparata ed iniziata dai poteri nazi-fascisti ufficialmente sostenuti dalla Chiesa cattolica.

Diventa quasi risibile, a questo punto, mettersi a contare “quanti ebrei” abbia effettivamente salvato Pio XII, oppure mettersi a discutere sulla corretta interpretazione di una enciclica, mentre diventa legittimo sospettare che questo genere di dibattito – apparentemente scottante, ma sostanzialmente innocuo – venga tenuto in vita in modo artificiale per distrarre l’attenzione da un reale problema storico, di ben diversa natura, portata e magnitudine.

Come ha scritto Thomas Pynchon, “Se riescono a farti fare la domanda sbagliata, non devono più preoccuparsi delle risposte”.

Scritto da Massimo Mazzucco per luogocomune.net

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