Da CONFLITTI E STRATEGIE di Gianni Duchini

L’Istat ha confermato che nel primo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,3% mentre per il secondo trimestre la crescita risulta dello 0,2%. A maggio l’indice annuo dei prezzi è salito ad un +0,2% a seguito dell’intervento di Draghi con il Qe.

Ma la crisi non è finita. E’ una ripresa trainata dagli investimenti nei mezzi di trasporto (e dalle scorte), inoltre è il nostro export che fa aumentare il pil, mentre sul fronte Usa si assiste a qualche smottamento: Il Pil americano del primo trimestre è sceso dello 0,7% contro lo stimato +2%.

La (de)crescita del Pil di Germania ed Usa non è tale da stimolare un aumento del nostro export che per oltre 2/3 li vede come mercati di sbocco. Le imprese manifatturiere italiane di grandi dimensioni mantengono le posizioni sui mercati internazionali, le medie, se svolgono attività di alta specializzazione, si rafforzano e conquistano nuovi spazi, mentre le piccole hanno una marginalità da lumicino. Sangalli (Presidente di Confcommercio) annuncia che per ritornare ai valori del Pil del 2007 ci vorranno altri 15 anni.

Per quanto riguarda il problema dei problemi, il fantomatico debito pubblico italiano, ma anche anche quello spagnolo, con un livello di indebitamento pari a 2 mila miliardi di euro, l’autorevole Financial Times, quotidiano della City londinese, si è spinto a rivalutare il debito pubblico, in controtendenza alle austere ossessioni di Berlino. Il quotidiano dà un suggerimento, in linea col Fmi: “nei paesi che hanno un ampio margine di manovra fiscale, i governi non dovrebbero perseguire politiche per ripagare il debito, ma, invece, lasciare che il rapporto debito/pil scenda per effetto della crescita e di entrate opportunistiche, per il resto invece convivendo con il debito”.

Tuttavia, il quadro complessivo internazionale è a tinte fosche. Ci sono segnali di cedimento, dagli Usa al Giappone alla Cina, ai paesi emergenti ed il consolidarsi di una stagnazione generale sopratutto Europea morderà sempre più i paesi più deboli come l’Italia.

L’attuale crisi è assimilabile a quella di fine ‘800 (1873-96) con una lunga fase di stagnazione economica espressa da una diminuzione dei prezzi (deflazione). Da rilevare che a fronte della recessione in molti paesi vi fu una impetuosa crescita economica  (Stati Uniti e Giappone9 con una deregolazione di tutto il quadro internazionale, come effetto immediato della perdita di potenza della centralità inglese.

Più precisamente la recessione non fu generale perché riguardò il centro del sistema politico ed economico inglese dell’800. E fiorì in particolare nella “Seconda rivoluzione Industriale” con la nascita di nuove branche dell’industria e con profonde trasformazioni organizzative ed innovazioni tecnologiche dal motore a schioppo alla elettricità.

Se nel Congresso di Vienna (1814-1815) il paese che risultava più forte e sviluppato era L’Inghilterra, come nazione con il più grande possesso di colonie, dopo il 1870 abbiamo nell’età dell’imperialismo un declino della potenza inglese, principiato realmente dopo la prima guerra mondiale e conclusosi con la seconda guerra mondiale.

Questo breve sorcio di storia ci permette di affermare che una lunga depressione nasce da uno scoordinamento tra i vari sistemi economici, si presenta all’inizio come stagnazione con bassi tassi di (de)crescita, per passare di livello, fino alle manifestazioni più evidenti delle grandi crisi del 900: crisi economiche del 1907 e 1929 e crisi militari con le due grandi guerre mondiali; l’ultima delle quali si concluse con l’avvento di un nuovo centrocoordinatore detentore della supremazia, in uno dei poli i cui fu suddiviso il mondo (USA-URSS).

 

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