Da LobbyingItalia di Giovanni Gatto

Parte oggi, 1 settembre 2015, l’obbligo per i lobbisti della Repubblica d’Irlanda di iscriversi a un registro e riportare i loro contatti con i decisori pubblici. È questa la principale novità del Regulation of Lobbying Act approvato nei mesi scorsi dal governo di Dublino con l’obiettivo di rendere sempre più trasparente il processo decisionale e scoraggiare la corruzione nella classe politica.

Oggetto particolare della regolamentazione sono i lobbisti professionisti, ma anche i singoli cittadini che volessero influenzare le politiche governative sono tenuti a registrarsi e rendere pubblico il proprio interesse. Eventuali infrazioni alle norme sulla registrazione saranno sanzionate fino a un massimo di 200€ o anche con pene detentive per i casi più gravi. Le nuove norme prevedono anche un periodo di “raffreddamento” (cooling-off) di un anno per gli ex decisori pubblici che intendessero entrare nel mondo del lobbying in maniera professionale o occasionale. La definizione di “decisore pubblico” in base a questa legislazione è molto ampia: comprende anche segretari generali, segretari di direzione, e tutti i livelli dirigenziali.

Il lobbying è definito come la presentazione di “comunicazioni rilevanti”, il che significa ogni tipo di comunicazione, scritta o orale, diretta o indiretta nei confronti di un decisore pubblico in relazione a una materia di interesse generale. Tra queste:

  • La proposta di creazione, modifica o sviluppo di qualsiasi programma di politica pubblica;
  • La preparazione di emendamenti o procedure di attuazione di atti;
  • La concessione di bonus, prestiti o supporti finanziari, contratti o altri accordi, licenze o autorizzazioni da parte del decisore pubblico.

Il Registro sarà monitorato dalla Standards in Public Office Commission (SIPO), guidata dalla canadese Sherry Perreault, che presenterà una relazione il 21 Gennaio di ogni anno. Quindi, i primi dati del registro saranno pubblicati tra circa 5 mesi. La registrazione è richiesta non solo per professionisti, ma in generale anche per chiunque sia pagato per proporre, gestire o dirigere attività di pressione e comunicazione al decisore pubblico per conto di terzi. Altri gruppi di pressione o comitati che abbiano intenzione di tenere contatti con il governo, anche provenienti da esperienze private, sono soggetti ad alcune condizioni, tra cui il rispetto di un “codice della trasparenza” dove registrare i documenti relativi ad ogni incontro.

La registrazione può essere rimandata solo nei casi in cui possa avere effetti rilevanti sugli interessi finanziari dello Stato, sull’economia nazionale, sull’interesse aziendale o sull’interesse personale, quando causi perdite finanziarie ai soggetti protagonisti del report registrato. In questi casi spetta al SIPO la decisione di pubblicare o meno le informazioni.

Diverse le reazioni al nuovo sistema di regolamentazione dell’attività di lobbying. Nuala Haughey del think tank TASC si dice soddisfatta del passaggio “da una cultura della segretezza a una nuova ondata di trasparenza. È però ancora troppo presto per giudicare se il regime obbligatorio riesca nell’obiettivo di registrare il lobbying formale e informale dei diversi gruppi di interesse”. Anche il Public Relations Institute of Ireland, che raccoglie circa 800 membri, si è detto favorevole alla regolamentazione seppur denotando “preoccupazione per l’accesso privilegiato” a Leinster House, la “casa” del Parlamento irlandese, per molti ex politici.

Il Lobbying Act, in generale, punta quindi a rendere pubblico qualsiasi tipo di tentativo di influenza, sia esso diretto o indiretto, formale o informale, nei confronti della decisione pubblica. Presenta però alcune eccezioni, come i negoziati sindacali o comunicazioni tra enti dello Stato, che rientrerebbero nelle modalità di comunicazione interna. Sono esentati dalla regolamentazione anche i casi di tipo privatistico, ovvero quei tentativi di “influenza” esercitati nei confronti di decisori non pubblici (ad esempio, un datore di lavoro).

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