Questo è Cefis 3
L’uomo vestito d’amianto
di Giorgio Steimetz

Abbiamo sempre condotto le fisionomie parallele tra Mattei e Cefis, sino a ripeterci con un’asserzione ai limiti del paradosso: entrambi mostrano tante di quelle fedeli rassomiglianze da renderli assolutamente diversi l’uno dall’altro. L’imperio e la tracotanza di proconsoli, l’eccezionale disinvoltura d’azione, l’incomunicabilità psicologica, le allegre deviazioni aziendali, l’immunità di gestione; l’alone di mistero o di leggenda della loro vita privata: tutti elementi comuni ai due ritratti biografici.
Quanto a indole, tecniche dirigenziali, strumenti d’attività, opinioni delle cose e degli uomini, aspetto e gusti, l’oleografia non coincide affatto. Sovrapposizioni che conducono alla teoria cartesiana (emancipata) delle idee chiare e distinte.
Ci serviremo di un’analogia curiosa tra i due, quella della residenza anagrafica.
Enrico Mattei risultava residente a Milano al 10 di via Fatebenefratelli, mentre a quel numero civico di tutto si poteva trovare, fuorché il focolare domestico dell’esimio Presidente, notoriamente trasmigrato con i suoi Lari in un appartamento d’albergo a Roma, con la signora Margherita.
Eugenio Cefis invece è nato il 21 luglio 1921 e conta 50 anni di età; coniugato con Righi Marcella nata nel 1927 sul Lario, a Belgirate (passione acquisita, dunque, lo sci nautico); abita, per deduzione anagrafica, in via Borgonuovo al 15, con la figlia diciottenne, Cristina. Al 15 di via Borgonuovo, dunque, Cefis risiede effettivamente, anche se da poco. Ma al numero 14 è ospitato un altro misterioso ufficio personale. Noi ci limitiamo a segnalare, non avendo scomodato Tom Ponzi, che fino a qualche tempo fa Eugenio e Marco Cefis, il figlio, risultavano abitanti in diversi appartamenti ma allo stesso numero quattro di via Dandolo. Ora il figlio Marco sembra aver trovato in via Fratelli Gabba 7 più confortevole dimora, mentre il padre ha denunciato alla ripartizione Stato Civile di Milano di essersi trasferito appunto in via Borgonuovo 15.
Rientra nelle strategie diplomatiche questa ambivalenza domiciliare-ufficio privato per cui si risiede in via Borgonuovo ma vi si occultano e vi si manovrano basi segrete?

L’imponibile del piccolo borghese

L’aspetto nebuloso di questa vicenda è, in fondo, del tutto personale. Piuttosto sarebbe interessante apprendere quanto pagava l’imposta di famiglia al Comune di Milano, giacché nell’elenco eici maggiori contribuenti il nome di Eugenio Cefis sino a qualche anno fa non compariva. Qualsiasi cittadino ha diritto di prendere visione, nei tempi dovuti, dei ruoli (pubblici) delle imposte comunali, questo è ovvio. Ma l’assenza dalla colonna infame dei 4uotidiani cittadini quando dedicano l’annuale radiografia fiscalle, limitata all’ímponibile di famiglia, dei bigs di Milano di un uomo come CeSs lascia un po’ interdetti.
Cavaliere del Lavoro, presidente dell’ENI, dell’ANIC, della SNAM, dell’AGIP; consigliere della Banca Commerciale Italiana; dottore (non commercialista, comunque) con due uffici privati e una residenza più che rispettabili ed esaltanti; un autista e segreterie particolari; personalità con partecipazioni in diverse Società, italiane e straniere, e con degli stipendi che ancora non risultano versati ai Martinitt o alle Missioni Estere: con tutte queste guarentigie di aristocrazia fiscale, non apparteneva al Gotha dei contribuenti meneghini.
Secondo le norme illustrative circa i criteri di applicazione dell’imposta di famiglia, si deve applicare in pieno il metodo deduttivo, per cui qualsiasi forma, anche apparente, di benessere, distinzione, di livello sociale – con tutti gli accidenti esteriori – si assomma rigidamente per un calcolo definitivo. Pertanto o Eugenio Cefis sapeva nascondere abilmente il lustro che lo circondava e le entrate d’ogni genere che gli si potevano ragionevolmente attribuire; o godeva di particolare riguardo in questa fase di accertamento presuntivo. Non dimentichiamo tuttavia che il Presidente dell’ENI, nello sfolgorio delle priorità che gravitano sulle sue spalle, è un povero funzionario dello Stato: si è mai sentito che un dipendente dello Stato, anche assiso in cima alla scala dei valori gerarchici, non sia un pezzente per nascita, vocazione, necessità?
Per un personaggio che adopera i denari dello Stato in imprese sociali estranee ai Eni istituzionali dell’ente che presiede, un modesto e discreto cenno ai benefici di cui gode, alle entrate, trasferte, stipendi, medaglie, indennità sarebbe legittimo e comprensibile, tanto più che riteniamo i suoi meriti civili non possano esentare da quelle verifiche cui sono sottoposti i meno abbienti con la dichiarazione dei redditi, i controlli, i faticosi e pesanti concordati, il sistema giudiziario di applicazione dei tributi.

Forse i preti faranno ancora luce

Il fascicolo di Eugenio Cefis deve godere di attenzione particolare all’intendenza di Finanza: vogliamo dire che lui non è uno dei comuni mortali, che alla persona spetta una certa deferenza: la sua denuncia, conseguentemente, è coperta da discrezione e riservatezza (magari sta nel cassetto del direttore dell’Ufficio e non negli scaffali ai quali accedono gli impiegati).
Semplici illazioni, ma giustificabili e significative. Anche qui andrebbe rifatto il discorso appena elementare riportato a proposito dell’imposta di famiglia. Possibile che sempre l’impiegato del gruppo B o il salariato dell’Inadel debbano rendere conto sino al centesimo, ed ancora sapersi riguardato come fellone e mentitore dal fiuto dei segugi addetti al Fisco; mentre i grandi se la sbrigano sulla tangente, evitando Scilla quando proprio non riescono a scansare Cariddi?
D’un malcapitato contribuente borghese o proletario (due termini oggi in via d’elisione reciproca), I’autorità fiscale traccia immediate e rigorose radiografie sui redditi. Non sarebbe quindi perfettamente onesto se il signor Ministro Preti smentisse, cifre alla mano o sulla sua sola parola, un interrogativo fiscale chiamato Cefis Eugenio?
Ma apriamo gli occhi una buona volta: come si può sottoporre ad un lavaggio (tributario) del cervello un benefattore della Nazione? Non è forse uno dei pilastri della nostra economia, impersonando l’ENI? Perché infierire quando il suo mestiere rende miliardi alle casse dello Stato, col petrolio italiano e il metano libico-sovietico-olandese?
Notoriamente questi capi d’industria passano per gente avulsa dal denaro, disinteressata, temperante, che non dimentica in generale le umili origini e un certo ascetismo di vita. Appunto come il marchese Casati, quel borghesuccio suicida, assolutamente trascurabile davanti al fisco e al Comune di Roma, rivelatosi tardi anche per lui poveretto ricco sfondato e perfetto bugiardo (davanti al dovere della leale e completa sincerità tributaria): nessuna affinità con un Presidente dell’ENI, neppure tirata.
Solo un precedente fiscale. Per di più superfluo al Ministro Preti che dispone accertamenti severi, in materia, prima di investire il candidato del Cavalierato del Lavoro (Cefis lo è dal 1970), ma che forse non indulge, come sarebbe simpatico, a successive controverifiche dopo il conferimento.
Un uomo stimato e politico di riguardo, il Ministro al quale chiediamo lumi. Se riesce a stanare prede di lusso, quasi intoccabili, come certi magnati delle ACLI e dei Sindacati. Possibile che di questa via non riesca a raggiungere, nel loro covo a prova di bomba (indiziaria) gli industriali di Stato per investitura, ricchi proletari per espedienti e situazioni di censo, tipo il Presidente dell’ENI?
Gentiluomini, i Cavalieri del Lavoro – ma anch’essi ai suoi la vigilia di Natale il Presidente dell’ENI – (e il pane) lo devono guadagnare giorno per giorno.
Chiedendo semplicemente che la situazione contributiva di Eugenio Cefis sia resa pubblica, non avanziamo una pretesa illegittima: tale è la dimensione sociale dell’impresa (di Stato) ENI, che il suo Presidente non può – agli occhi della gente – sottrarsi ad un chiarimento di tanta importanza. Dal quale potrebbe emergere con delle benemerenze (fiscali) a noi sconosciute e assolutamente incensurabili. Un soggetto fiscale come questo merita, diciamolo francamente, cure speciali. La complessità e le collusioni del prisma Cefis, in luogo di arrestare il cammino dell’indagine, dovrebbe favorirla: a beneficio di tutti, lo Stato in primo luogo. E salvo ogni buon fine.
Il monopolio dell’Ente Nazionale Idrocarburi e la posizione del suo Manager unico, resistono (o hanno resistito sinora) ad ogni attacco concentrico o isolato, a qualsiasi coraggiosa o sprovveduta denuncia, a tutti i tentativi di farvi luce. Le autorità governative tacciono, come tace Eugenio Cefis (almeno fin che il suo ufficio stampa non perde le staffe perché proprio non se ne può far a meno, e risponde con alzo zero). Impenetrabile come le nebbie padane, il Presidente sembra refrattario alle (ormai rare) campagne di stampa che come i temporali estivi di tanto in tanto cercano un diversivo.

Le valigie diplomatiche del « Governatore »

Gente del suo stampo, a quella latitudine iperborea, snobba con agilità dignitosa il veleno delle frecciate, gli attacchi sporadici, i mille postulanti noiosi e malevoli, i sottintesi polemici dei discorsi domenicali coi quali si tengono in allenamento gli uomini politici, gli spauracchi buffi delle inchieste parlamentari, le minacce e i ricatti, il pettegolo sussurro di untorelli, di mignatte e di gazzettieri. La Magistratura non ha nulla a che vedere con questa extraterritorialità strategica e morale che distingue (e minimizza) la conduzione indipendente d’una repubblica (presidenziale) nella Repubblica.
Questa una conclusione affrettata, suggerita dall’antico scetticismo nazionale di un Paese dove la vittoria in un derby esalta le folle e la sconfitta le umilia e distrugge negli entusiasmi e nell’equilibrio dell’animo. Noi pensiamo che a volte è proprio l’eccessiva disinvoltura che per lunghi periodi di tempo garantisce dolce e facile vita ai più spericolati trapezisti del mondo politico ed economico. Ma la fune, un giorno, si spezza. Certi controlli cominceranno a scattare anche per gli eletti del Signore, i primi in verità a dover testimoniare la dottrina che insegnano o impongono, senza viverla.
Tale immunità di carica potrebbe a rigor di logica rientrare nelle consuetudini della mafia politica, per cui le eventuali (ma documentate) accuse rivolte a Cefis si riverserebbero, come in una specie di reazione a catena tra vasi comunicanti, sugli accusatori stessi o sui loro supporters. D’altro canto è possibile riconoscere sempre in sede di ipotesi razionali che forse Eugenio Cefis è solo una pedina, la più altolocata, di un gioco che trascende lo stesso Presidente.
Ipotesi, naturalmente, da scartare subito, perché sostenibile unicamente da quanti non conoscono né l’uomo né i metodi. Dunque il salvacondotto di cui gode dagli inizi della folgorante carriera alla testa dell’ENI è di natura politica. Una riprova, se si vuole, di quella strana potenza che circonda l’opera e l’individuo. Di queste garanzie personali è sintomatico – benché riferito ovviamente all’altro Presidente, Mattei – un episodio che fonti ben informate danno per realmente accaduto, nonostante il silenzio dal quale è stato circoscritto. Non è che interessi la vita privata di un uomo pubblico, né si vogliono stabilire analogie: quel che conta è l’omertà se così possiamo finalmente chiamarla, che protegge certa gente illustre e qualsiasi.
Non avendo la stoffa del Cavaliere di Seingalt, ma cedendo talora alle insidiose arti d’Afrodite come ogni pur castigato peccatore, accadde una volta all’ex Presidente Mattei di trovarsi irretito malamente (e per solitario incidente) nel fumoso affare delle squillo da un milione, le cui cronache allietarono la buona società romana ai tempi del governo-lampo di Tambroni, troppo presto decaduto per scriteriate velleità di restaurazione.
Introdotto, nelle calde sere trasteverine, da una sua guardia del corpo nel gioco solitamente inoffensivo delle avventure senza domani, il malcapitato novizio di alto rango dovette ad uno zelante e autorevole funzionario il favore d’una cancellazione dai ruoli nominativi della faccenda, poi regolarmente pubblicizzata quando lo scandalo a tinte boccaccesche maturò appieno. La cosa impegnò i responsabili al versamento di alquanti milioni, a titolo di riparazioni. Denaro che non finì comunque nelle mani dello sfortunato uomo politico marchigiano che tra le effimere comete del suo rapido giro in orbita come Presidente del Consiglio ebbe a districare anche questa squallida faccenda allegra.
Episodio che fonti insospettabili hanno a suo tempo rivelato e di cui lasciamo ovviamente alle stesse ogni responsabilità pur non potendo rivelarne i nomi. Può capitare a tutti, anche ai Casanova per distrazione, un incerto del genere.
Acqua passata e affari che non ci riguardano affatto, se non fosse —lo ripetiamo per l’immunità una volta di più assicurata, fuori delle stesse acque territoriali del pubblico rapporto, ai grandi dell’ENI. Giganti con piedi d’argilla, conficcati per convenzione e pretesto nel solidissimo humus dell’inesistente petrolio italiano.

L’almanacco dei visacci (distratti)

Ma siamo ancora, nel traslato, in aperto clima di distrazioni. Oltre quelle di materiale e addetti, già ampiamente citato (e del quale non vediamo una configurazione nel nostro codice penale), distrazioni private. E distrazioni di personale.
Pensiamo ad un Antonio Salvini di Milano, attualmente consigliere delegato della M.M., a suo tempo funzionario dell’ANIC (del Gruppo ENI): il dr. Salvini all’ANIC lo si vedeva ben raramente, occupato com’era, per anni, con la corrente democristiana « La Base », corrente che godeva di sollecitudine e foraggiamenti notevoli da Mattei, anche attraverso appalti di costruzioni al geometra ed ex partigiano col nome di battaglia allusivo di Albertino Giovanni Marcora, oggi senatore della Repubblica, ma allora impresario e naturalmente – despota della « Base » ambrosiana con Granelli.
Parliamo ancora, nel quadro di queste intestine concessioni o distacchi o sovvenzioni, del mestiere abilissimo, in Mattei, delle assegnazioni di rappresentanza. Il Verzotto, ad esempio. Un nome che fa rima con quello di Gianni Granzotto, altro esemplare unicodella fauna addomesticata del regime, giornalista promosso per meriti speciali, poi autore come Celestino V, di un gran rifiuto che Dante oggi non punirebbe con l’Inferno.
Graziano Verzotto, ex partigiano anche lui, prima oscuro dipendente, poi inviato come concessionario esclusivo AGIP a Siracusa per curare con un giro d’affari anche allora rispettabile—, la clientela isolana in termini politico-finanziari. Ciò che valse all’ENI concessioni, esenzioni, esclusività di sfruttamento, la trionfale architettura delle raffinerie di Gela; e al Verzotto Graziano la segreteria della locale DC, poi la segreteria regionale del partito. Il governo dell’isola, considerando la maggioranza democristiana a Palazzo dei Normanni, è dunque condizionata dall’ENI, attraverso Graziano Verzotto, uomo di Mattei.
Nel giro delle concessioni entrano figure minori, a schiere, e comparse, a migliaia; tutte con un ruolino di marcia più o meno manovrato dall’onnipotente presenza del Capo. Ne dovrebbe saper qualcosa anche il fratello dell’ex Presidente, Italo Mattei, autore magari per interposta persona d’una specie di memoriale irto di sottintesi e di interrogativi sulla tragica fine di Enrico Mattei a Bascapè. Per quanto voglia farci credere d’aver perso, col fratello, anche il pane quotidiano, ne gode, con gli altri, i lasciti (dopo anni di discordie, di guerra fredda tra congiunti, composta alla fine da un grande amico dell’ing. Mattei, appassionato come lui di pesca). Non solo i benefici ereditari, prima contestati ed ora rabberciati, ma i proventi che a suo tempo gli derivavano in qualità di concessionario esclusivo per una regione centro-meridionale di prodotti ENI, cioè di metano.
Il giro è dilatabile, quanto a nomi. Ricorderemo soltanto che lo stesso segretario di Mattei, Vincenzo Gandolfi, è stato distaccato, per qualche anno, al Ministero delle Partecipazioni Statali, accanto all’ex Ministro (ed ex fanfaniano…) Sen. Giorgio Bo; per Gandolfi, mancato Mattei, all’ENI non poteva certo tirare aria buona: e sarebbe interessante apprendere da chi è stato stipendiato, in questo periodo in trasferta; su qualche libro-paga non dovrebbe esser difficile rintracciarne i dati.
Ma è forse una circostanza peculiare dell’ENI questo fenomeno di distrazione del personale? Ammettiamo che più o meno sia diventata regola generale. Ma se ne rendono responsabili, magari, il Presidente del Banco di Sicilia, assegnando un autista del Banco alle dipendenze di altro ente; o il medico provinciale di Firenze che distrae per qualche giorno alla settimana un dipendente del Comune affinché lavori nella tenuta agricola del principale. Piove una denuncia, viene il processo, c’è la galera. Finiti come funzionari e come uomini. Anche al prof. Ippolito del CNEN è accaduto un infortunio del genere, come tutti sanno, infortunio che continua, giustamente, a pagare. Una segnalazione, quasi sempre d’ispirazione politica, da congiura; tutti i giornali ne parlano, scoppia lo scandalo; poi il silenzio e l’espiazione.

Un vizio (innocuo) di famiglia

La più grave distrazione di tutti costoro non è quella di aver distratto abusivamente personale dalle mansioni d’istituto o d’aver commesso un peculato, quanto quella di non possedere (o aver perduto) il famoso salvacondotto…
Certo: abbiamo finora mosso delle accuse, in argomento, allo scomparso ing. Mattei. Sarebbe doppiamente ingiusto inSerire: sia perché ai morti il processo è improponibile; ogni imputazione si estingue; sia perché Mattei ha pagato di persona, benché le risultanze ufficiali del tragico fatto di Bascapè non ne accennino. Ma il tuffo nel passato non è così ingeneroso e di cattivo gusto come può sembrare. Esso documenta un modo di essere, una variante politica congeniale—evidentemente—all’Istituto, un peccato d’origine (o una grazia di Stato), tipiche del grande carrozzone petrolifero.
In Italia, si vede, certe immunità sono concesse a qualcuno, ad altri no. i! chiaramente immorale lo spirito manicheo di questo sistema. Inoltre l’ambiente rende possibili certe aberranti distorsioni del potere delegato, che investe l’uomo addetto alla gestione di una capacità discrezionale non superiore, ma emarginata alla legge.

Un biodegradante per i «cervelli»

È il caso di Cefis: molto più astuto di Mattei in questa politica di credito morale. Ha assottigliato la gigantesca staff di cervelli che al tempo di Mattei agivano e pensavano per l’allora Presidente, si è liberato, anche promuovendoli, di molti vecchi, sostituendoli, con altri, nuovi, di sua strettissima fiducia. Questa riduzione di funzionari è merito di Eugenio Cefis.
Ha saputo sfoltire la marea di letterati che preparavano i discorsi a Mattei, dei tecnici che gli combinavano gli accordi internazionali, degli economisti che su commissione stendevano bilanci, degli esperti d’ogni ramo e dei fiduciari onnipresenti. Tuttavia Cefis non ha bisogno di scrivani per tracciargli le veline oratorie, in quanto non parla, non scrive articoli né s’impegola in polemiche periodiche e si salva quindi dal bisogno di negri e di più o meno oscuri corsivisti (che tra l’altro detesta); è un esperto, indubbiamente più d; Mattei, di economia e può viaggiare con ranghi ridotti di consiglieri. Quanto al resto: o ricorre, secondo le necessità, a specifiche consulenze o affida diversi incarichi particolari nelle mani di poche persone.
Eminenza grigia per definizione, sa di poter contare su un numero ridotto, ma efficiente e sicuro, di funzionari addetti alla sacra persona. Ha dunque ridimensionato, senza riformare. Con tutto ciò, ha le sue brave distrazioni. Chiediamoci solo quello che accadrebbe per i rifornimenti di metano in Italia, se domani gli amici libici e sovietici per una congiuntura o l’altra decidessero di sospendere l’erogazione e risultasse insufficiente e irrisorio il gas dei Paesi Bassi. Impianti messi a disposizione del commercio estero afro-russo e facendo il gioco, tutto sommato, del Cremlino e di quella politica interna che, appunto, guarda a soluzioni esemplari e di Stato come questa.

Un impero sul quale non tramonta il (suo) sole

Un’altra considerazione: nei vari Consigli d’Amministrazione delle Società del Gruppo ENI—Dio solo sa quante sono, visto che non è riuscito ad appurarlo neppure il Parlamento sono inserite persone i cui meriti, in genere, si limitano (per quanto discutibili i primi e rispettabilissimi i secondi) alla condizione di politici o di reduci dalla guerra per la Liberazione. Le competenze specifiche raramente c’entrano, ma vengono pagate con profumati gettoni di presenza.
Si dirà che in Italia questa è l’eccezione fatta regola: ma oltre a ritenere che non sia affatto così se non in situazioni abnormi e tollerate, rimane curioso e sintomatico il fenomeno di tali distrazioni di (in)competenze, sempre egregiamente legate in esemplare simbiosi con la politica dell’Ente, dovunque e comunque destinate e innervate.
Assistiamo ad un Consiglio di Amministrazione della Snam Progetti composto quasi totalmente da dipendenti, nel ruolo di funzionari ad un certo livello, dello stesso ENI. Una pura questione dinastica; se Cefis comanda, il Consiglio d’Amministrazione, composto appunto di dipendenti, non può che obbedire; che funzioni di custodia, autonomia, riscontro può avere un Consiglio del genere?
Le società del Gruppo ENI godono tutte di questa formula compositiva: politici o parapolitici, una buona dose di teste di turco e di ioni negativi, con poche unità di tecnici, competenti sul serio. Per ora emergono gli uomini di Cefis, venerabili e prebendate cariatidi che di gas, di trivellazioni, di fifty fifty, di conduzione aziendale, ne sanno quanto Eugenio Montale: decisamente o si vince un Nobel o si passa, riflettori, all’ENI e per questa via al suo Presidente pro tempore. Spazzato via questo, o ci si perde nel nulla cosmico con lui oppure si rinnova obbedienza e fecleltà al successore, rinnegando all’occorrenza – il passato…

l fedeli serventi ai pezzi

Partendo dall’alfabeto, troviamo all’inizio l’AGIP S.p.A. Nel suo Consiglio di Amministrazione e finita la gestione Boldrini, quel galantuomo che si accontentava di fare il Presidente dell’ENI e non di tutte le altre Società del Gruppo appaiono Cefis e Girotti, Presidente e Vice Presidente; poi professori universitari stimati ma superflui (per quanto utili a Cefis) come Luigi Faleschini ed Albino Uggè; altri dirigenti del Gruppo, come Fornara (ora emigrato), e Bartolotta, non disprezzabile testa d’ariete del Presidente; Giuseppe Arcaini dell’Italcasse, altra importante pedina personale di Cefis che avrebbe voluto alla Presidenza della Montedison; poi uno stuolo di persone onuste d’impegni e feluche (spicca persino un rappresentante degli operai, concessione generosa, scintilla di saggezza, democratica e paternalistica distrazione del Presidente illuminato); quarti di nobiltà (borghese), come Bodioli, Calderoni, Cannella, Casò, Tozzi, Piga delle Assicurazioni d’Italia ed altri autorevoli e decorativi personaggi dell’economia, del credito, della politica.
All’ANIC, sempre Cefis in testa, un certo Gino Pagano, Carneade Alice Presidente, Giorgio Corsi (amministratore delegato della Sofid, la finanziaria ENI), il professor Uggè ancora, Marinona (nuovamente delle Assicurazioni d’Italia…) e l’Avvocato Gianfranco Sabbatini. Alla Snam si ritrovano al vertice Cefis e Girotti, l’Arcaini-Italcasse, Cantaluppi, il Grandi e il Sacchi funzionari dell’ENI. Il Risso Massimo (di nome e di fatto nel campo della ceramica e dei laterizi: forse fabbricati con il metano?) e finalmente Umberto Rivolta, i cui unici meriti conosciuti sono quelli dell’origine ciellenistica.
Asserire che la composizione alchimistica di questi Consigli risponde a precise indicazioni di funzionalità, respiro, competenza, (del ramo), è assicurarsi la patente di ingenui. Di sicuro essi non opprimono il Presidentissimo con intoppi, manovre alternative, ricatti, noie politiche: fattori esogeni ai quali Eugenio Cefis è naturalmente allergico. Il che sarebbe affar suo, se l’ENI e le altre diramazioni non appartenessero allo Stato. Quindi ad ognuno di noi… Cefis sa scegliere bene. All’occorrenza scartando i Ciancimino, affidandolo ad altre società, o i Padellaro. Non manca che l’imbarazzo della scelta. Infatti i fedelissimi possono accasarsi agevolmente in una qualsiasi delle Società del Gruppo, articolato a plessi e capillari a non Enire, dal ramo editoriale a quello assicurativo.
Nei Consigli d’Amministrazione delle Società private, i membri rappresentano reali interessi, godono d’una certa autonomia, Spiccano per certe chiare competenze. Nel giro-ENI avviene esattamente l’opposto: uno comanda, gli altri ratificano. Sempre e senza fiatare; da qui a chiedersi a che cosa servano le ratifiche così ottenute, il passo è istintivo. Tappezzeria, gettoni di presenza, fumo d’incenso, politica di affitti e prestiti formali, atmosfera d’ambiente.
Avremo modo di precisare l’allegro dispositivo di giri del personale in queste fortunose distribuzioni di incarichi, di appoggi, di manovre tattiche intere. Il tutto nel clima serafico dei pieni poteri rimessi ad Eugenio Cefis dallo Stato o abilmente mercanteggiati con la formula: lasciate fare a me. Datemi soltanto quello stretto margine di responsabilità che si conviene ad un complesso industriale dove conta più un uomo che l’intero potenziale umano addetto alla gestione.
Il Presidente con un solo appoggio ha promesso che solleverà la terra: tutti aspettano che si decida. Per intanto, da terra, solleva fanghiglia chiamata petrolio e si esercita al gioco dei bussolotti nel suo palazzo di vetro della Società della Nazione.

Questo è Cefis, pp.34-46 (3 – continua)

Qui il secondo capitolo, quarto capitolo, quinto capitolo, sesto capitolo, settimo capitolo, ottavo capitolo, nono capitolo, undicesimo capitolo, dodicesimo capitolo

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