Di Gianni Petrosillo

Non immaginavamo che tra le prerogative del capo dello Stato e dei suoi consigliori ci fosse pure quella di fare pressione, attraverso epistole “coordinate” e telefonate “continuative”, sui magistrati che attenzionano gli amici, forse per evitare l’affioramento di una chiarezza a tempo indeterminato sugli eventi ingarbugliati e devastanti dei primi anni ’90. In seguito a tali vicende mutò la geografia del potere politico italiano e la collocazione della Penisola nel contesto continentale. Che interesse aveva ed ha Napolitano in tutta la faccenda? Può darsi che essendo l’ex Ministro degli Interni del Governo Amato Nicola di nome e Mancino di fatto abbia diritto alla protezione del mancino Presidente della Repubblica, il quale interviene equivocamente nell’ambito giudiziario che a parole deve restare autonomo ed essere tutelato dalle ingerenze partitiche – se non altro finché indaga contro Berlusconi e i suoi presunti soci mafiosi – mentre può ben essere circondato ed assediato se tocca i fili di trame in cui sono stati protagonisti i comunisti e i democristiani mancini. Lo scenario si fa sempre più sinistro andando a rafforzare quei dubbi che da più parti sono stati avanzati in passato circa l’esistenza di logiche sottotraccia e subdole manovre sottobanco volte a mettere sottosopra gli equilibri della prima Repubblica, in una fase storica geopoliticamente postbipolare e politicamente postribolare, almeno sul fronte interno. Poiché di questo si tratta(ti)va. In verità, in quegli anni ci fu più di una contrattazione tra uno Stato azzoppato ed usurpato nelle sue funzioni e prerogative e diversi centri di comando nazionali ed internazionali. Dagli accordi sul panfilo Britannia (luglio 1992) dove i vertici della burocrazia statale si accordarono con finanzieri, banchieri e politici stranieri sulla cessione a prezzi di saldo dei tesori di famiglia a quelli con Cosa Nostra (1992-1994) a suon di bombe ed attentati e ritiro del carcere duro da parte delle istituzioni, sino alla madre di tutte le negoziazioni, quella iniziata dopo la caduta del muro di Berlino e conclusasi con l’eclissi, a colpi di arresti ed avvisi di garanzia, dell’élite democristiana e socialista sostituita da sciacalli e iene di partiti nati o rifondati durante e dopo Tangentopoli. Non siamo coprofagi di sentenze e non attenderemo la conclusione delle indagini della magistratura su Mancino o su chiunque altro per emettere il nostro giudizio politico ormai definitivo. La II Repubblica, nata dal pattume e dal corpo putrefatto della I, è stata il risultato di un golpe di palazzo e di connivenze multiple tra apparati corrotti dello Stato e sue organizzazioni collaterali, potenze estere e poteri marci identificabili con i settori industriali e finanziari che hanno attraversato indenni il pronunciamiento. Gli artefici di questa disfatta pagata col sangue degli italiani sono tutti colpevoli di alto tradimento e di aver portato questo paese allo sbando. Per loro non basta la galera, occorre la garrota.

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Ps. Craxi non poteva non sapere cosa combinavano il suo tesoriere ed i suoi garofanini che nemmeno un fiore gli portarono sulla tomba dopo averlo infiorato nella fama e spetalato nell’infamia. Oggi invece si può non sapere. Lusi ed allusioni a segretari di partito odierni sono puramente casuali ma fortemente causali.

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