Con la formula utilizzata nell’aggressione contro la Libia dalla Nato si cerca di configurare un nuovo modello, applicabile ad altri paesi con alcune varianti. La questione fondamentale è ora la grave minaccia di ripetizione di questo ingannevole ed ambiguo schema in altri paesi con risorse d’interesse strategico per Washington e i suoi alleati o intollerabili posizioni politiche indipendenti, come quelle di alcuni in America Latina e nei Caraibi.          Di Ángel Guerra Cabrera 
(foto) Nei primi di gennaio del 1961 si evidenziava un’imminente intervento militare degli Stati Uniti contro Cuba. Fu annunciato, dal 31 dicembre 1960, lo “Stato di Allerta Combattiva in tutta la Nazione”.

Con la formula utilizzata nell’aggressione contro la Libia dalla Nato si cerca di configurare un nuovo modello, applicabile ad altri paesi con alcune varianti. Come affermato da Ben Rhodes, vice presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti in un’intervista a Foreign Affairs, il  “metodo” utilizzato dall’amministrazione Obama nel paese nordafricano è “più efficace” rispetto al dispiegamento di truppe attuato da Bush in Iraq e in Afghanistan. Bisognerebbe aggiungere che è seguito dall’attuale inquilino della Casa Bianca, e superato nel secondo paese, ma non ci dobbiamo distrarre.  La questione fondamentale è ora la grave minaccia di ripetizione di questo ingannevole ed ambiguo schema in altri paesi con risorse d’interesse strategico per Washington e i suoi alleati o intollerabili posizioni politiche indipendente, come quelle di alcuni in America Latina e nei Caraibi.

Rhodes, un cognome certamente di lignaggio colonialista come ce ne sono pochi, dice: “Il fatto è che la marcia dei libici a Tripoli, non solo fornisce una base di legittimità, ma anche un contrasto con la situazione in cui un governo straniero è occupante”. Secondo Rhodes Obama “ha sottolineato” fin dall’inizio dell’intervento in Libia due principi. In primo luogo, era molto più “legittimo ed efficace” per il “cambio di regime” che fosse perseguito da un movimento “autoctono” e non gli Stati Uniti.

In secondo luogo, porre l’accento sulla “ripartizione degli oneri” e ricevere un “significativo” contributo a livello internazionale piuttosto che sopportare il peso dello “sforzo”. Cosicché la no-fly zone “per proteggere la popolazione” – reclamata insistentemente da Obama, Sarkozy e Cameron per ottenere l’approvazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – era una palese bugia perchè il vero obiettivo, confessa Rhodes, era il cambio di regime. Certo, era necessaria molta ingenuità per credere a quello della “protezione della popolazione”, ma Russia e Cina, con discutibile prospettiva strategica, optarono per una negligente astensione. Senza contare i clacson dei disoccupati, non sono mancati intellettuali e analisti imprudenti che hanno portato acqua al mulino dell’aggressione con sermoni sospesi nel vuoto per minimizzare il principio di non intervento.

Una volta in atto la risoluzione all’esclusivo e selezionato club che controlla l’ONU, la NATO l’ha ridotta in cenere al punto di uccidere civili e distruggere gran parte delle infrastrutture della Libia con bombardamenti non autorizzati da questa, sempre in funzione di radere al suolo i luoghi da dove doveva avanzare la banda di Bengasi. E’ ovvio che si pensa alla “ricostruzione” da parte compagnie di paesi appartenenti all’alleanza che non ricostruiscono nulla ma guadagnano molti soldi.

Non contenta di questo, ha grossolanamente violato un divieto esplicito della risoluzione di addestrare ed armare i ribelli e lanciare una guerra mediatica e di forze militari terrestri di Stati Uniti, Francia, Inghilterra, e le controrivoluzionarie monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo e giordana. In breve, quello che si presumeva essere lo scopo di proteggere la popolazione libica è diventato un intervento militare straniero di considerevole grandezza contro la stessa popolazione. Naturalmente, presentato mediante trucchi e detestabili montaggi mediatici, come un’idilliaca  prodezza degl’idealisti “ribelli” libici. A peggiorare le cose, la forza che ha occupato Tripoli non è costituita dall’anarchica e avventurosa truppa di Bengasi, ma da esperti militanti di Al Qaeda con l’appoggio delle tribù berbere dei monti Nafusa addestrati da forze speciali statunitensi.

Numerosi pappagalli mediatici martellano sulla somiglianza tra Gheddafi con Chavez, alcuni invitando apertamente ad applicare, come a Cuba, la soluzione “Libica”, che stranamente collegano ad un 15-M. In realtà, si tratta di ripetere, principalmente – ma non esclusivamente – contro i paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe, il copione per la “ribellione repressa dal dittatore” e l’operazione aerea per proteggere la popolazione. Siccome tale scenario non si verificherà nei Paesi in cui il popolo è protagonista del potere, la fattibilità dell’intervento dipende dal montaggio di una realtà virtuale, sfruttando il controllo monopolistico-mediatico di Washington. Denunciarlo e denudarlo da subito e prepararsi ad affrontarlo su tutti i terreni è fondamentale per l’indipendenza e la pace della nostra America e del mondo.

Fonte: La Jornada

Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli 

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