Miguel Martinez

L’altro giorno, Renato Pagliaro di Mediobanca, un signore che guadagna 2.5 milioni di euro (l’anno, presumiamo), si è esibito in una conferenza al Liceo Carducci di Milano, dove ha spiegato ai giovani alcuni concetti fondamentali:

«Non avrete mai la certezza del posto fisso, nessuno al mondo ha il dovere di assumervi». Tra gli astanti serpeggia qualche brusio, ma il banchiere ha rincarato la dose: «Se in questa sala c’è un giovane che dice “Io non voglio lavorare la domenica”, vi dico che siete fuori dal mondo» […]

Poi ha spiazzato tutti invitando i giovani a pianificare famiglie numerose: «Non abbiate paura di fare figli», perché lo sviluppo «ha molto a che fare con la demografia, più un Paese è giovane e più cresce».”

Pagliaro non ha spiegato dove bisogna scaricare i Figli-per-lo-sviluppo la domenica.

Leggo invece le parole di un imprenditore italiano, che scrive felice dagli Stati Uniti:

“Io in Silicon Valley sono un “employee at-will”, cosi’ come tutti i miei colleghi (e tutti quelli che vivono qui). Vuol dire che devo dare ZERO giorni di preavviso se me ne voglio andare, ma anche che l’azienda mi puo’ segare dall’oggi al domani. E capita, spesso. Si arriva in ufficio al venerdi’, si scopre che il badge non funziona piu’, si firma un foglio e via, senza passare manco dall’ufficio perche’ il computer e’ dell’azienda. Se va bene, ci sono due settimane di severance (no, il TFR non esiste, l’unica cosa garantita sono le ferie non pagate, che qui sono due settimane all’anno per i neo-assunti…).

Io sono un precario. Questa sera potrei non avere piu’ il lavoro, essere buttato in mezzo alla strada, senza protezione alcuna. Eppure dormo bene la notte. E sono felice.”

L’autore ha evidentemente un animo sportivo.

Quante volte abbiamo visto certe pubblicazioni patinate per imprenditori solitari, con immagini di corridori, nuotatori, alpinisti o praticanti del bungee jumping al culmine della loro attività?

Sono l’improbabile metafora di persone che passano in realtà il loro tempo chini su computer o in riunioni di consigli di amministrazione, ma che si sentono sudate e tese quanto gli sportivi in cui si immedesimano. Anzi, fare impresa, per loro, è una forma di sport estremo, solo praticato al chiuso. Come le scommesse sui cavalli.[1]

L’imprenditore italiano  che scrive dalla Silicon Valley è felice così, e non abbiamo ragione di dubitarne.

Nel suo particolare sport estremo, ci mette di sicuro l’anima, o meglio quel poco che gliene rimane. Dorme bene la notte, probabilmente perché anche nei sogni continua a giocare.

C’è una differenza fondamentale, però, tra i normali sport estremi e quelli praticati da questa gente qui.

Noi abbiamo conosciuto diversi appassionati di paracadutismo, alcuni simpatici e altri antipatici.

Ma non abbiamo conosciuto nessun paracadutista convinto che l’intera specie umana dovesse buttarsi giù dall’aereo assieme a lui oppure crepare.

P.S. Potete farvi un quadro clinico piuttosto preciso della sottospecie umana che si illude di dominarci, cercando su Google (immagini) le parole businessman jumping.

PP.SS. Gli anglofoni possono leggere qui una descrizione un po’ meno romantica della Silicon Valley, da parte di qualcuno che ci è nato. Le foto danno un’idea un po’ più realistica dello sfondo contro cui i businessmenfanno i loro  saltelli.

Nota:

[1] Un secolo fa, il  sociologo tedesco Werner Sombart dedicò all’aspetto ludico/psicopatico del capitalismo un intero e scorrevole libro, Der Bourgeois: zur Geistesgeschichte des modernen Wirtschaftsmenschen, che si trova liberamente in rete in tedesco e in francese. Di eccezionale interesse, il terzo capitolo del primo libro, sullamania dei tulipani in Olanda nel Seicento.

Miguel Martinez su Kelebeklerblog

Commenta su Facebook