Di Arturo Labriola, (1910), Universita’ di Napoli 

CAPITOLO 5

I CONFLITTI ECONOMICI

Il capitale, impadronendosi della produzione, non ne muta la consistenza; e anche quando – come si vedrà meglio nel capitolo successivo – si stabilisce nell’opificio e organizza la manifattura e lascia intatta la base del mestiere. Il vecchio processo tecnico non é modificato. Altre circostanze dovranno verificarsi prima che il capitale attui una sostanziale modificazione del sistema tecnico della produzione. Si spiega che dove questo rimane in piedi, i fatti che gli sono connessi conservino la loro fisionomia tradizionale.
Il rapporto già prima esistente fra giornaliere e maestro si conserva pressa a poco il medesimo. Da questo lato noi non possiamo attenderci nessun progresso. L’elemento del progresso dovrà invece rinvenirsi, come già si é visto, nel contrasto fra le varie specie del capitale (« The more persistent and effectual though silent struggle, by virtue of which economic progress has mantained, has been the rivalry of one species of capitalist with another”. UNWIN op. cit., pag 16). 

Perché il lavoro e il salariato diventino il fattore principale del movimento storico dovranno accadere, ben altre trasformazioni. In tutto il periodo, che va sino alla vigilia della rivoluzione industriale (fine del XVIII secolo), il capitale funziona esso come propulsore del movimento storico ed economico. Nel capitale si accumulano energie sempre maggiori, che lo spingono ad un’azione sempre più vasta, e gli avvenimenti moltiplicano questi centri di accumulazione dell’energia economica ; di modo che il capitale sembra il personaggio più importante di quel vasto dramma economico, che pone capo alla costituzione della grande industria moderna. Rispetto ad esso il lavoro e un elemento passivo, le cui vicende sono sempre le medesime. Condotto per conto di un maestro in contatto personale con la clientela, o per conto
di un capitalista, il quale si propone di servire gl’ignoti clienti di tutto un vasto mercato ; il mestiere, come unità produttiva, e sempre uguale a se stesso e i rapporti che intercedono fra lavoratore e maestro sembrano tante copie di un medesimo modello.

I due storici del Trade-Unionismo, Sidney e Beatrice Webb, dichiarano che prima del 1700 non e riuscito loro di trovar prova della esistenza di una unione operaia, ne nei numerosi pamphlets e fogli volanti, ne nel Journal of the House of Commons. I due scrittori usano la espressione Trade Union per indicare una unione duratura di operai salariati, i quali si propongono di realizzare lo scopo di difendere o migliorare le condizioni del loro lavoro (S. e B. WEBB, Die Geschichte des
britischen TradeUnionismus, trad. ted., 1895, pag. 1 e 17
).

Secondo loro, data la consuetudine in quel tempo di organizzare per ogni occasione
una protesta o un reclamo alla Camera dei Comuni, specie in materia economica, l’assenza di ogni circostanza che possa far supporre l’esistenza di una unione operaia, è una prova più che sufficiente che di tali unioni non ce ne dovesse essere. Noi dovremmo dunque ritenere che fino al 1700 non esisteva fra gli operai salariati una tendenza a difendere o a migliorare, collettivamente, le condizioni di lavoro. Se noi consideriamo questa tendenza come naturale fra gli operai, dobbiamo concludere che o di operai salariati nel senso moderno della parola non possa parlarsi sino alla epoca indicata dagli storiografi inglesi del trade unionismo, oppure che il gioco delle forze economiche allora esistenti soddisfaceva automaticamente a questa esigenza.

Si può perfettamente ritenere che queste due opinioni siano egualmente fondate e giustificabili. In realtà l’operaio del mestiere precapitalistico e capitalistico ha pochi tratti comuni col moderno salariato e la sua stessa condizione economica rendeva superflua la trasformazione delle questioni di salario in questioni di classi, come invece accade ora. Ecco perché nel periodo del mestiere non si costituiscono unioni permanenti. Invece le cose cambiano con l’apparire della grande industria capitalistica, la quale, come vedremo, uscì appunto da una rivoluzione della tecnica. Adamo Smith, con l’istinto del borghese, ha notato per il tempo suo che «genti dello stesso mestiere difficilmente si radunano, sia pure soltanto a scopo
di ricreazione o di divertimento senza por capo ad una cospirazione contro il pubblico o a qualche piano per innalzare il prezzo del lavoro” SMITH, Ricch. delle Naz., libro I, cap. X
).

In una descrizione che un operaio fa, nel 1809, di una radunata di tessitori in Pasley, vediamo una Trade Union sul nascere. « I lavoratori di Pasley, vi si legge, son di natura libera e comunicativa. Essi amano informarsi reciprocamente di tutto ciò che si attiene al mestiere, e per raccogliere collettivamente informazioni hanno formato Clubs Quando essi si sono riuniti, la prima ora è impiegata a leggere i giornali ad alta voce Verso le nove ore il presidente ordina il silenzio e si comincia a riferire sul mestiere….
Il presidente comincia per il primo a dare informazioni sugli affari delle case che desiderano impiegare operai per questo o quel lavoro, sul prezzo che offrono, sulla qualità di filato, ecc. Poi gli altri fanno lo stesso, secondo l’ordine in cui seggono. Così in men di un’ora non soltanto si conosce lo stato del mestiere, ma ogni possibile differenza fra fabbricanti e operai» (WILLIAM TAYLOR, in WEBB, Op. cit., pag. 19).

Naturalmente questo stato di fatto suppone già completamente differenziata la sorte dell’operaio da quella dell’imprenditore, di modo che non soltanto i loro interessi differiscono nel momento attuale, ma non c’è nessuna speranza che possano coincidere mai.

Ora nei secoli precedenti la situazione era stata diversa. Dapprincipio, anzi, è difficile parlare anche soltanto di una opposizione fra gli interessi del maestro e quelli del giornaliero. Fin quando il maestro non ha che uno o due discepoli i rapporti fra di loro dovevano essere improntati alla maggiore cordialità. Il discepolo mangiava alla stessa tavola del maestro e lavorava insieme a lui. Si vede che il padrone, allungando la giornata di lavoro del discepolo, allungava il proprio lavoro, ciò che non poteva
convenirgli se non sino a un certo punto; e siccome la regola era che mangiassero
insieme, non poteva lesinare sul cibo del discepolo senza lesinare sul cibo proprio. Le differenze sul salario in denaro dovevano avere una scarsa importanza.
Generalmente maestro e discepolo dividevano il guadagno del comune lavoro (K. KAUTSKY, Die Vorlaufer des neueren Sozialismus, 1895, pag. 57). 

Presso i tessitori di Strasburgo dominava il costume che il servo lavorasse a mezzeria o a terzeria, prelevando il terzo o la metà del compenso ricevuto dal padrone (G.SCHOONER, Die Strassb. Tucher und Weberzunft, 1873, pag. 416). Lo Stahl dice lo stesso per gli orefici di Ulm, intorno al 1364 (W. STAHL, Das deutsche Handwerk, 1874, pag. 332).

Che accadessero conflitti fra padroni e servi è cosa naturalissima, ma dovevano avere carattere personale o locale. Che potessero assumere il carattere di conflitti di classe è proprio da escludere. Quando gli storici parlano del “tranquillo”, del “pacifico” Medio Evo, evidentemente si riferiscono a queste circostanze. Ma è ridicolo pensare che si conservarono le medesime in tutto il Medio Evo. Anzi vediamo presto apparir segni che ci fanno ritenere un forte mutamento.

Appena il capitale comincia a mettere le mani sul mestiere, s’intravede un interesse del maestro a far crescere la produzione, non più limitata dal rapporto diretto di una clientela fissa, ma gestita per conto di un capitalista, che fa l’imprenditore, e avendo a sua disposizione un mercato più largo sforza il produttore diretto a fabbricare su più larga scala. Vediamo che il maestro ha tre, quattro, talvolta sei discepoli. Gli usi patriarcali del periodo precedente sono minati. L’aureo lunedì, di tutti i paesi che stanno nella fase del mestiere, é contestato. I padroni vorrebbero invogliare i discepoli a lavorare anche in quel giorno. Il padrone non lavora più come prima insieme ai discepoli. Concede a sé stesso maggior libertà. Sorveglia, assume le commissioni, vende. Prolungare le ore e accrescere le giornate di lavoro non significa più prolungare anche le proprie ore e le proprie giornate di lavoro. Anche per la tavola si nota un peggioramento. Finché il maestro ha un solo discepolo o due, al
più, non torna conto fare una cucina a parte per i discepoli. Si mangia tutti alla stessa tavola. Ma quando il numero dei lavoranti é cresciuto, si possono fare due cucine. Altra è la tavola del padrone e altra quella dei discepoli.

La possibilità di un conflitto si affaccia a due estremi : il tempo di lavoro, la tavola, il trattamento materiale che il padrone fa ai discepoli.
I padroni cercano estorcere ai loro dipendenti una più grande quantità di lavoro e peggiorare il mantenimento. I documenti abbondano.

Poco prima della guerra dei contadini, nel 1522, il duca Enrico di Sassonia emana un editto con cui vieta ai padroni di far lavorare i giorni festivi.
Si vede che i padroni non rispettano più nemmeno i precetti della religione.
D’altra parte lo stesso Duca avverte gli operai che il «lunedì» non é più permesso (KAUTSKY, Id., pag. 58). 
Qui abbiamo i termini del conflitto sulla durata del tempo di lavoro nel periodo
precedente la grande industria. Quando in Wesel, nel 1503, i garzoni sarti fecero uno sciopero, il borgomastro da una parte dichiarò che i garzoni sarti erano gente irrequieta e rissosa, ma aggiunse « i maestri ci hanno il torto principale perché essi non vogliono dare a mangiare ai discepoli tre volte al giorno, come bene i garzoni richiedono, e vogliono farli lavorar troppo» (JANSEN, Gesch. des deuts.Volks,
ecc. I, pag 337). 

Dunque: cibo scarso e lavoro lungo. Veramente cibo scarso non si direbbe.
Un proletario odierno troverebbe eccessiva la richiesta di mangiare tre volte al giorno ; ma allora non s’erano ancora scoperti i socialisti riformisti, i quali dimostrano che l’operaio migliora ogni giorno più e sta magnificamente.

Ma la lotta fra operai e maestri diventò particolarmente acuta sul terreno del salario. In tutto il XIV e XV secolo vediamo in Inghilterra, in Germania e nei Paesi Bassi avvicendarsi gli editti concernenti i salari massimi.
I maestri invocano l’ausilio dei poteri pubblici per contenere le esigenze« eccessive» dei lavoratori, e mentre oggi lo Stato interviene per migliorare le sorti delle classi lavoratrici, in tutto il Medio Evo o sugli inizi dell’era moderna, il suo intervento ha uno scopo opposto : segno che allora le forze economiche agivano spontaneamente nel senso di favorire le classi lavoratrici, tanto che lo Stato poneva la sua influenza a servizio delle classi capitalistiche; mentre ora agiscono naturalmente a favore delle classi capitalistiche, onde lo Stato cerca destare l’impressione che esso interviene a favore delle classi lavoratrici.

In un editto che i duchi Ernesto e Alberto di Sassonia emanarono nel 1482 é detto che causa del disagio del paese (leggi : delle classi ricche) sono, fra l’altro, gli eccessivi salari pagati ai contadini ed agli operai.
Si crea una moneta divisionaria di più piccolo valore di quella corrente, perché la moneta corrente obbliga i proprietari a pagare salari troppo abbondanti. Si prescrive che la cena e il pranzo degli artigiani non debba avere più di quattro piatti per volta (KAUTSKY, Id., pag. 60).

Il Medio Evo fu un’epoca di mangioni e queste prescrizioni dirette a limitare il cibo delle classi lavoratrici hanno il loro valore. Sotto Giorgio II, il Parlamento adotta un bill(Decreto legge) che proibisce ai lavoranti sarti di Londra e dei dintorni di ricevere un salario quotidiano superiore a due scellini e sette pence e mezzo, salvo il caso di lutto generale; sotto Giorgio III, giudici di pace sono autorizzati a regolare il salario dei tessitori di seta; nel 1796 occorrono persino due decisioni di Corti supreme per stabilire se le ordinanze dei giudici di pace sul salario si applichino egualmente ai lavoratori non agricoli ; nel 1789 un atto del Parlamento dichiara inoltre che il salario dei minatori di Scozia dovrà essere regolato secondo uno Statuto del tempo di Elisabetta e due atti scozzesi del 1661 e 1671. Ma la legislazione di tutti i paesi abbonda d’atti di questo genere (MARX, Kapital, I, pag. 706).

Per reazione a questa condotta dei maestri, sostenuti dalle autorità pubbliche, sorgono, fin dal profondo Medio Evo, organizzazioni di semplici giornalieri, distinte dalle corporazioni dei mestieri e in opposizione a queste.
Sebbene il fatto é comune a tutti i paesi, in nessun luogo le organizzazioni dei giornalieri (le cosiddette fraternità) presero uno sviluppo come in Germania. Le cronache di questo paese sono infatti piene di contrasti fra giornalieri e maestri. I maestri si chiudevano nelle loro organizzazioni in atteggiamento ostile ai giornalieri e i giornalieri tentavano far loro tutto il male possibile (G. SCHANZ, Zur Geschichte der deut. Geselleverbande im mitt.. 1877 cap. V). 

Ma sebbene in Germania questo fenomeno abbia assunto l’aspetto più pronunziato, noi lo riscontriamo anche in Francia e in Inghilterra. Sul terminare del XIV secolo i documenti ci mostrano i giornalieri dei sellai, cordai e sarti di Londra in lotta per difendere le loro fraternità. Qua e là i maestri sono riusciti a sottomettere al loro controllo le fraternità dei giornalieri, ma queste cercano a tutti i momenti di scuotere il giogo, da cui una vivacità, un calore e un tormento nella vita cittadina, che mal conviene alla leggenda del «pacifico» Medio Evo dei cattolici e dei romantici (UNWIN, op. cit., pag. 50).

Ma non sempre riesce alle fraternità di mantenere intatta e autonoma la loro organizzazione. Per sfuggire ai colpi che le corporazioni dei maestri, sostenute dalle autorità, recano loro, fanno concessioni. Accettano di non riunirsi se non in certe circostanze e con la presenza di una rappresentanza di maestri, o di dedicarsi a scopi di pura pietà religiosa. Ma, naturalmente, le corna del diavolo si scorgevano a ogni momento, e queste fraternità di giornalieri terminavano in organizzazioni più o meno permanenti in vista dello sciopero, del «rifiuto concertato del lavoro».

Sembra, anzi, che in materia di scioperi i giornalieri del Medio Evo fossero un poco più esigenti dei nostri operai. Gli scioperi avevano una durata media molto maggiore dei nostri; ciò che poi dimostra la relativa floridezza dei giornalieri medievali in contrapposto ai salariati contemporanei (Talché i progressi che si vantano nel tenor di vita delle classi lavoratrici contemporanee sono da riferire allo stato delle classi lavoratrici del periodo della grande industria e non già in generale alle classi lavoratrici del periodo capitalistico, perché sino al momento della manifattura capitalistica inclusa, il loro stato fu floridissimo e senza confronti superiore al presente).

I fibbiai di Breslavia formano, nel 1329, un’organizzazione temporanea fra di loro, allo scopo di scioperare tutto un anno. Non sempre l’organizzazione dei giornalieri prende l’aspetto di una fraternità. Una fraternità era in generale una cassa di assistenza e una congrega per l’accompagnamento funebre.

I giornalieri, specie in Germania, dove, come si é detto, il fenomeno é più pronunziato, costituiscono dei circoli per bere (Trinkstube), delle unioni di divertimento, ma le autorità non guardano queste unioni con troppa simpatia. Lo Stahl chiama le Trinkstube «baluardo delle agitazioni democratiche» nel Medio Evo. Le unioni operaie, finiscono sempre con l’avere un contenuto rivoluzionario. Parlando dei sindacati nel passato, Marx dice che essi «nacquero dallo sforzo dei lavoratori diretti a rimuovere la concorrenza esistente fra di loro e per ottenere almeno condizioni che li sollevassero da uno stato assai vicino alla schiavitù“.

Lo scopo delle unioni operaie si limita in questo momento alla lotta immediata fra il lavoro e il capitale e serve di mezzo per combattere gli abusi del capitale D’altra parte i sindacati diventarono spontaneamente i centri di gravità della organizzazione della classe operaia, così come i municipi e i comuni furono i centri di organizzazione della classe borghese» (STEGMAN e HUGO, Handbuch des Sozialismus, Zurigo, 1897, pag. 348). Rappresentando gl’interessi collettivi della classe operaia, essi dovevano, oltre le loro intesse intenzioni, sollevare tutti i sospetti della classe dominante.

La reazione dei maestri, rappresentanti di un minuscolo capitale industriale, e dei commercianti, che praticamente dominano i maestri, contro le fraternità e le Trinkstube, queste unioni di divertimento, é stata energica. Per non riferire che qualche fatto, vediamo che nel 1465 le autorità di Strasburgo emanano una vera legge di eccezioni contro le organizzazioni operaie. Le coalizioni e gli scioperi sono proibiti.
Maestri e compagni dovranno sciogliere le loro controversie innanzi al magistrato cittadino: l’ arbitrato obbligatorio !

I servi (giornalieri) non potranno andare armati. Coloro che trasgrediranno la legge non dovranno più essere impiegati dai maestri. Nella stessa ordinanza si cerca di colpire le unioni operaie anche di traverso. I compagni giornalieri non potranno partecipare ad accompagnamenti funebri (i quali diventavano generalmente pretesti di radunate sediziose e di scioperi improvvisi) se non di domenica e sotto la sorveglianza dei maestri. Con la stesse cautele si sarebbero tollerate le riunioni a scopo puramente ecclesiastico, ma era fatto espresso divieto di trattare in queste riunioni soggetti estranei. Si noti che tutte le città dell’alto Reno avevano fatto una specie di trattato col quale s’impegnavano a introdurre e a far rispettare questo statuto (SCHMOLLER, Op. cit., pag. 525).

L’esistenza di queste fraternità del periodo precedente la grande industria ha fatto pensare che ci fosse un rapporto fra le Trade-Unions dell’epoca nostra e quelle fraternità. E’, noto con quanta energia questa opinione é stata respinta dai Webb (S. e B. WEBB, op. cit., pag. 5).
In sostanza i due storici del trade-unionismo rilevano che altra é la situazione del giornaliere nel Medio Evo e altra quella del moderno salariato.
Nel Medio Evo il giornaliere non aveva mai perduto la speranza di diventare maestro, e del resto nessuna difficoltà evidente si opponeva che egli lo diventasse. Abbiamo insistito varie volte sul fatto che l’incipiente capitalismo non distrusse la base del mestiere, cioé della piccola produzione individuale, limitandosi a sopprimere il rapporto fra cliente e produttore. Il discepolo in fondo poteva sempre, con difficoltà maggiori o minori, diventare maestro. Queste difficoltà rasentavano la impossibilità solo nella fase successiva e nei riguardi della manifattura capitalistica, la quale, sfruttando la divisione del lavoro, radunava un numero di operai molto superiore a quello del mestiere.

Ma l’evoluzione economica non é rettilinea. Non bisogna punto pensare che l’apparire della manifattura capitalistica significhi la fine della piccola produzione individuale. Produzione per il consumo personale, sistema della commissione sulla base del mestiere, manifattura capitalistica camminano spesso fianco a fianco. Si tratta in fondo di forze novelle che si aggiungono alle antiche senza bisogno di distruggerle. Il giornaliere non era perciò destinato a restar sempre giornaliere. I tipi più energici della classe diventavano maestri e i soci delle fraternità non potevano esser sempre i medesimi. Alcuni venivano di fuori, altri se ne andavano, e le fraternità non avevano il carattere stabile di una unione presente. La stabilità delle unioni presenti deriva dalla permanenza del rapporto di salariato. Oggi un salariato della grande industria non ha nessuna speranza di diventare capitalista, anzi é impossibile che lo diventi. Ciò fa sì che una unione operaia abbracci un ceto che rimarrà sempre nelle medesime condizioni sociali, ed i cui discendenti, nella quasi totalità dei casi, saranno anche essi operai.

Oggi una unione operaia é una vera organizzazione di classe; nel Medio Evo una organizzazione di individui che presuntivamente dovevano o potevano mutare condizioni.

Grazie a queste circostanze, i giornalieri del Medio Evo possedevano una forza di resistenza di gran lunga superiore ai moderni proletari. Vivendo in piccole città, si conoscevano tutti fra di loro e potevano subito che lo volevano organizzare un forte sciopero. La legge eccezionale promulgata dalle città dell’Alto Reno cadde presto. Nel XV secolo le organizzazioni dei compagni sono riconosciute dappertutto. Le abitudini girovaghe dei compagni (giornalieri) del Medio Evo ne fanno un popolo vago di novità, impavido, capace di rapide risoluzioni. E poi la macchina industriale non é stata inventata ancora, o, per dir meglio, sebbene già inventata ( Il telaio per le calze fu inventato fin dal 1583 da William Lee (PRiCE, Short history of english comm. And ind., 1904, pag. 134) ; ma il XVI secolo abbonda d’invenzioni di questo genere, che però non ebbero fortuna se non nel XIX secolo.) non é stata ancora introdotta nell’industria.
Il lavoro é tutto affidato alle mani dell’uomo ; quindi il lavoratore gode di un monopolio che oggi ha perduto.

Oggi esso produce insieme alla macchina, e, a non dire di più, la sua capacità di resistenza é dimezzata. Invece nel periodo del mestiere e della manifattura l’operaio é tutto. Se l’operaio si ritira, l’industria é perduta. I compagni ne sono perfettamente consapevoli. Essi organizzano il ritiro in massa da una città, lasciando le industrie in pieno abbandono.
Se ne vanno musiche in testa e stendardi spiegati. Si stabiliscono nella città vicina e vi gozzovigliano un mese, due mesi, sei mesi ; sinché gli antichi padroni vengono a patti, li supplicano a ritornare, accettano le loro condizioni e pagano i debiti che hanno fatto nelle osterie delle città dove si sono ritirati. E si ricordi che allora gli operai avevano l’abitudine di mangiare sul serio ! ( SCHMOLLER, Innungswesen («Forschungen zur brand. und preuss. Gesch. »), pag. 79).

Eppure non é in seno a loro che si formano gli ideali rivoluzionari.
Nota benissimo il Kautsk « I compagni organizzati erano una mano di gente irrequieta e spavalda, avvezza alle armi e gelosa del suo buon diritto e del punto di onore. Assai più facilmente dei proletari moderni erano inclini a farsi ragione smettendo di lavorare, e se era necessario, con sommosse e con le armi. La loro condotta era molto più «radicale» che non quella dei lavoratori moderni. La maggior parte dei nostri anarchici appare molto docile a confronto degli audaci e intemperanti compagni del moribondo Medio Evo.
Ma ciò riguarda soltanto la loro condotta esterna. Le loro tendenze erano di natura molto addomesticata. Il «lunedì» era la loro maggior rivendicazione. E perché avrebbero dovuto tendere alla sovversione di una società, nella quale anch’essi apparivano privilegiati, ai cui vantaggi partecipavano sebbene in minor misura dei maestri, dei mercanti e dei principi? Certo accadde che la loro parte di vantaggi diminuisse, e si ebbero accanite lotte per farla crescere, ma essi non posero mai in questione la società in mezzo alla quale vivevano. Talvolta, in tempi di rivoluzioni, si unirono ad elementi rivoluzionari. Questo capitò anche ai maestri delle corporazioni, in lotta con i compagni della marca o coi mercanti. Ma gli uni e gli altri erano gente poco fidata e incapaci di lunga resistenza.
La prima sconfitta, il primo inciampo li disperdeva Le società del moribondo Medio Evo non si son mai posto il fine di una nuova società, un ideale sociale» (K. KATJTSKY, op. cit., pag. 73).

Il fine sociale, noteremo noi, nasce da forze che non possono adattarsi alla vecchia società. Il mestiere, la manifattura capitalistica, erano sistemi di produzione pieni di equilibrio. Essi non creavano all’evoluzione economica fini divergenti, anzi confluenti con questa civiltà medesima. Diversamente accadrà col sistema della grande industria, la quale sembra produrre forze che costantemente rompono il quadro della società esistente.
E all’esame di queste circostanze ora indirizzeremo il nostro lavoro.

(Continua)
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