Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli

Capitolo 2

Gli elementi formativi del capitale (Prima parte)

Quando gli economisti parlano dei servizi del capitale accanto ai servizi fondiari ed ai servizi personali (lavoro) non vogliono evidentemente rilevare che non c’é produzione senza strumenti; la quale cosa si capisce da sé, sebbene il rilievo piuttosto ingenuo che molti economisti fanno di questo principio tenterebbe a credere che ci fosse bisogno di suggerirlo; ma verosimilmente riferirsi a una condizione economica in cui il capitale di per sé stesso, e separato dai servizi fondiari e dal lavoro materiale, frutta un reddito.
Si presuppongono, dunque, due fatti : in primo luogo che il capitale abbia già acquistato un carattere autonomo rispetto agli altri due elementi della produzione, e in secondo che la sua accumulazione sia tanto larga che non ogni produttore possa intraprenderla. Il capitale del quale qui si parla é il capitale mobiliare. Di dove viene esso ?

Il capitale mobile non può rivestire che due aspetti : capitale strumenti e materie prime, e capitale sussistenze. La società che noi abbiamo schizzato nel capitolo precedente si trova rispetto a questa specie di capitale in una situazione ben diversa dalla società in mezzo alla quale oggi viviamo. Se noi figuriamo quella società distinta in due zone poste l’una accanto all’altra: la zona agricola e la zona manifatturiera; ci accorgiamo che né nella prima, né nella seconda il capitale mobile può aver l’ufficio che si é definito in principio di questo capitolo. Vediamo che nella zona agricola il lavoratore possiede i mezzi di produzione indispensabili (strumenti, sementi, animali) e che nella zona manifatturiera la esistenza di un vincolo diretto fra produttore e cliente elimina la necessità di un capitale superiore al minimo. Il capitale come strumenti trova scarsa
applicazione nelle circostanze tecniche corrispondenti alla società del mestiere e della famiglia contadinesca. In una società così poco colta, gli strumenti sono molto elementari e di basso costo. Ma in ogni modo, il vincolo della tradizione, in campagna, il rapporto diretto con una
clientela necessariamente limitata, nella manifattura, escludono l’applicazione del capitale sotto la forma strumenti. Il capitale sussistenze, volto ad impiegare una popolazione operaia più larga, nemmeno può essere utilizzato, perché la popolazione cresce in ragione così tenue, se pur cresce, che una domanda eccezionale di lavoro non potrebbe provocare una corrispondente
offerta, e quindi quel capitale resterebbe necessariamente inoperoso. Questa società non solamente non risparmia, ma se risparmiasse, non potrebbe trasformare in capitale produttivo il risparmio.

E pur vero, l’unità agricola, fondata sul possesso comune della terra oppure sul vincolo feudale della terra medesima, non potrebbe impiegare in migliorie il capitale investito, perché occorrerebbe spezzare il vincolo della comunione o degli usi feudali e quindi rovesciare la costituzione giuridica della proprietà. Il maestro artigiano della città – esclusa dallo stato della tecnica la trasformazione dei metodi produttivi – vede sorgere contro l’uso del capitale industriale due potenti ostacoli la domanda limitata del prodotto per la limitazione affatto personale della clientela, e la limitazione della popolazione operaia; di modo che, come abbiamo visto, che anche in epoca avanzata, i compagni son molto meno numerosi dei maestri. Dunque, né sulla terra, né nel mestiere sorge la convenienza di quell’associazione mista, per cui il lavoratore astenendosi dall’accumulazione di un capitale, impiega quello di un capitalista che si astiene dal lavoro materiale, e trova vantaggioso per lui pagare al capitalista un congruo prezzo per l’uso del capitale di costui.

Il lavoratore non ha bisogno di un capitalista, il capitalista non potrebbe vivere su di un lavoratore. La contemporanea esistenza di queste due condizioni rende vana e perciò inesistente l’accumulazione capitalistica. Se il capitale fosse necessariamente destinato ad usi produttivi, non si avrebbe capitale, come categoria economica separata dai servizi fondiari e dal lavoro.
Servizi di capitali, servizi fondiari e servizi personali apparirebbero sempre fusi nella stessa persona. L’uomo economico di questa epoca sociale sarebbe necessariamente una sintesi di funzioni economiche. Come nella sua persona sarebbero fusi il produttore e il commerciante, sarebbero parimentI fusi il capitalista, il proprietario fondiario e il lavoratore.

Ma questa nostra conclusione é fondata sull’ipotesi che il capitale debba necessariamente investirsi nella produzione, mentre gli sono aperti innanzi gli usi consuntivi. In effetti nemmeno nell’epoca storica che abbiamo schizzata nel capitolo precedente, la società é formata esclusivamente di agricoltori e di artigiani, scomponibili in varie altre categorie giuridiche e sociali. Accanto e sopra a loro c’é lo Stato e poi tutte le altre associazioni e corporazioni, in cui rientrano nel Medio Evo le varie categorie di persone che compongono quella società, e tanto le persone indicate, quanto altre che sin qui non abbiamo menzionato.

Degli usi e consumi di queste persone sinora non si parlò, ma era sottinteso che esistessero ; ma poi le stesse classi che in campagna o in città abbiamo già imparato a conoscere, e specie le maggiori, potevano avere e nel fatto avevano bisogni maggiori delle loro risorse. Di un uso del capitale per vie non produttive vi é larga possibilità in questo periodo sociale, il che poi non ha forse nemmeno bisogno di essere indicato, tanto sembra ovvio. Ma possibilità di un uso non vuol dire necessaria esistenza del mezzo destinato all’uso medesimo. In condizioni normali, la società
che abbiamo imparato a conoscere non può risparmiare e quindi nemmeno accumulare.

Noi dobbiamo guardar fuori le categorie che si sono fin qui considerate se vogliamo veder nascere il capitale, o per dir meglio, se deve esistere possibilità di formazione del capitale. Gli elementi formativi del capitale non devono trovarsi né nell’unità agricola contadinesca, ne in mezzo alle classi artigianali. Si aggiunga che tutto quanto é commercio medioevale, almeno fino al periodo mezzano (XI-XII secolo), riveste il medesimo carattere artigianale del mestiere vero e proprio, e perciò dove si é parlato della impotenza del mestiere a generare il capitalismo, il discorso ha incluso anche il commerciante.

Dei commercianti di questo periodo sociale scrive il Sombart : « Come si presume dalla grandezza del loro negozio, essi vivevano in maniera puramente artigianale. Il loro pensare e il loro sentire, la loro esistenza sociale, la natura della loro attività, tutto li fa apparir congiunti ai piccoli e medi artigiani del loro tempo. Non vi é nulla infatti di più pazzesco, quanto popolare il Medio Evo di commercianti istruiti di economia e pensanti capitalisticamente. La specifica natura artigianale del commerciante di vecchio stile appare sopratutto dagli scopi che esso si pone. Niente gli é più remoto, quanto il guadagnare nel senso di un imprenditore moderno; anche egli non vuol altro, né meno, né più, che guadagnarsi il sostentamento proprio col lavoro delle sue mani. Tutta la sua esistenza é dominata dall’idea del sostentarsi» (W. SOMBART, Moderne Kapitalismus, I, 174.).

Del resto, lo Stieda ci ha conservato le notizie che si riferiscono al commercio delle grandi città anseatiche nel XIV secolo ; e noi vediamo che esso era ben meschino, sebbene si tratti delle maggiori città commercianti del tempo ( W. STIEDA, Revaler Zollbucher, Hans. Geschichtsquellen, vol. V, pag. LVI e LVII).

Noi vediamo perciò che il giudizio che abbiamo fatto dell’agricoltura e del mestiere medioevali comprende anche il commercio ; almeno ci é giocoforza ammettere che il commercio artigianale non é stato uno dei propulsori più importanti del capitalismo. La vita medievale é dominata dalla nozione della sufficienza di ogni economia a sé stessa, ciò che agisce a controsenso della nozione capitalistica, fondata sulla strumentalità dell’economia e sulla divisione del lavoro portata all’ultimo punto del suo sviluppo. Il principio della sufficienza a se stesso é comune a tutte le forme economiche medievali, alle grandi, come alle piccole.

Noi conosciamo i particolari dell’economia domestica del Capitolo di S. Paolo in Inghilterra, per tutta l’ultima parte del XII secolo (W. ASHLEY, Hist. et doct. écon. de l’Angl., I, pag. 78). Il Capitolo possedeva 13 castelli, ciascuno era amministrato da un firmarius. Costui doveva al Capitolo una certa quantità di contribuzioni in natura ed in denaro. II dippiù era suo. I firmatari facevano ottimi guadagni, per la qual ragione i canonici si disputavano l’ufficio. Il capitolo possedeva, per i suoi bisogni, un mulino, una fabbrica di birra e una panetteria. Questo
sistema primitivo durò fino alla metà del XIV secolo. I canonici ricevevano in natura il loro nutrimento. Poi le cose cambiano e vediamo che son pagati in denaro; ma precedentemente, nello statuto di Rolph di Diceto, é calcolato il pane che deve ricevere ciascun titolare, variando la
quantità con l’importanza dell’ufficio, supponendosi quasi che la fame cresca con la dignità ! Si capisce che una società cosiffatta debba far sorgere una viva curiosità per sapere come il capitalismo si é formato.

Ecco come io concepisco questo problema. Noi abbiamo bisogno di comprendere come funzioni oggi il capitale. Questa indagine ci rimanda alla natura dello stesso capitale. Quando avremo visto come nasce il capitale, avremo compreso anche come funziona. Così potremo comprendere anche fino a che punto sono giustificate le analisi logiche del capitale che l’ Economia ci offre.
E’ infatti assai verosimile che la formazione presente del capitale abbia grandi analogie con la formazione iniziale ; ma la natura fisica della formazione presente potrebbe riuscire intuitiva solo per il confronto con la formazione primitiva. Noi vedremo appresso che la storiadell’industrialismo presente resta campata in aria quando non si é stabilito di dove il capitale é venuto e come ha dissolto la vecchia economia. Diremo di più : la dissoluzione dell’economia tradizionale ha del miracolo, quando non si é assistito alla genesi formale del capitale.

Il difetto degli storici dell’economia consiste nel descriverci la dissoluzione della vecchia economia, senza mostrare che questa dissoluzione diventava inevitabile dal momento che il capitale era nato. Eccoperché si può assumere che il loro vasto materiale é ben lungi dall’aver fruttato, ed anche adesso gli storici di mestiere siano in credito verso gli economisti, che continuano ad ammucchiare definizioni, impassibili.

Se non che quando parliamo della genesi del capitale, noi corriamo rischio di porci a una impresa assurda. Facciamo la stessa figura di coloro che hanno trattato le origini del baratto. Se si dicesse che le origini del baratto o del capitale, considerato come complesso di strumenti, coincidono con le origini dell’uomo, si direbbe una cosa evidente. Baratto, capitale, economia,
termini sinonimi; economia, attività concreta umana, idem. Inutile sdottoreggiare. Si può dar prova di una erudizione meravigliosa, ma siamo sempre su una strada che di tanto si prolunga indietro, di quanto appunto si prolunga avanti. Avanzare indietro nella ricerca, non significa raggiungere le loro origini. Se noi volessimo veder nascere il primo elemento capitalistico
perderemmo il tempo, a modo di coloro che hanno cercato le origini del baratto, deducendolo da alcune singolarità locali (dono ospitale, baratto silenzioso, ecc.) che non ne escludono infinite altre. Ma la nostra impresa é più modesta. Si tratta di vedere come accada e da quando accada che certi aspetti dell’economia divengano più pronunziati.
Nella lotta per l’esistenza delle forme sociali – per dirla con metafora positivistica – avviene che ora una forma prevale su certe altre e ora certe altre sulla prima, senza che né le une, né le altre spariscano interamente.
Si tratta di vedere da che parte pende la fortuna storica ; niente più. Il nuovo assoluto non esiste né nell’economia né nella vita ; ma ora emerge una forma ed ora un’altra. La genesi del capitalismo torna a sapere da quando la forma capitalistica è uscita dalle tenebre della propria esistenza crepuscolare per varcare la soglia della storia documentabile.

È completamente inutile tentare di raggiungere le origini. Gli inizi storici restano quasi sempre – salvo irrilevanti eccezioni – avvolti nelle tenebre. Chiunque pretende documentare la storia di queste origini deve cadere nel romanzo. Noi possiamo fare congetture più o meno ragionevoli su
queste origini. Il solo metodo che può assisterci è il seguente: bisogna che la congettura sulle origini abbia una stretta connessione col fatto posteriore; ma si comincia sempre da quest’ultimo. Cercare di cavare il certo, cioè il fatto posteriore, dall’incerto, cioè il fatto originario; é agire in maniera assurda. Il solo metodo ragionevole é quello inverso: (Parlando delle origini del cristianesimo, Sorel dice: « Il faut renoncer à jamais connaìtre tout l’ensemble des origines ; mais il est plus facile qu’on ne pourrait croire tout d’abord, de découvrir les chemins par lesquels des moeurs, des institutions, des idées parvinrent à l’état que nous révèle la fin du troisième siècle».
G. SOREL, Système de Renan, Paris, pag. 211) assodato un momento molto chiaro e decisivo della storia del processo che si studia, si cerca di comprendere in che maniera si è giunti ad esso. Ma, sia detto in generale, proprio qui si riconosce il fiuto del buono storico. Quale momento scegliere ? La società dell’evo nostro può servirci a spiegare le origini del capitalismo? Non si deve invece ritenere che oggi la nostra società rappresenti un accumulo di circostanze e di condizioni, che col fatto originario hanno poco di vedere?

Facciamo che oggi uno storico si proponesse di gettare una certa luce sulle origini del Cristianesimo, pigliando come punto di partenza nelle sue indagini l’attuale organizzazione della Chiesa Cattolica. Se egli fosse sincero, dovrebbe concludere che il Cristianesimo fu una rivolta di elementi intellettuali schiacciati da una società barbarica, perché l’organizzazione ecclesiastica
presente non é in fondo che una gerarchia di cultura, che ricorda in certo modo il mandarinato cinese. Ora si può immaginare nulla di più lontano dal vero? Invece lo storico, fermandosi alle condizioni del terzo secolo, e risalendo per il secondo secolo tutto irto di eresie, cioè di dottrine che non hanno avuto fortuna, cerca di farsi un’idea approssimativa di quelle condizioni del primo secolo, le quali sono e restano e verosimilmente resteranno sempre un insolubile mistero. Ma egli riconosce volontieri che si trova sul campo delle congetture, e che l’unico fondamento delle congetture che egli forma è una certa corrispondenza con gli avvenimenti dimostrabili storicamente nel periodo successivo.

Nel XIII secolo, il capitale mobile ci appare con caratteri di netta autonomia di fronte al possesso fondiario e al mestiere. Questo periodo deve necessariamente attrarre l’attenzione dello storico, non solo perché il capitale mobile gli appare ben distinto da possesso fondiario e dai servizi personali, ma anche perché non si è ancora impadronito di essi, oppure fuso con essi. Successivamente noi assisteremo a questa invasione del capitale mobile nei rapporti fondiari e personali, alla graduale sommissione del lavoro e della terra all’egemonia del capitale mobile e del capitalista mobiliare.
Ma nel XIII secolo questo fatto non si è verificato ancora. Il capitale mobile ci appare separato dal possesso fondiario e dal mestiere artigianale, nella tipica forma di capitale bancario. Ciò é visibile per la Firenze del XIII secolo, la patria del capitalismo moderno.

Lasciando da parte il fatto dell’antichità delle arti della lana e della seta e senza occuparci del numero primitivo delle arti, serva per noi il fatto del 1236, cioè che allora il Consiglio dei 36 Buonuomini dette ordinamento alle corporazioni, e che tale ordinamento fu deciso nella residenza dei Consoli di Calimala. Le arti furono divise in 7 maggiori e 14 minori ; fra le maggiori, dopo i giudici e i notai, primi per onorificenza, venivano i mercanti o arte di Calimala e subito dopo il Cambio consistente nell’arte di impiegare il denaro e nel suo traffico. L’arte era in certo modo antica e doveva esistere anche prima del XIII secolo, poiché i suoi consoli presero parte al trattato del 1204 fra i fiorentini e i senesi (S. L. PERUZZI, Storia del commercio e dei banchieri di Firenze, 1868, pag. 136.). Era soggetta a regole, come le altre arti. Chi voleva entrarvi doveva dare un esame; dopo tale formalità, se veniva ascritto alla medesima, poteva come cambista aver bottega e tavola, cioè esercitare o fuori o dentro la sua bottega, assiso dietro una tavola coperta di tappeto verde, con sopra una borsa con la moneta necessaria, e un libro. Il capitale mobile esiste dunque, in questo primo momento della sua esistenza distinta, come capitale bancario.

Ma presso chi e come i cambisti o banchieri esercitano questo loro ufficio ? E’ verosimile che questa indagine, né lunga, né difficile, ci farà comprendere l’indole e la genesi del capitale meglio che qualsiasi più tormentosa ricerca documentaria.

La prima cosa che colpisce studiando il capitale bancario medioevale é le strette relazioni che passano fra esso e l’amministrazione pubblica. Narra il Villani (Istorie, libr. VIII, cap. 62, 63) che quando Filippo il Bello, offeso ripetutamente nel suo amor proprio da Bonifacio
VIII, ed essendo stato alla fine anche scomunicato, risolse vendicarsi, spedì suoi messi in Italia il Nogaret e il banchiere fiorentino Musciatto Franzesi signore di Staggia, dando l’ordine alla Banca dei Peruzzi in Firenze di somministrar loro il denaro occorrente ma senza metterla a parte dell’impresa. La Banca fu rimborsata tardi e con grande difficoltà; né fu tutta colpa del Re, perché i Peruzzi lavoravano in partita doppia, e mentre fornivano a Filippo il Bello il denaro per rovesciare il Papa, armavano, tutte a loro spese, una compagnia di 600 balestrieri per difendere il Papa (PERUZZI, Id., pag. 191); non dissimili ai pii commercianti di idoli buddisti
nelle Indie inglesi, che impiegano una parte dei loro guadagni per sussidiare la propaganda del Vangelo. Ma qui non siamo che innanzi a uno dei centomila casi di cui son ricche le cronache di questi tempi.

Volgiamo al caso opposto. L’interessamento che i poteri pubblici pigliano al commercio bancario non si può spiegare con la semplice sollecitudine che essi avevano alla prosperità economica del paese, tanto più che, nelle condizioni economiche descritte nel capitolo precedente, l’uso che i privati potevano fare del capitale bancario doveva essere estremamente scarso. In Inghilterra i commercianti stranieri erano sotto la protezione personale del re. È interessante notare che i tedeschi, i quali prima ottennero i privilegi in Inghilterra (LELEWEL, Géographie du Moyen Age, III, pag. 216), trafficavano in cose puramente di lusso (spezie, pelli e altri generi di provenienza slava) e ritraevano dall’Inghilterra prodotti minerari. Ciò che vendevano e ciò che compravano rivela una connessione diretta non col piccolo consumatore diretto, ma con le classi superiori della società. Gli ebrei erano considerati come « mobilia reale » ed erano sotto la protezione del re. Fornivano larghe somme al tesoro reale ed erano, dice il Cunningham (CUNNINGIIAM, Op. cit., pag. 200), «strumento di infinite esazioni regie sui sudditi del re » dividendone la impopolarità. Noi vediamo qui apparire un nuovo caso di connessione fra il capitale mobiliare e il potere pubblico.

Lo stesso storico, parlando degli ebrei, dice: «Essi servivano come una spugna, che succhiava le risorse dei sudditi, e dalla quale era estremamente facile riversare il contenuto nelle cassaforti del re».

Più evidente è il caso degli italiani alla Corte inglese. Fino dal 1228 si trovano nella collezione dei decreti reali di rimborso (Liberate Rolls) i nomi di banchieri o prestatori di denari fiorentini, senesi, lucchesi. Vi sono poi dal 1228 al 1272 iscritte quarantotto partite o decreti dello stesso re Enrico per restituire cospicue somme a non meno di ventitre case bancarie di Siena, Lucca e Pistoia. E’ da aggiungersi che un avvenimento accaduto poco dopo aumentò di molto l’importanza dei banchieri italiani in Inghilterra, e cioé il bisogno che il pontefice Innocenzo IV ed Enrico III ebbero di ricorrere ai loro sussidi, allorché i baroni inglesi ricusarono il denaro necessario per formare un’armata che desse al principe Edmondo, figlio del suddetto sovrano inglese, la corona di Sicilia e di Puglia, togliendola alla dinastia Sveva.

La Corte di Roma aveva in tale circostanza messe a disposizione di re Enrico tutte le tasse ecclesiastiche dell’Inghilterra; ma l’esercito non fu riunito e l’impresa contro gli Svevi non fu compiuta che più tardi dagli Angioini.
Eduardo I, successo ad Enrico III, continuò a giovarsi dell’opera dei banchieri italiani.

Per la spedizione di Tripoli e in Palestina il servizio di tesoreria fu fatto dai banchieri De Luca e Aldobrandi. I decreti di rimborso fanno menzione di non meno di trentaquattro banchieri della sola città di Firenze, lasciando fuori conto i banchieri senesi e lucchesi, familiari alla corte d’Inghilterra.
Appare infine che per liquidare i debiti contratti con la compagnia Frescobaldi (Firenze) furono assegnate le entrate delle dogane di Hull, Boston, Londra, Newcastle, Sandwich, Wynchelsea Ipswich, Yarmouth, Southampton, Exeter e altre somme del tesoro irlandese, dalle miniere di stagno (PERUZZl, op. cit., pag. 167 e segg.).

Ma da nessuna circostanza appare più evidente questa connessione fra il commercio bancario e i poteri pubblici, come dalla espulsione degli ebrei e dei commercianti italiani dalla corte inglese, quella espulsione che seguì al terribile fallimento della casa Bardi. Sin dai principii del XIV secolo
si notano in Inghilterra famiglie d’inglesi o di stranieri, specialmente italiani, naturalizzati inglesi, pervenute a un notevole grado di ricchezza. Queste persone cominciavano a diventare evidentemente capaci degli uffici finanziari, a cui prima intendevano gli ebrei e gli italiani ( Cfr. A. LOAW, The nouveaux riches of the XIV century, in a Royal Hist. Society’sTransactions n, 1895). Durante il regno d’Eduardo I si notò molto lavoro alla zecca di metalli grezzi per uso monetario, segno che il paese si era arricchito e che gl’indigeni intendevano investire proficuamente i propri capitali. A questo arricchimento dell’elemento inglese dovette concorrere lo spogliamento dei templari e le rimesse dei debiti contratti con gli ebrei, che lo Stato taglieggiava, ma non proteggeva mai sufficientemente contro l’invidia cristiana. Ma questa nuova ricchezza a sua volta non cresceva che in connessione a uffici pubblici. Conosciamo il caso di William de la Pole, il quale, nel 1339, prese in appalto la tassa sulla lana, diventando ben presto ricchissimo.

I nuovi arricchiti potevano assumere ogni sorta di uffici regi come l’appaltare imposte, dazi, ecc., il pesare la lana, raccogliere e vendere la lana onde fornire i sussidi al re, ecc., e potevano anche fare anticipi diretti al re: cioè tutti gli uffici, che prima prestavano gl’italiani, e talvolta anche gli ebrei. Gl’inglesi che avevano ammassato denaro (Essi si erano associati agli italiani nel loro lucroso commercio. Troviamo un John Van socio di un lombardo in un appalto regio. Sappiamo che il fallimento dei Bardi rovinò anche molti inglesi, che avevano a loro affidato il denaro. Vedi CUNNINGHAM, op. cit., pag. 290) cominciarono a competere con i fiorentini e i lombardi, e siccome dovevano esser inferiori per ricchezza e abilità non mancarono di ricorrere ai poteri pubblici.

Il Parlamento sosteneva vivamente i connazionali contro gl’italiani. Eduardo III, che era largamente debitore dei Bardi, soddisfece insieme gl’interessi della sua cassa e il desiderio dei sudditi, rifiutando di adempiere agli impegni contratti con i Bardi, nel 1345; da cui la rovina di questa casa e di tutti i suoi piccoli depositari, descritta così vivamente dal Villani, che fu in parte vittima della insolenza del re.

Espulsi gli ebrei, costretti gli italiani ad allontanarsi, gli uffici più rimunerativi delle finanze inglesi passarono nelle mani degli inglesi medesimi.
Qui noi sorprendiamo un momento essenziale della formazione capitalistica.

Gli storici non hanno considerato una singolarità della storia bancaria di Firenze, e cioè il gran numero di compagnie bancarie che esistevano in quella città. Da un documento del 1369, in occasione della pace fra i fiorentini e i pisani, sappiamo che le compagnie bancarie della città erano 108, cifra veramente notevole per una città come Firenze ( PERUZZI, loc. cit., pag. 219 e segg. È dato l’elenco completo), e in sé inesplicabile se queste compagnie non avessero trafficato soprattutto fuori Firenze e in connessione a uffici pubblici, l’economia privata del tempo non rendendo necessario un uso così largo del capitale bancario. Ma le notizie che gli storici ci offrono di queste case bancarie mostrano i loro capi in strette relazioni con i poteri pubblici. La casa Acciaioli fornisce denaro al re di Napoli e all’ordine di Rodi ; la sua fortuna scossa dagli avvenimenti del 1345 risorge improvvisamente per il favore che uno della casa
incontra alla corte di Napoli, per conto della quale apre uffici finanziari e politici in Grecia. La famiglia Alberti tra il 1289 e il 1528 dette alla repubblica fiorentina nove gonfalonieri e quarantanove priori. Della casa Bardi e dei suoi rapporti con la corte inglese già si è parlato;
si aggiunge che fornì guerrieri alla repubblica. Un banchiere Bonaparte si trova nominato nel 1260 sedendo nel Consiglio della repubblica fiorentina, e nel 1280 mallevadore della pace stabilita tra i guelfi e i ghibellini per mediazione del cardinal Latino. Berto Frescobaldi, della casa bancaria omonima, portava alla battaglia di Campaldino le insegne di re Carlo d’Anjou. La stessa
compagnia appaltava le dogane del re d’Inghilterra. La famiglia Peruzzi ebbe al tempo della Repubblica 10 gonfalonieri e 54 priori. In una delle sue case alloggiarono Roberto di Napoli protettore dei guelfi, quindi la principessa di Taranto, detta l’imperatrice di Costantinopoli, cognata del re Roberto e più tardi l’imperatore dei greci Paleologo, che nel 1483 si recò a Firenze per il Concilio convocato da papa Eugenio IV per riunire le due chiese latina e greca. La famiglia Sassetti fu illustre per negozi politici.

In altri termini, mai vediamo disgiunta la ricchezza mobile dai poteri pubblici.
I possessori del capitale mobile, del capitale investito nel traffico e non nella produzione, si appoggiano allo Stato, ricavano i loro principali guadagni dall’esercizio di qualche ramo della finanza e in un certo senso s’immedesimano con lo Stato. Questi rapporti si mantengono anche in un’epoca successiva.
Carlo II d’Inghilterra dovette pagare interessi enormi agli « orefici », dal 20 al 30 % per somme prestategli. Operazioni lucrose condussero gli orefici a fare al re dei prestiti sempre più considerevoli, ad anticipargli tutto il prodotto delle imposte, ad accettare in pegno tutti i crediti votati dal Parlamento, di maniera che tutti i redditi dello Stato passavano per le loro mani (JOHN FRANCIS, History o f Bank o f England, Londra 1848, voi. I, pag. 31 ). L’autore dal quale pigliamo questi particolari spiega l’idea di fondare una banca col desiderio
di sottrarre lo Stato agli usurai. D’altra parte il partito tory combatteva l’istituzione d’una Banca come intinta di repubblicanesimo. Con una banca, i capitalisti sarebbero stati padroni dello Stato ( Le origini del capitale bancario riducono all’assurdo le pretese di quegli
economisti, che vorrebbero le Banche immuni da ogni contatto con la politica.
Ma se la politica le ha generate !!).

Ora non é possibile pensare che mentre lo Stato diviene un mezzo così potente di accumulazione capitalistica, l’accumulazione capitalistica possa derivare da una fonte più ricca della stessa amministrazione del denaro pubblico. Questa, con qualche mutamento, la tesi che sosteneva il vecchio Pagnini (PAGNINI, Della decima e di varie altre gravezze imposte dal Comune di Firenze, 1765, vol. II, pag. 127).

Ma cercare proprio il momento in cui l’amministrazione pubblica diventa fonte di accumulazione privata, non si può.

Noi possiamo spingere un tantino indietro le circostanze ora descritte, e muovere proprio dai primi anni del XIII secolo o dagli ultimi del XII. Più in là sono tenebre, e documenti e congetture hanno appunto la stessa importanza. Il vecchio Pagnini ci rimanda all’amministrazione delle finanze papali. Noi possiamo individuare meglio e servendoci dei larghi studi del Gottlob, scorgere in che maniera l’amministrazione dei beni della Chiesa poteva diventar fonte di ricchezza privata. Scegliamo le imposte papali per le crociate, sia per l’importanza del loro ammontare, sia per la loro indole internazionale, sia per la larghezza della documentazione storica che esse consentono. Le vicende attraverso cui é passata l’amministrazione delle decime papali per le crociate ci mostra in atto questa connessione fra l’attività del capitale mobile già monetato e l’ente pubblico. Fornisce poi la possibilità di una forte congettura intorno a questa connessione, e per una tal via getta un po’ di luce sulla formazione del capitale mobile, sulla sua indole e sull’indole delle circostanze, che più tardi lo costringeranno a dominare la produzione e ad impadronirsene dall’esterno.

Quanto all’importanza delle decime per le imposte, nessun dubbio é possibile. Il solo territorio francese delle decime papali fruttava annualmente, nell’ultimo quarto del XIII secolo, 264.000 libbre di oro. L’importo delle decime per l’Inghilterra era calcolato a 200. 000. Aggiungendo i redditi delle rimanenti terre della cristianità, e cioè Germania, Italia, Ungheria, Polonia, Svezia, Norvegia, Danimarca, l’importo delle decime di tutta la cristianità non poteva esser minore di 800,000 libbre l’anno, pari, secondo i calcoli del De Wailly a 14.375.000 franchi, e del Cibrario
a 20.000.000; somma, che, con un poco di rigore da parte degli esattori, poteva esser portata a un buon quinto di più, e quindi rasentare i 18 milioni secondo i calcoli del De Wailly, e i 25 milioni secondo quelli del Cibrario.
Chi si ponga dal punto di vista delle condizioni del Medio Evo, non può non giudicare rilevantissima questa somma. Si pensi che Filippo il Bello non disponeva che di una somma uguale al quarto di essa, ed era certamente uno dei monarchi più ricchi e potenti del suo tempo.

Certo il papa non disponeva di tutta questa somma, doveva oltre che pensare ai vari enti locali, doveva necessarianente esser pronto con le decime per i contraccolpi che subirono le prime crociate; il Gottlob non può fare a meno di osservare: « Con tutte queste restrizioni, noi crediamo che il diritto delle decime ecclesiastiche dava un potere alla Santa Sede, il quale, anche a prescindere dalle sue prerogrative spirituali, dal dominio che il potere delle chiavi di San Pietro conferiva, era sufficiente per esercitare un influsso decisivo sull’inizio delle cose pubbliche in Europa» (ADOLFO GOTTLOB, Die papstlichen Kreuzzugs-Steuern des 13. Jahrhunderts, Heiligenstadt, 1892, pag. 136). Figuriamoci adesso la posizione che avevano coloro che erano incaricati della esazione delle decime !

L’amministrazione delle decime per le crociate è passata attraverso quattro stadi. Il primo e lo stadio particolaristico. I vescovi sono i collettori principali. Queste sono le disposizioni di Innocenzo III, che hanno vigore fino al 1219. I sottocollettori sono decani e gli arcidiaconi. Il papa ha un semplice diritto di controllo. Il secondo stadio, posteriore al 1218, ci mostra nei vescovi i subordinati dei legati e dei nunzi, che il papa spediva direttamente. Nel terzo stadio, sotto il governo d’Innocenzo IV, i vescovi non hanno quasi più ingerenza nella amministrazione delle decime per le crociate. I legati e i nunzi divengono collettori generali. Gli arcidiaconi locali restano sottocollettori. Ma siccome, evidentemente il loro controllo non doveva esser troppo gradito, nel quarto periodo sono rimossi, e i collettori generali nominano direttamente i sottocollettori. Tutti rispondono soltanto di fronte alla Curia romana. Questo quarto periodo è completo intorno al 1263. L’accentramento delle decime è completo. La camera apostolica
amministra i beni (ID., Id., pag. 184-186). Questa era organizzata sin dal tempo di Gregorio IX (1227) nel modo seguente. Alla sua testa stava un camerista, dal quale dipendevano uno o più notai.
Completavano la camera i cosiddetti cambisti (banchieri). Noi cominciamo a scorgere come il cambio possa essere stato alle origini un ufficio amministrativo, che per l’arricchimento del ceto è diventato mano mano indipendente, pure prestando le sue funzioni soprattutto all’amministrazione pubblica.

Di rado il prodotto dell’imposta andava direttamente a Roma. Generalmente era depositato nei chiostri, chiese, ordini sacri, a disposizione del papa.
Ma spesso troviamo il denaro affidato a cambisti o mercanti, che si recano a Roma e hanno ricevuto questo delicato incarico. In altri casi, questi mercanti sono dei creditori che devono essere rimborsati, avendo essi già accordato crediti alla camera apostolica contro promessa di rimborso sulle future decime ecclesiastiche.

Nella seconda metà del XIII e sul principio del XIV, la Camera Apostolica si serve quasi esclusivamente di questo sistema. I cambisti italiani, talvolta anche i caorsini, vengono incaricati di trasmettere il denaro e di fare le operazioni di cambio delle innumerevoli monete locali.
Altre volte, come si è già detto, essi sono creditori che (incassando e trattenendo) si rimborsano da se stessi, sul prodotto delle decime. Sono centinaia e centinaia di nomi di banchieri italiani, di Firenze, Siena, Lucca, Piacenza e pochi di Roma che ricorrono nelle lettere e bolle dei papi relative all’esazione delle decime (Vedi elenco completo in GOTTLOB, loc. Cit., pag. 244-246). Talvolta i documenti li indicano soltanto come senesi o piacentini, tanto comune doveva esser diventato incaricare i cambisti italiani delle operazioni finanziarie relative alla Chiesa. Essi sono non soltanto i creditori che fanno comodi anticipi sulle lontane rimesse, ma anche gli uomini tecnici, che possono fare le complicate operazioni di pareggio fra le innumerevoli monete medievali, circostanza quest’ultima, la quale potrebbe spiegare come il cambista non sia stato alle origini che un ufficiale con particolari conoscenze e attitudini. Nel Manuale della Mercatura di Balduccio Pegolotti (Era un impiegato dei Bardi, ma il suo manuale (manoscritto) ce lo rivela dottissimo in questioni di economia applicata) è largamente studiato il pareggio monetario e il corso dei cambi di vari paesi,
Cina compresa (il grande Cattajo degli antichi commercianti fiorentini), dove vigeva al suo tempo il corso forzoso dei biglietti. Si ricordi a questo proposito che sino al XII secolo la Santa Sede non ha avuto nessuna moneta propria.
La Camera Apostolica aveva un suo Cambiator, che curava il cambio e la fusione dei metalli, dove già non si era provveduto per mezzo di banchieri o mercanti (GREGOROVIUS, Geschichted. Stadt Rom., V, pag. 284).

E del resto, questo stesso Cambiator, da ufficiale pubblico non si è potuto trasformare in banchiere ? E’ questa una congettura non tanto remota dalla possibilità.

L’utile del commerciante consisteva nelle alte provvigioni, che egli otteneva per la propria opera. Nei prestiti era cosa comune scrivere sull’obbligazione una somma maggiore di quella effettivamente prestata. Pare che l’aumento d’un terzo sulla somma prestata, per un anno, fosse cosa comune. Generalmente gli interessi non si cominciavano a pagare se non dalla data della scadenza, caso mai non si pagasse. Essi non ammontavano mai meno del 30 %. Del resto sugli
alti saggi dell’interesse nel Medio Evo, i documenti abbondano. Hullmann (HULLMANN,
Geschichte des Stadewesens, II, pag. 55 V) racconta che nel 1348 a Lindau, sul lago di Costanza, si è pagato il 216,70 %. A Zurigo il tasso legale fu fissato a 43,33 % dal Consiglio. Nel tempi di Carlomagno, l’interesse diventava usurario solo quando superava il 100 %. Per semplici rimesse di denaro i banchieri reclamavano da Roma provvigioni variabili dall’8 al 24 %. Nel 1268, la Casa Alfani dovette consegnare a Roma 4576 libbre e 8 piccoli soldi veneziani. A Roma non furono pagate che 4202 lire e 11 soldi ; 373 libre e 17 soldi stanno nel conto «pro eorum latoribus et expensis » ( GOTTLOB, loc. cit., pag. 249).
Noi vediamo adesso in che maniera l’esistenza d’un potente meccanismo finanziario, come la Curia romana. funzionasse da energico mezzo di accumulazione durante il Medio Evo. Ora l’essenziale per noi non è sapere come si è formato il primo accumulo monetario, ma come è cresciuta questa massa primitiva. Lo studio dei rapporti fra i primi possessori di denaro e gli enti
pubblici ha svelato il segreto.

Più in là e inutile risalire. Si capisce che dietro il banchiere c’è l’usuraio. Anche in una Società come quella che abbiamo descritto nel precedente capitolo appare la necessità delle prestazioni
monetarie. I bisogni di fasto nel signore, il pagamento dei tributi all’ente pubblico nei soggetti e tante e tante altre circostanze, che e assai facile immaginare, spiegano il ricorso a chi possiede il denaro. Costui è l’usuraio, personaggio antico quanto le società umane. L’usura investe la vecchia società fondata sul valor d’uso e contribuisce potentemente alla formazione del capitale primitivo (« L’usura è un fattore potente per la costituzione del capitale industriale » , MARX, Kapital, III, parte II, cap. XXXVI).

(Continua)

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