di Arturo Labriola, Universita’ di Napoli (1910) – Prosegue dall’Introduzione

Capitolo 1
Capitalismo e mestiere nella fase precapitalisticaPiuttosto che seguire un ordine cronologico, la storia economica ci costringe a ricercare
i momenti più pronunziati dal punto di vista qualitativo di una evoluzione.
Quando noi siamo riusciti a fissare un momento una forma della successione economica, dobbiamo ricercare che cosa é accaduto di essa e donde sono venute le forze che o hanno mutato o hanno eliminato quel momento o quella forma.

La storia del capitalismo suppone uno stato economico dal quale esso é uscito, che non presenta i caratteri che più tardi riconosceremo al capitalismo. Senza volere anticipare sulle cose che verranno e quindi senza proporci fin dal principio la ricerca della formazione di rapporti, che definiamo astrattamente capitalistici ; noi ci proponiamo di presentare il quadro di una società che si riproduce automaticamente e che quindi automaticamente riproduce le condizioni della propria esistenza. Questa società é in tutto simile al cane che morde la propria coda e perciò non avanza, né retrocede. Questa società non é capitalistica, e le ragioni ci saranno offerte dallo studio delle stesse condizioni sulle quali essa vive.

Noi non abbiamo bisogno, perciò, di fissare con una indagine astratta o speculativa le caratteristiche
della società capitalistica e poi di tentarne la genesi storica. Studiando il tipo economico, del quale abbiamo parlato or ora, il tipo cioé d’una società non capace di sviluppo e che si riprodurrebbe all’infinito, se forze estranee, urtandola da ogni parte, non la obbligassero a mutare e non la sovvertissero da capo a fondo ; noi sorprenderemo gli elementi che dànno origine al sistema capitalistico. Siccome poi questo tipo di società immobile, questo tipo di società improgressiva, si trova sugli inizi del nostro mondo contemporaneo, e per vero proprio sugli incunabuli di esso, quando la società, rotto ogni legame col mondo classico, ma ancora sotto l’influenza degli sconvolgimenti barbarici, si avviava verso forme diverse di convivenza; il nostro punto di partenza logico, cioé la premessa del nostro ragionamento, ci appare anche come un punto di partenza
cronologico. Certo l’ora del tempo in cui i vari paesi hanno realizzato quel tipo economico non fu la stessa, ma ovunque il taglio dal passato si realizzò, in qual momento poi ciò accadesse, quella forma economica si presenta al nostro occhio di osservatori.

Il sistema feudale esistente nell’Inghilterra dell’ XI secolo, ci é descritto dal Cunningham come un insieme di relazioni contrattuali, a cui non inseriva il patto della rescissione, o della soluzione per una via diversa da quella stabilita nel contratto (CUNNINGHAM, The growth of english industry, during the early and middle ages, Cambridge, 1905, pag. 134).

La terra era assicurata contro le aggressioni altrui mercé un contratto di commendazione a un potente vicino.

L’officio del giudice si teneva secondo i termini di un contratto. Il possesso e il lavoro della terra erano stabiliti conforme a un contratto passato fra il signore e il servo, in termini di terra e di servizi. Ma bisogna aggiungere che il costume o la legge impedivano di rivedere questi contratti. L’uomo
non tendeva ad altro che alla sicurezza ; il progresso non era molto apprezzato. L’essenziale era mettersi al coperto da sorprese sgradevoli, da cui poi la tendenza ad evitare ogni cosa che sapesse di novità.
Ogni persona aveva uno stato fisso, al quale rimaneva legato, talvolta anche spontaneamente, tale e tanto era l’orrore del nuovo. Il paese non rappresentava più una unità fondata sui vincoli del sangue ; questi saldissimi durante la fase della tribal organisation; o della lealtà verso un capo liberamente scelto o impostosi con la forza. Tutti rimanevano nei termini dello stato proprio, come risultava da un invariabile contratto originario, talvolta semplicemente presuntivo, che serbava valore anche per le generazioni successive.

Il Cunningham osserva che probabilmente il feudalismo era il sistema meglio appropriato agl’inglesi dell’ XI secolo ; ma che questo semplice fatto dimostra l’enorme differenza fra quell’epoca e la nostra. Oggi il libero gioco del tornaconto individuale é considerato il mezzo più atto ad assicurare
l’interesse individuale e collettivo. La legislazione tende appunto a rafforzare questo elemento,
cercando di rimuovere tutti gli ostacoli che si oppongono agli sforzi degli individui. Ma nella società che noi stiamo descrivendo c’era poco spazio per l’azione di questa forza. Lo Stato, con taglie, multe e requisizioni sempre ricorrenti colpiva qualunque centro di ricchezze che si costituisse. Impossible
cercare all’agricoltura vie nuove dal momento che il contadino era tenuto a prestazioni determinate e il signore non aveva nessuna voglia di scostarsi da quella misura. Il possesso comune del bestiame da lavoro e la consuetudine si opponevano alla ricerca di forme di affitto più convenienti.

Vedremo appresso che nemmeno nel commercio era possibile migliorare la sorte di coloro che lo gestivano, poiché i poteri pubblici intervenivano a ogni istante con misure rivolte a trattenere i prezzi e a conservare gli usi. L’iniziativa nel progresso era una cosa impossible. Gli storici ci diranno che questa società si é conservata a lungo ; forse é stata la società più longeva che noi conosciamo. Nata dalla fusione degli elementi barbarici con gli avanzi della civiltà pagana ; in qualche paese sopravanza persino alla rivoluzione francese, ma in ogni modo vive prospera e rigogliosa per lo spazio di secoli, presso le nazioni più diverse (Vedi MAURER, Einleitung zur Geschichte der Mark verfassung,
ecc., 2a ediz., Wien, 1896, pag. 330, l’esempio della terra Delbrdek).

Le ragioni di questa sua straordinaria vitalità derivano evidentemente dal riprodurre che essa fa automaticamente le condizioni della propria esistenza e per la metodica eliminazione di tutti gli elementi estranei alla propria costituzione. Gli storici di professione e i «sociologi» faciloni favoleggeranno della straordinaria persistenza delle civiltà agricole; ma qui l’agricoltura ha poco da vedere, piuttosto un modo di questa agricoltura, perché un’agricoltura industrializzata si dimostrerà non meno mobile e mutevole di un organismo manifatturiero vero e proprio.

Ma noi possiamo vedere più da vicino in che cosa consistesse questo sistema agricolo fondato sul vincolo del contratto e della tradizione, almeno per l’Inghilterra dell’ XI secolo e di qualche secolo successivo. Più in là noteremo noi le analogie che questo sistema presenta coi sistemi agricoli del continente. Quando Guglielmo di Normandia ebbe assodata la sua conquista britannica, volle farsi un conto esatto dei propri Stati e soprattutto delle risorse che essi offrivano. Perciò egli mandò commissari in tutti gli angoli della Britannia con l’istruzione di pigliare la testimonianza giurata degli sceriffi, dei baroni e degli uomini liberi in riguardo ai singoli punti dell’inchiesta. É risaputo che questa fu l’origine del Domesday Book, di cui sopravanza anche adesso la parte che si riferisce
al Norfolk, Suffolk ed Essex. La Inquisitio Cantabrigiensis (Edita da N. E. S. HAMILTON.), conservataci dai monaci d’Ely, ricorda gli articoli considerati nell’inchiesta. I commissari dovevano, in primo luogo, notare il nome del castello, di chi lo aveva al tempo d’Eduardo e di chi lo aveva al empo dell’inchiesta. Poi dovevano riferire il valore del fondo e l’ammontare del bestiame da lavoro, distinto in bestiame del signore e in bestiame dei servi. Inoltre, come si divideva la popolazione del fondo, distinta in villani, cotari e servi ; in liberi homines e socmen. 

In seguito far menzione della terra libera, del prato, se vi erano stagni e corsi d’acqua pescosi ; della maniera come la terra era lavorata, del suo reddito e se era cresciuto. Il Domesday Book ha reso possibile avere un conto esatto del sistema agricolo inglese all’epoca della conquista normanna. Noi cercheremo, sulle tracce degli storici inglesi dell’economia, di dare uno schizzo dell’organizzazione agricola feudale, che essi chiamano il Manorial System.

Se noi ci rappresentiamo un feudo inglese, all’epoca del Domesday Book, vediamo che la terra circondante ciascun villaggio era distinta in tre parti : terra arabile, pascolo e bosco. La terra arabile era lavorata generalmente col sistema dei ‘ tre campi ‘. Come é noto il sistema dei tre campi importava che una parte della terra era seminata a grano, una seconda a orzo od avena o fave, e la terza era lasciata incolta. Sugli inizi dell’autunno di ogni anno l’agricoltore arava il campo che era rimasto incolto durante l’estate e lo seminava di grano, segala o altro cereale invernale ; nella primavera arava la stoppia del campo, sul quale era cresciuta l’ultimo raccolto e lo seminava a orzo o avena ; il terzo campo avrebbe conservato la stoppia del primitivo raccolto di orzo sino al prossimo giugno, quando era lavorato e lasciato quieto sino al tempo della semina autunnale. Questo sistema, sebbene presentasse larghi inconvenienti, rappresentava un notevole progresso sul sistema precedente del campo unico, che doveva condurre a un pronto esaurimento del suolo. E noi sappiamo che il sistema del campo unico, cioé del successivo lavorare il medesimo suolo col medesimo raccolto, é durato lunghi anni, mantenendosi, qua e là, accanto al sistema dei tre campi ( V. HANSEN, Agrarhistorisehe Abhandlungen, I, pagina 192.)

Il largo campo arabile era suddiviso in striscie separate, distinte l’una dall’altra con un tappeto erboso, e ogni agricoltore, componente il villaggio, possedeva, a titolo personale, appezzamenti di terra, in ciascuna di quelle strisce. Gli storici sono d’accordo nel trovare la causa di questa distribuzione degli appezzamenti nel desiderio dei contadini di conservare, anche in un sistema feudale, la più grande possibile eguaglianza di condizioni. Noi vediamo infatti che, grazie ad essa, non si possono avere fenomeni di rendita. La distribuzione dei pezzi di terra, nelle singole strisce dei tre campi, neutralizza il vantaggio che un agricoltore possa ricavare dal proprio fondo. Il lavoro in comune sembra essere un’altra caratteristica di questo sistema di cultura, il quale implica la fusione di due momenti : il possesso individuale dei singoli appezzamenti di terra e il lavoro condotto sututte
le terre secondo un piano comune, generalmente fondato sulla tradizione. Quella tendenza verso l’uguaglianza delle condizioni, alla quale si deve far risalire la singolare distribuzione delle terre fra i contadini (senza volerci qui occupare della questione che preoccupa gli storici inglesi circa l’origine
servile o libera della comunità di villaggio) si fa poi risentire anche attraverso quella specie di obbligo circa la maniera di coltivare, alla quale abbiamo già accennato. La forza della tradizione
e del costume contrasta alle iniziative individuali e lega la terra a metodi di cultura intransitivi. In condizioni normali, e salvo i casi di eccezionale abbondanza del raccolto o di eccezionale carestia, il reddito é sempre uguale. Se si suppone, come si deve appunto supporre, che questo reddito basti appena a soddisfare i bisogni, personali di coloro che compongono l’unità di villaggio, l’accumulazione diventa assolutamente impossibile. Tanto il signore, quanto i servi non si possono scostare dalla tradizione e quindi signorie servi non possono contare che su un ammontare sempre eguale di reddito.
Tutto quello che l’iniziativa individuale potrebbe dare per far crescere le rendite e rendere possibile l’accumulazione, resta praticamente escluso.

L’uomo é vittima della tradizione ed esiste solo come membro di un tutto. L’individuo economico non é nato ancora.

Ma ritorniamo al sistema signorile. La terra di ogni feudo (manor) era divisa in terra signorile, cioé terra particolare del signore, e terra villana, cioé terra sulla quale si trovavano i vari appezzamenti
posseduti dai contadini. Non é sicuro se la terra signorile (demesne) costituiva un tutto indiviso intorno al castello o era formata di diverse strisce distribuite per la terra del villaggio, ed é possibile che si avessero tutti e due questi sistemi. Il pascolo poteva essere indiviso fra signore e villani oppure distinto in due zone separate. Sulla terra incolta i contadini avevano il diritto di tagliare l’erba e raccogliere legna. Le particolarità che si accompagnavano al godimento di questi diritti possono essere facilmente immaginate ; certo é impossibile trovarne i documenti. Fatto il raccolto, la terra arabile era aperta a tutti i contadini e trasformata provvisoriamente in pascolo. Il castello signorile era ,circondato da una chiusa ; lo stesso poteva accadere delle singole case dei membri del villaggio.

La maggior parte dei componenti del villaggio erano villani, che possedevano una virgata, cioé circa trenta acri di terra ed erano tenuti a determinate prestazioni sulla terra signorile. Al disotto dei villani si notavano i bordarii o cotarii, i quali possedevano degli appezzamenti non superiori a cinque acri. La classe inferiore era composta di schiavi. Nei distretti orientali, al disopra dei villani si trovavano i liberi homines o liberi tenentes. La loro indipendenza dal signore era anche maggiore di quella dei villani, ma anche essi erano costretti a prestazioni. Sulla posizione di questi vari ceti non é possibile avere idee certe. I villani erano uomini in parte liberi e in parte no. Vi sono dei casi nei quali il villano é considerato non libero solo in quanto possiede una terra legata a prestazioni, ma se egli rinunzia a questa terra ritorna un uomo libero. In altri casi non esiste questa libertà di rinunzia, ma sempre la sua posizione é superiore a quella del servo o schiavo propriamente detto, perché le prestazioni alle quali é tenuto sono molto meno gravi. Inoltre la libertà economica del villano (libertà d’acquisto, di alienazione e di prestazione d’opera) era indiscutibilmente superiore a quella del servo. Ma questi punti non si possono intendere bene se non rifacendoci alla genesi storica di questi vari ceti della popolazione contadinesca, indagine, a ogni modo, che trascende il campo delle nostre più modeste ricerche ( V. PRICE, A short history, etc., pag. 27, che così riassume il parere degli storici inglesi ; ma specialmente F. SEEBOHM, Tribal Custom in Anglo-Saxon Law e The English Village Community (1883).

Le prestazioni dei vari ceti contadineschi erano connesse a certe incapacità e all’obbligo di determinati servizi. Il matrimonio della figliuola di un villano implicava il pagamento di una tassa al signore, lo stesso per il servizio militare. Gli altri servizi consistevano in lavori sulla terra del signore
(demesne). Tali lavori erano ordinari e straordinari.
I primi si prestavano nel corso di ogni settimana, i secondi in particolari occasioni. Secondo la durata di simili lavori si aveva una distinzione del carico servile a cui i vari ceti della popolazione erano costretti. Evidentemente i servi erano tenuti a lavori più lunghi e pesanti degli stessi villani.
Nella successione del tempo, ai villani non rimasero che i lavori straordinari, prestati in occasioni particolari ; invece i servi (schiavi) rimasero costretti ai lavori settimanali.

Ogni castello aveva tre ufficiali : un intendente, un baglivo e un reeve.
Gli uffici di queste tre persone non sono troppo nettamente distinti. Tutti e tre sorvegliavano l’andamento dei lavori e ognuno di essi sorvegliava l’altro in ordine discendente. L’intendente aveva una posizione superiore. Egli rappresentava il signore in tutta l’estensione della parola. Doveva assicurare l’esecuzione dei servizi usuali e se qualcuno vi trasgrediva. Evidentemente, egli non era
necessario se non là dove il signore non risiedeva sulla terra. Negli altri casi il baglivo dipendeva direttamente dal signore. Uffici del baglivo erano soprattutto curare i lavori dei campi. Quanto al reeve i testi si spiegano più largamente su di esso. Il reeve é scelto dagli stessi contadini e li rappresenta. La sua funzione era simile a quella degli anziani del villaggio russo, e come appunto l’anziano russo, si era poco entusiasti di questa funzione, che si cercava di non far cadere sulle spalle proprie. L’interessante descrizione dei doveri di un reeve é stata ricavata dal dottor Liebermann dai manoscritti della libreria del Corpus Christi College, in Cambridge. Il manoscritto data l’anno 1100.
Noi ne dobbiamo la traduzione al dottor Skeat ( Vedi la già citata opera del SEEBOHM, English Village Community e VINOGRADOFF, Villainage in England, parte II).

I doveri del reeve sono esposti alla lunga in ben diciassette articoli ; ma ad essi è aggiunto un diciottesimo che dichiara con molta ingenuità : « E’ noioso esporre per filo e per segno tutto quello che dovrebbe fare chi tiene questo ufficio. Egli non dovrebbe trascurare cosa alcuna che possa essere utile, nemmeno una trappola per i topi, o, ciò che ha minore importanza ancora, un chiodo per un cingolo.
Molte cose son necessarie per un fedel reeve e per un prudente guardiano di uomini!».

E con questa filosofica considerazione si chiude l’elenco dei doveri (gratuiti) del reeve.

L’Ashley così riassume i caratteri economici della comunità di villaggio : Il carattere fondamentale del gruppo feudale, considerato dal punto di vista economico, é che esso bastava a se stesso, che esso
era socialmente indipendente. L’introduzione di nuovi fittuari, venuti di fuori, era in realtà sempre possibile, sia per prendere il posto dei villani morti senza figli, o per occupare parti del dominio. Ma era cosa probabilmente molto rara ; le medesime famiglie lavoravano i campi del villaggio di padre
in figlio. Ogni castello aveva le sue proprie corti di giustizia per il mantenimento dell’ordine. Ogni tre settimane la corte baronale si teneva nel castello del feudo ; vi assistevano i contadini; che non vi venivano senza inquietudine, per subire la punizione di leggeri delitti, o per servir da testimoni nei
mutamenti di possesso….

I villaggi avevano degli uomini che esercitavano tutte le occupazioni e i mestieri necessari alla vita cristiana. Vi era sempre un mulino a vento o ad acqua, dove i fittuari del fondo erano obbligati di servirsi, pagando diritti, che formavano una parte considerevole dei redditi del signore. Se non tutti,
la maggior parte dei villaggi avevano un fabbro e un falegname particolare.
Qua e là appare anche il pesatore pubblico. Noi siamo in un periodo in cui l’arte del contare e del pesare é molto rozza. Vedremo più appresso che anche nelle fiere cittadine si era costretti a pesare mercé le pietre di divisione dei campi. Coloro che avevano raggiunto una certa abilità in questa materia, potevano facilmente acquistare una posizione vicina a quella di ufficiale pubblico. Le donne tessevano delle lane grossolane e della tela di lino per i vestimenti. Gli uomini conciavano essi stessi il cuoio del quale avevano bisogno ( W. J. ASHLEY, Histoire et doctrines economics de l’Angleterre,
trad. franc., vol. I, pag. 62 e seg.)

Noi vedremo adesso che la condizione di cose trovata nella Britannia esiste anche, nello stesso periodo di tempo, per i paesi del Continente. Così noi avremo sotto gli occhi lo schizzo di una società che non progredisce, cioé che non può trovare in se stessa gli elementi per trasformarsi.
Se noi abbiamo dato tanta importanza allo studio della vita agricola dell’Inghilterra é stato non solo per la grande evidenza che i documenti dimostrano e quindi per la possibilità di dare un quadro abbastanza esatto della vita agricola inglese del periodo feudale ; ma perché lo studio di quelle condizioni permette di assegnare il giusto pregio alla disputa sorta fra la scuola del Fustel de Coulanges e gli scrittori tedeschi. Gli scrittori tedeschi non ammettono che le istituzioni agricole dell’alto medioevo rappresentino la continuazione delle istituzioni agricole romane del periodo della decadenza, come vorrebbe il Fustel de Coulanges e come soprattutto vorrebbero alcuni suoi discepoli (Ashley, fra gli altri). Secondo il Fustel de Coulanges si passa senza interruzione dalla villa romana al manor medievale, teoria grata a coloro che immaginano un processo storico senza interruzione, una storia che sia l’applicazione al mondo delle società umane dell’adagio conosciuto natura non facit saltus. Noi non possiamo entrare in una disputa che interessa da vicino solo gli specialisti, ma ci basta notare che una certa medesimezza di rapporti economici concreti deve pure giustificare una medesimezza di provvisioni legali, volte a tutelarli, dove sian da tutelare. Sembra a noi che il ritrovarsi le medesime condizioni nella Gallia romanizzata, nella Britannia appena sfiorata dalla civiltà latina e nella Germania barbarica e quindi senza notevoli tracce d’influenza romana, e l’essere rimaste vive quelle istituzioni agricole di cui si é ora parlato, per lo spazio di secoli, anche quando ogni ricordo di Roma era spento, provi che quella disputa e per tre quarti assurda.

L’essenziale non é sapere se le istituzioni romane si siano conservate o meno, ma quali fossero i rapporti fondamentali la cui espressione legale si aveva con quelle istituzioni. Dal nostro punto di vista é indifferente sapere se le istituzioni romane si sono conservate o no. La sola cosa che c’interessa e constatare che per il periodo al quale la disputa si riferisce una grande medesimezza di condizioni sociali esisteva presso i popoli più diversi.

La vita agricola inglese del periodo feudale ci e nota abbastanza bene. Noi vediamo che sul continente la vita agricola presentava i medesimi tratti.
Ora la civiltà romana era cessata nella Britannia fin dall’anno 410.
Non c’e dubbio che la Britannia aveva raggiunto un alto grado di civiltà durante l’occupazione romana (Per una notizia degli effetti dell’occupazione romana nella Britannia, vedi C. H. PEARSON, England in Early and Middle Ages, vol. I.) ; ma noi sappiamo che il ritiro delle
legioni romane fu seguito da uno spaventevole rimbarbarimento della terra.
Pitti e Scozi devastano le fiorenti città bretoni ; la popolazione brettone-romana é quasicompletamente estirpata. Poi dalla Frisia vengono le tribù germaniche, che costituirono il successivo popolo inglese ; poi ancora, nel decimo secolo, sopraggiunge l’invasione danese, finché
in ultimo, con la conquista normanna, la desolata Britannia comincia ad aver pace. Di modo che, dopo il ritiro delle guarnigioni romane, vediamo come la Britannia abbia sopportato tre invasioni (angli della Frisia, danesi e normanni), senza contare l’insurrezione locale delle selvagge tribù dei pitti e degli scozi. E’ verosimile, dunque, che nella Inghilterra. dell’XI secolo nulla avanzasse delle vecchie istituzioni romane. La vita delle comunità di villaggio di tutti i paesi di Europa, che in questo momento ci sono noti, non può aver subita troppo profondamente l’influenza delle istituzioni romane. Noi possiamo, dunque, con cuor leggero considerare le istituzioni agrarie delle quali abbiamo parlato sinora e di quelle che ancora dobbiamo descrivere, come tipicamente medievali. Questa società immobile e improgressiva é proprio la società precapitalistica che deve fornirci il punto di partenza nelle nostre indagini. Anche quando gli eruditi avranno provata la straordinaria somiglianza esistente fra la villa romana e l’unità agricola feudale dell’alto e mezzano Medio-Evo, essi non avranno provato alcun vincolo di continuità. La funzione storica e logica dei due istituti
é diversa. Trattasi soltanto di somiglianze formali, che se possono avere una grande importanza per il giurista e per lo storico, ne hanno una molto scarsa per l’economista.

Le indagini del Fustel de Coulanges ci riportano molto indietro. Noi vediamo che fin dal IV-V secolo, l’unità agricola in Italia e nella Gallia é stata la “villa” (L’Alleu et le domaine rural, la villa gallo-romaine, pag. 91). Come il tipo più sviluppato che noi abbiamo conosciuto nell’nghilterra del
XI secolo, la villa comprende due economie separate. Una parte di essa risponde alla terra signorile del feudo inglese ; essa cioé é lavorata dai servi o schiavi per conto esclusivo del signore. Alla sua testa c’é il signore stesso o un villicus, da lui nominato, che ricorda l’intendente o il baglivo dell’unità di villaggio feudale.
L’altra parte é costituita dalle terre degli schiavi legati definitivamente alla terra o solo per un breve periodo; dalle terre dei fittaiuoli liberi, obbligati a tempo o creditori.

Questa organizzazione della terra é antica. Se ce ne riferiamo al Rodberthus e al Gaudenzi (GAUDENZI, Sulla proprietà in Italia nella prima metà del Medio Evo, pag. 13.); prima ancora delle invasioni barbariche, si riscontrerebbe questa organizzazione agricola. Noi non possiamo essere meravigliati della sua strana vitalità. E’ una forma economica diretta, non strumentale (capitalistica). Essa riproduce automaticamente le condizioni della propria esistenza ; ma la sua stessa vitalità dimostra che essa non é capace di mutamenti. Nel suo interno non maturano forte nuove. Quando dunque noi ci inbatterremo in forze nuove, noi non potremmo porci l’impossibile problema di vederle germinare dal seno stesso della vecchia società. E questa semplice osservazione serve già a persuaderci che ogni società si trasforma conformemente a una regola sua e che non é possibile trovare una norma unica, un ritmo universale secondo cui tutte le società si trasformerebbero.

Nella villa romana del VI e VII secolo, noi troviamo due specie di servi :
la familia urbana e la familia rustica. 
La prima attende alle opere manifatturiere. In essa si contano il fabbro, il falegname l’armaiuolo, le filatrici e le tessitrici. La familia rustica, più numerosa, attende ai lavori dei campi. Troviamo che é distinta in varie categorie e si rinvengono gli agricoltori, i pastori, i vignaioli; tutti raggruppati per decurie, distinzione che ricorda i consigli di Columella. Una circostanza che avvicina molto i coloni
della vita romana ai servi feudali e che la loro porzione di terra é stabilita dall’uso e non può essere in alcun modo limitata. Fuori la zona della curtis, che diventerà più tardi il manor, il feudo ; c’e la piccola cultura della terra, in parte esercitata da servi, in parte da possessori livellari ed enfiteutici. Le lettere di Gregorio I, utilizzate da Mommsen (ci riferiamo all’esposizione di
MASSIMO KOWALEWSKY , Die ókonomische Entwicklung Europas bis zum Beginn der kapitalistischen Wirtschaftsform, vol. I, pag. 26) ci dànno larghe notizie intorno al modo come era organizzata questa piccola proprietà. I servi che lavorano la piccola proprietà vivono in famiglie (condumae), posseggono uno o due paia di buoi o vacche e del piccolo bestiame. La loro situazione é molto vicina a quella dei coloni. Ma sarebbe fastidioso ricercare le varie categorie
giuridiche di contadini non liberi, che si rinvengono in questo periodo di tempo. Si può dire che la loro posizione giuridica é simile a quella dei mezzadri, senza però che si giungesse all’assurdo dell’epoca nostra che il mezzadro paghi la metà o più dei frutti al padrone.

La mezzadria dell’alto Medio Evo era molto più barbara… con i padroni.
Il contadino non pagava mai più del terzo (terciatores), e talvolta, come nelle vicinanze di Rimini e Sinigaglia, dal settimo al decimo del prodotto. Qua e là si sente parlare di prestazioni in denaro, oltre s’intende le piccole prestazioni usuali in natura, consistenti in pollame, maiali, ecc. Mommsen non ha trovato affittaiuoli liberi. La spiegazione che egli dà del fatto può essere non vera. Secondo lui questa circostanza si deve all’editto dello imperatore Anastasio, secondo cui ogni agricoltore rimasto tre anni su una terra diveniva ascritto alla medesima. Resta a vedere in che modo questo remoto editto poteva valere.

Probabilmente tutto si spiega in una maniera ben semplice. La mancanza di denaro rendeva estremamente difficili, e soltanto eccezionali, le prestazioni pecunarie, senza di cui non si può concepire l’esistenza del fitto libero. La necessità di tradurre in prestazioni di Opere o di prodotti
il fitto medesimo, desta l’impressione che non esiste fittaiuolo libero. In questo caso abbiamo una nuova prova che le forme giuridiche non si giudicano per sé, ma in riferimento a determinate circostanze economiche. L’editto di un imperatore non é mai una ragione sufficiente. È cosa ovvia
che esso supponga un determinato stato economico e determinate relazioni sussistenti fra gli uomini.

I monopoli produttivi del signore nel Medio Evo (Banalità) ricordano certamente quelli romani. Il proprietario della villa o massa mantiene sulla sua terra mulini, forni, presse, che la popolazione libera e non libera del villaggio usa contro rimunerazione.
Ma sarebbe semplicemente assurdo dedurre questi usi dalla tradizione romana.
Si capisce che dove noi ci troviamo di fronte un gruppo agricolo che deve bastare a sé stesso, il signore, che é anche il solo possessore dei mezzi adeguati, costruisca strumenti e opere necessarie al gruppo produttore e ne sfrutti il vantaggio. Altrove poteva accadere che questi strumenti ed opere fossero di proprietà del villaggio e quindi godute gratuitamente dalla collettività, come avveniva nella marca tedesca. Non si esclude nemmeno che il signore possa talvolta essersi appropriato di un bene collettivo e ne abbia poi ceduto l’uso contro rimunerazione. Se ci poniamo dal punto di vista che la proprietà feudale é nella maggior parte dei casi, ma specialmente nelle terre germaniche, il risultato di una colossale espropriazione di contadini, é legittimo ammettere che le banalità derivassero da usurpazioni di proprietà collettive. Dal punto di vista della storia economica, questa circostanza ha poca importanza. L’essenziale é solo vedere come l’unità agricola bastava a sé stessa.

La stessa questione si fa a proposito delle pertinenze del fondo. Il signore fa pagare l’uso della foresta o del pascolo. Ma può darsi che egli abbia ereditato dagli antichi proprietari romani la foresta e il pascolo.
Può darsi anche che l’abbia ereditato dalle libere comunità di villaggio, a lui raccomandatesi. I giuristi romani conoscono l’ager communis, i communia, le communiones, i compascua. Il signore se ne é impadronito e ora ne fa pagar l’uso. A noi importa soltanto notare come si siano mantenuti
inalterati i tratti della comunità di villaggio per il corso di secoli e attraverso i paesi più diversi. Il pascolo e la foresta completano l’unità di villaggio e ne assicurano la vita. Essa deve contenere in
sé stessa tutto quanto serve ad assicurare la produzione e la riproduzione della vita sociale : dai mezzi di consumo immediato ai manufatti.

Saltiamo adesso al nono secolo, in Francia. Come nei secoli precedenti, il territorio della Signoria é diviso in due parti: una, sotto il nome di terra dominicata, amministrata direttamente dal
proprietario o in suo nome, l’altra é posseduta a titolo ereditario dalle famiglie libere e non libere che abitano il villaggio feudale. I liberi, dei quali noi parliamo, sono coloro che possono lasciare il feudo a volontà, ma fin quando vi restano sono costretti alle prestazioni usuali. Le carte distinguono la popolazione del feudo in servi, ancillae, hospites ed accolae, le due ultime categorie formate di liberi.
Ognuno che possiede un appezzamento della terra feudale ha di fronte al proprietario i seguenti doveri : egli deve annualmente, in due distinte epoche, lavorare la terra signorile per le derrate invernali ed estive, ed oltre a ciò é obbligato a lavorare in ogni campo una parcella lunga 40 perticae
e larga 4. La terra posseduta dai contadini viventi sul feudo e costretti alle prestazioni era probabilmente posseduta egualitariamente, cioé ogni contadino doveva avere lo stesso diritto sulla terra servile del feudo.
Se il lavoro dei campi si facesse in comune su ciascun feudo è dubbio.
Certo é solo che i singoli appezzamenti contadineschi non erano chiusi con siepi o altrimenti. Sarebbe possibile immaginare tanto il lavoro in comune, quanto il lavoro separato e distinto (KOWALEWSKY, Id., vol. II, cap. IV.)

Il Kowalewski nota che questo sistema, seguito in Francia dal IX all’XI secolo, ha sorprendenti analogie col sistema agricolo russo del periodo immediatamente precedente l’ abolizione della servitù.

Confrontando questo sistema con quello oggi ancora dominante nella grande Russia, noi troviamo le seguenti analogie fra di essi entrambi riconoscono agli agricoltori viventi sul fondo soltanto il diritto a parti ideali di stessa grandezza dei campi che a loro appartengono in comune, entrambi riposano sul principio che il terreno é possesso comune di tutti i contadini che si trovano sul feudo. La somiglianza degli ordinamenti russi e francesi (dell’ XI secolo) e quasi perfetta se noi non ci riferiamo alle forme del possesso russo comunale presenti, ma a quelle che verosimilmente hanno dominato una volta nella grande Russia, e si sono conservate più a lungo nel Nord, nel governo di Archangelsk. Io parlo del possesso parcellare, sulla cui esistenza si é fermata per prima la signora Efimenko, un possesso caratterizzato dalle seguenti note : mancanza di divisioni periodiche, uguale possesso parcellare di ogni unità contadinesca sui campi comuni, finalmente libertà di alienazione di questa parcella » ( KOWALEWSEY, Id., II, pag. 116).).
A tanta distanza di secoli, i medesimi rapporti economici riproducono le stesse istituzioni. Ora sarebbe fantastico parlare per la Russia del periodo precedente l’abolizione della servitù di reminiscenze romane !

Circa la portata economica dell’unità agricola del periodo feudale e dell’epoca precapitalistica, é ormai evidente che essa riprodurrebbe all’infinito la propria struttura. Il contadino non fa che consumare le proprie sussistenze. Anche nel periodo patriarcale della servitù, esso non ha modo d’impiegare produttivamente i suoi eventuali risparmi. La tradizione e l’uso impediscono ogni applicazione della genialità personale. La terra é legata a un’alternativa di stagioni magre e grasse, senza che sia possibile mutarne le condizioni fondamentali. Inoltre come questa forma
di agricoltura riesce a soddisfare tutte le esigenze personali del contadino, rozze e primitive come esse sono, manca persino la spinta a un mutamento. Non migliore è la condizione del signore, anch’esso legato alla tradizione, e dagli usi feudali costretto a rinunziare a ogni velleità di mutamento.
Se il risparmio non può formarsi, in linea normale, presso il contadino, meno ancora si forma presso il signore, costretto dalla sua stessa posizione eminente a spendere le sue risorse. Non ci riesce possibile immaginare che la comunità di villaggio sarebbe stata capace di passare a una forma
economica superiore. Resta aperta la via all’ipotesi che il comune urbano, formatosi accanto alla comunità di villaggio potesse reagire su di essa e spingerla per la via d’un progresso. Noi vedremo adesso che questa ipotesi e legata a una fenomenale ignoranza del valore storico e della genesi
effettiva del centro urbano (città) nel periodo precedente l’era capitalistica.

Per le considerazioni seguenti noi ci riferiamo alle indagini del Bucher ( K. BUCHER, Die Entstehung der Volkswirtschaft, Tubingen, 1906, pag. 116 e seg.). Noi abbiamo già visto che la comunità del villaggio non é capace di sviluppo. L’aumento della popolazione non poteva avere un’influenza notevole sulle trasformazioni dell’unità di villaggio. Il Loria ha evidentemente attribuito un’importanza illegittima al fenomeno demografico, nel suo tentativo d’interpretare la storia delle
società umane in una maniera fisico-meccanica. Bisogna sempre ricordare che la popolazione si adatta alle circostanze in mezzo alle quali vive e che, anche esistendo una tendenza della popolazione a superare le sussistenze, le sussistenze impongono inesorabilmente il loro freno e costringono la popolazione ad accontentarsene. Ciò discende dal noto principio del Messedaglia
secondo il quale il limite rappresentato dalle sussistenze corregge periodicamente l’eccesso di popolazione e impedisce la formazione di una popolazione eccessiva permanente; e dalla correzione che vi ha fatto il Pareto, il quale sostituisce le adattazioni infinitesime ai salti bruschi, come vorrebbe il Messedaglia.
La comunità di villaggio rendendo sensibile l’aggravamento che alle condizioni generali reca l’aumento della popolazione, deve funzionare come un potentissimo freno preventivo e repressivo. Del resto noi sappiamo che nel Medio Evo la popolazione cresceva con una lentezza veramente incredibile ; il che poi non si vuole ricondurre al solo freno automatico della comunità di villaggio, ma anche a tutte le altre circostanze che rendevano così poco sicura la vita nei secoli remoti. Se le indagini del Bucher danno un quadro esatto della verità, la città medievale non é un prodotto dell’eccesso di popolazione nella comunità di villaggio, ma risponde a una diversa funzione storica.

In primo luogo la città medievale é un Burg, un luogo fortificato che serve di riparo nei casi di pericolo alla popolazione contadinesca. In questo primo momento, non c’é ancora separazione fra
la città e la campagna. La popolazione del Burg é, per così dire, una guarnigione militare, che vive però sui prodotti della campagna ed esercita essa stessa l’agricoltura. La città é una semplice
appendice della campagna e non si potrebbe ancora immaginare l’antitesi presente fra il vivere paesano e il vivere cittadino. Almeno per la Germania, dove questi rapporti sono molto evidenti, noi ci persuadiamo che la città non può essere un prodotto dell’eccesso della popolazione contadinesca.
Sulla fine del Medio Evo si contavano non meno di 3000 luoghi forniti del diritto cittadino. Si può calcolare che le città erano così numerose che un contadino posto nel sito più lontano da una città
poteva giungervi e ritornarne nella stessa giornata. Sarebbe dunque una manifesta esagerazione parlare di queste città come facciamo delle città moderne. Noi dobbiamo sempre più abituarci all’idea che la città medievale é una specie di organizzazione unitaria di varie comunità di villaggio, talvolta il loro mercato, tal’altra una sorte di luogo munito, quasi fortilizio militare. Oggi le città hanno una estensione, che va da un minimo di 100 chilometri quadrati a un massimo di 1000 ; nel Medio Evo le città tedesche mostrano un’estensione dai 2 agli 8 chilometri quadrati. Queste cifre dimostrano che ci troviamo innanzi a una formazione cittadina molto singolare. Si tratta di piccole estensioni geografiche, che rispondono a bisogni molto speciali.

Solo in un momento successivo comprendiamo come la città sia divenuta sede del commercio e dei mestieri. Evidentemente, poco a poco, la popolazione del borgo ha dovuto provar disagio a conservare le antiche abitudini campagnole.
Essa si é sentita sempre più cittadina e ha dovuto cercare a sé stessa un modo di vivere indipendente dall’agricoltura. Noi sappiamo che la villa gallo-romana, il manor inglese, la marca germanica son fusione di agricoltura e mestiere rudimentale. Possiamo immaginare, che a un certo punto la città incipiente abbia assorbito il mestiere, la manifattura rudimentale, e che nella villa, nel manor e nella marca siano rimasti soltanto i contadini impiegati ai lavori campagnoli, mentre il mestiere é emigrato
in città. Così comincia lo scambio dei prodotti fra campagna e città e la città diviene un mercato. Noi sappiamo infatti che il primo dei diritti cittadini é il diritto di commerciare. Questa fusione del diritto di cittadinanza col diritto di commercio, anzi questa specie di identificazione tra l’esercizio del diritto di borghesia (cittadinanza) e il diritto di commerciare, sarebbe inesplicabile, e resta tale negli storici
di mestiere, finché non teniamo presente l’intimo vincolo che corre fra campagna e città e la derivazione campagnola della città, almeno per tutte le città che non avevano dietro di sé la tradizione municipale romana e non erano state trasmesse dal mondo pagano in dissoluzione (Questione controversa, che interessa solo gli specialisti. La teoria della continuità dell’associazione
romana al comune medievale italiano è sostenuta da L. M. HARTMANN, Zur Wirschaftsgeschichte Italiens im fruhen Mittelalter ; la teoria opposta da SOLMI, Le associazioni avanti le origini del Comune; e da altri.)

Ma quando diciamo che la città diviene sede del commercio, cioé del baratto fra i prodotti della campagna e i manufatti, non diciamo punto che nasce così il ceto dei commercianti, cioé il ceto delle
persone che intendono ai baratti come al loro mestiere esclusivo. La genesi del commerciante é altra. Qui ci troviamo innanzi al produttore, che é nel contempo lavoratore, capitalista industriale (se è lecito adoperare così pomposa espressione) e venditore del proprio prodotto.

« Il mercato cittadino era fusione di territorio d’importazione e di smercio. Gli abitanti della campagna recavano mezzi di sussistenza e materie prime ed acquistavano in pagamento il lavoro dell’artigiano cittadino, o immediatamente in quanto opera a salario o mediatamente in forma di prodotti finiti, che prima erano stati commessi oppure acquistati al loro prezzo. Contadini e cittadini
stavano così in un mutuo rapporto di clientela. Ciò che l’uno produceva, l’altro ne aveva sempre bisogno, ed una parte cospicua di questo scambio si faceva senza intermediario del denaro, oppure in maniera che il denaro servisse solo a pareggiare le differenze» (BUCHER, loc. cit., pag. 122).

Il lettore deve aver presente questa qualità del primitivo mestiere cittadino per evitare la tentazione di scorgervi un carattere capitalistico.
In fondo noi siamo sempre nel circolo feudale delle prestazioni personali.
Il contadino fornisce le sussistenze e la materia prima all’artigiano, e l’artigiano fornisce il lavoro o il manufatto al contadino. I freschi ricordi della recente indivisione del lavoro agricolo-manifatturiero, nella unità di villaggio, permettono di raggiungere una facile intesa nell’apprezzamento delle diverse
prestazioni. Il contadino sa a un dipresso bene in quale unità di tempo si fa un paio di scarpe, un mantello, una zappa, ecc. e a quanto di derrate possono, ad un dipresso, rispondere quelle prestazioni. La misura del valore, questo logogrifo della futura società mercantile, é una cosa d’intuitiva evidenza per gli scambi della società che abbiamo sotto i nostri occhi (K. MARX, Das Kapital, III, parte I, pag. 156).

Noi ci spieghiamo dunque tutte le pene che si dànno le autorità pubbliche per far rispettare l’equità delle contrattazioni private, il complesso degli obblighi che queste medesime autorità impongono all’artigiano, tanto che si e potuto dire che in realtà l’artigiano é una specie di ufficiale pubblico. Il mestiere deve essere esercitato per il «bene pubblico ». L’artigiano deve prestare un onesto lavoro. Quando la materia prima sia provveduta dal cliente, le autorità prendono misure perché non sia mistificata. La regola che sul mercato le persone che vendono lo stesso genere debbono star vicine,
deriva dalla preoccupazione delle autorità che diventi così più facile il confronto delle merci e l’acquirente non sia truffato.
Questa regola si conserva quando la città diviene per così dire un mercato permanente, dove in ogni giorno dell’anno si può essere a un dipresso sicuri di trovare tutto quello che può servire ; le autorità
dispongono allora che i mestieri siano aggruppati, e da queste disposizioni nascono certi nomi di strade (orefici, spazzolai, stipettai, ecc. ). La necessità é sempre quella aguzzare la concorrenza degli artigiani e dei mastri di bottega, permettere un automatico controllo della bontà del prodotto,
impedire gli eccessi del tornaconto individuale.

Siamo sempre nel campo dei doveri. L’ economia é concepita come un ramo di attività pubblica. L’individuo non può dare libera carriera al suo egoismo ; se lo fa, le autorità provvedono subito a tarpargli le ali. Arricchirsi in queste condizioni diventa molto difficile. La meccanica ripetizione della regola comune non conduce lontano.

D’altra parte le autorità provvedono anche alla difesa del venditore cittadino. La vendita alle persone estranee del diritto cittadino non é concessa se non con molte restrizioni, se non quando si tratta di prodotto che non si fabbrica sul luogo ; ma in generale le autorità curano di attrarre artigiani che possano produrre sul luogo anche questo articolo prima non prodotto. Quando non ci riesce, e finché non ci riesce, lo straniero é ammesso a commerciare, non mai direttamente. Egli deve servirsi del bottegaio o del maestro del luogo, al quale resta riservata la vendita al minuto. Quando si trattava di stranieri alla città bisognava ricorrere sempre ai pesatori pubblici, senza l’intervento dei quali il contratto non era perfetto. Il venditore straniero é guardato con la più grande diffidenza. Si potrebbe dapprima credere che questa diffidenza derivasse da un esagerato sentimento di patriottismo locale, ma poi si vede che il sentimento é un altro. Le autorità curano di mantenere all’economia cittadina il carattere di economia diretta, di economia per il consumo. Il commerciante,
come tale, non é amato.

Lo scopo dell’economia, secondo le autorità cittadine, é provvedere ai bisogni del consumatore, e il commercio e tollerato solo in quanto presti un servizio effettivo al consumo locale, non oltre. Ora il venditore straniero é sempre un commerciante vero e proprio, cioé una persona che non é insieme commerciante e produttore, come é il venditore locale. Si spiega dunque il rigore delle autorità locali, che cercano gelosamente impedire la formazione di un ceto di non produttori.

Noi vediamo che il quadro che ci offre il mestiere medievale é simile al quadro che ci offre l’agricoltura medievale. Ci troviamo sempre di fronte a una economia diretta: bisogno contro bisogno, prestazione contro prestazione, produzioni in vista del consumo. Questa società non giunge sino al principio della strumentalità dell’economia, che é il carattere più generale del capitalismo. Una economia fortemente strumentale è una economia indiretta, cioé a dire per essa il consumo personale é un semplice mezzo per realizzare uno scopo più alto. Inoltre dove preponderi la strumentalità dell’economia noi calcoliamo dei bisogni futuri e la nostra attività non si preoccupa
più esclusivamente dei bisogni attuali. Ma un bisogno calcolato non è più un bisogno, cioé uno stato fisiologico di tensione superiore e retrostante a ogni giudizio, ma un dato della ragione, un prodotto
della riflessione. Se la nostra economia presente si ispira alla considerazione del bisogno futuro, essa deve rispondere a un bisogno presente, diverso dalla pura esigenza fisiologica. Noi, in altri termini, in una economia strumentale non ci preoccupiamo più solo della nostra vita quotidiana. Noi abbiamo
in vista uno scopo più complesso. Questo scopo è evidentemente l’arricchire. Nell’economia diretta, noi ci proponiamo la soddisfazione del bisogno fisiologico ; nell’economia strumentale, l’arricchimento.
Da sé stessi, l’agricoltura e il mestiere precapitalistico non sarebbero mai giunti all’economia dell’arricchimento (“Aber Herr Jakob Fugger hat ihm allweg zur Antwort gegeben : … er hatte viel einen andern Sinn, wollte gewinnen, die weil er kónnte » – Da un promemoria di Anton Fugger);
trattasi adesso di vedere dove si formarono le nuove forze, che condussero la società del consumo al capitalismo.

Il mestiere viveva in sé stesso. «Mestiere é, dice il Sombart, quella forma economica che nasce dallo sforzo di un lavoratore manuale di utilizzare la sua abilità, la quale sta fra l’arte e l’attività
manuale ordinaria, per fabbricare e trasformare gli oggetti di uso industriale, in modo che egli, scambiando le sue prestazioni e prodotti contro equivalenti, riesca a procacciarsi le sussistenze per vivere » (WERNER SOMBART, Der Moderne Kapitalismus, I, pag. 77). La molla dell’attività dell’artigiano é il sostentamento. Solo più tardi, e in un ambiente morale diverso, Jakob Fugger dirà che lo scopo della sua attività é arricchire. Ad arricchire l’artigiano non ci pensa nemmeno. Tutto quello che egli desidera é un guadagno conforme alla sua situazione di classe, un guadagno che gli permetta di conservare la sua indipendenza. Nei periodi di crisi economica, l’artigiano fa sentire le sue querele. Che cosa dice egli ? «Tutti debbono vivere, ricchi e poveri ». Questa psicologia e rimasta nel ceto operaio dove appunto il mestiere o si é conservato più a lungo, o vive prospero ancora accanto alle forme propriamente capitalistiche. I lunghi dibattiti sul prezzo di una prestazione, a Napoli, in una città che moralmente é ancor tutta impregnata di spirito medievale, tanto che i nuclei capitalistici son costretti a far varie concessioni allo spirito antiquato della città ; hanno tutti per base stabilire se un certo prezzo permetta di «vivere» o no. L’appello alle condizioni del mercato é raro ; frequente quello al diritto di vivere. « Per meno non possiamo vivere né io, né i miei» ecco la
consueta invocazione dell’artigiano e dell’Operaio napolitano. Questo principio può talvolta essere una forza per l’artigiano, ma più spesso lo condanna ad eterna inferiorità. L’artigiano non cerca mai di spingersi a un prezzo che permetterebbe l’accumulo del risparmio, pavido come é, da una parte, consapevole, dall’altra, che il compagno gli farebbe concorrenza; e la speranza d’un guadagno più largo può compromettere le sue sussistenze. Perciò dove regna l’artigianato, regna anche una grande modestia di pretese economiche e si forma un vero ambiente della mediocrità.
Talvolta l’artigiano rasenta l’artista, ma difficilmente egli aspira a rimunerazioni, che la sua modestia o meschinità di vedute gli fanno giudicare sproporzionate alla prestazione, cioé alle esigenze, più o meno larghe, del prosaico pane quotidiano. E così la vita artigianesca si svolge tutta nel circolo della sua eterna impotenza.

Ma la modestia estrema delle capacità economiche del mestiere é data soprattutto da uno sguardo che noi possiamo volgere all’ammontare del capitale col quale lavora. Circostanza notevole poi che, nella successione degli anni, questo capitale si conservi misero e sparuto, a prova lapidaria, che da se stesso il mestiere non è capace di sviluppo. Martin de St. Léon ci ha dato il quadro della distribuzione dei redditi nel mestiere parigino del XIII secolo. Ecco la tabella:

REDDITO DI………….. ARTIGIANI

con più di 10.000 franchi – artigiani 1

da 5000 a 10.000 franchi – artigiani 6

da 1000 a 5.000 franchi – artigiani 121

da 250 a 1.000 franchi – artigiani 375

da 50 a 250 franchi – artigiani 821

(MARTIN ST. LEON, Histoire des corporations, 1897, pag. 149-151)

L’enorme maggioranza degli artigiani guadagna meno di 250 franchi l’anno.
La quasi totalità fra 50 e 1000 franchi. Si capisce, dunque, che il capitale col quale lavoravano dovesse essere ben meschino. Quegli artigiani che lucravano poco più di 50 franchi, dovevano campare piuttosto male. E chi riusciva a strappare 1000 franchi ne aveva appena abbastanza per sé
e per la famiglia. La possibilità di una accumulazione non doveva apparire che nei maggiori (pochi) censiti ; ma su questo punto c’intenderemo meglio poi.

Intanto si badi che siamo già al XIII secolo, cioé a un periodo sufficientemente avanzato dell’evoluzione economica, quando già in Italia e nella Francia meridionale erano apparse vere formazioni capitalistiche, e quindi lo stesso mestiere risentiva l’influenza di mutamenti economici accaduti accanto ad esso. Su questa incapacità del mestiere a dar luogo a una formazione superiore, ne informa lo Schónberg, facendoci conoscere la distribuzione del reddito nei mestieri di Basilea nel XV secolo (anno 1429)

REDDITI . . . . . . . . . e n. ARTIGIANI

Meno di 50 fiorini – artigiani n. 488

da 50 a 300 fiorini – artigiani n. 416

da 300 a 1000 fiorini – artigiani n. 131

più di 1000 fiorini – artigiani n. 34

( G. SCHONBERG, Fiinanzverhdltnisse der Stadt Basel, 1879, pag. 180-181.)

Vediamo che la maggior parte degli artigiani guadagnano fra i 50 e i 300 fiorini, un quadro, due secoli dopo, eguale a quello che ci offre la Parigi del XIII secolo. Dappertutto il mestiere é penuria e limitatezza. Saltiamo per esempio all’epoca nostra e vedremo che il quadro non é molto diverso.
Consultiamo per esempio le importanti statistiche che il Bucher ha fornito per l’epoca nostra e per la città di Lipsia:

PERCENTUALE DI ARTIGIANI con…

Meno di 1250 marchi 60,8 %

da 1250 a 3.300 marchi 29,3 %

da 3300 a 5.400 marchi 6,2 %

da 5400 a 12.000 marchi 2,9 %

più di 12.000 marchi 0,8 %

La possibilità dell’accumulazione capitalistica, entro la sfera del mestiere, non si manifesta che per eccezione. Un’analisi, del resto, dei mestieri che dànno luogo ai più alti redditi artigianali, mostrerebbe
che siamo già innanzi a fenomeni capitalistici spuri. La statistica accoglie sotto la indicazione del mestiere i redditi in parola, ma vi é luogo a credere che essi risentano, in maniera diretta o indiretta, l’influsso del capitalismo. I dati del Bucher dAnno le cifre più alte per i seguenti mestieri: beccheria, pellicceria, legatoria, tornitoria. Ora si badi che parte di queste industrie si prestano contemporaneamente alla forma capitalistica e alla forma artigianale. Una beccheria può essere gestita da un grande capitalista o da un modesto borghesuccio. La pellicceria può aversi anche nella forma artigianale, quando la bottega abbia una larga clientela.
La legatoria e la tornitoria permettono una facile espansione del mestiere, quando la clientela sia ricca. Ma questi alti redditi si hanno solo – per ipotesi assai vicina alla verità – quando il mestiere entri in contatto con un ambiente o con zone di questo ambiente già soggette al capitalismo.
Come i redditi di un professionista possono essere più larghi o più stretti, secondo che la sua clientela sia più ricca o più povera, il mestiere può dar luogo a redditi più larghi o più stretti secondo che si svolga in un ambiente più o meno guadagnato al capitalismo.

Il fatto per noi interessante é l’enorme prevalenza dei piccoli redditi, circostanza che ci permette di ricavare fondate conclusioni intorno alle possibilità del mestiere.

Le condizioni stesse nelle quali si svolge il mestiere gli rendono impossibile ogni slancio capitalistico. Noi sappiamo che il maestro lavora assistito dall’apprendista e, qualche volta, dal compagno. L’apprendista é il futuro maestro.
Esso non é ancora un lavoratore completo, ma lo diventerà. Dati i coefficienti così sparuti di accrescimento della popolazione nel Medio Evo (Vedi : INAMA STERNEGG,
art. Bevòlkerung, in HandwOrterbuch der Staatswissenschaften)
, non ci possiamo fare un’idea troppo larga dell’apprendista. Si può ritenere che, in linea generale, il figlio del maestro ne fosse anche l’apprendista; ma dove l’apprendista non era nato proprio nel mestiere che apprendeva, non
ci poteva esser ressa di persone appartenenti a questa categoria. Di regola ogni maestro ha famiglia e ogni apprendista nasce in un mestiere. Di gente non nata in dentro un mestiere non se ne poteva offrire molta. Al più qualche servo sfuggito alle corti signorili. L’aria della città rende liberi : corre l’adagio medioevale. Ma i servi fuggiti erano di regola adulti e il mestiere medioevale implicava un lungo tirocinio. Se ne conclude che costoro dovevano piuttosto preferire le occupazioni indeterminate e darsi ai servizi personali.

Insommma il numero degli apprendisti doveva esser dunque molto limitato. Di più era uno stato sociale non suscettivo d’aumento, perché l’apprendistato é condizione provvisoria e, adulto, l’apprendista divien maestro. La condizione d’apprendistato era simile a un vaso nel quale si versi continuamente liquido e continuamente ne esca, talché il livello non possa crescere.
Restavano i compagni, altra categoria che troviamo menzionata accanto al maestro, e probabilmente di maestri non riusciti, oppure non ancora ammessi nella corporazione, sempre, ad ogni modo, un ceto non suscettivo d’incremento. Vediamo pertanto che le disponibilità di forze di lavoro sono nel mestiere molto limitate. Il Bucher trova che nel XIV e nel XV secolo, in Frankfurth a. M., la proporzione dei compagni ai maestri era di 1 a 2.
In Nurnberg, negli stessi secoli, il movimento delle due classi dei maestri e dei compagni fu il seguente:

anno 1387: 1554 maestri e 750-800 compagni

anno 1440 1498 maestri e 600-700 compagni

( K. BUCHER, Die Bevòlkerung von Frankfurt am Mein im XIV und XV Jahrhundert,
Tubingen, 1886, pag. 608.)

Il numero dei compagni é dunque sempre inferiore a quello dei maestri.
Di modo che é una eccezione che il compagno lavori presso un maestro.
Generalmente il maestro lavora solo con l’apprendista. Soltanto qualche maestro meglio fornito riesce a procurarsi un compagno. Ma dalle cose dette sopra, é notorio che l’accumulo del risparmio non dovesse esser molto. La produzione aveva una base tutta manuale. Minore il numero delle forze di lavoro da utilizzare, minore ancora la quantità di prodotto. Non siamo ancora in un’epoca in cui la tecnica egli strumenti meccanici compensano la deficienza delle forze di lavoro. L’accumulazione, nella fase del mestiere, dipende dal numero delle forze di lavoro. E noi vediamo che, oltre l’apprendista, il maestro non può contar sempre nemmeno su un semplice compagno.

Da ogni parte il mestiere s’imbatte nel limite delle forze di lavoro. La sua produttività doveva essere evidentemente scarsa. Ora la ricchezza é il mezzo per l’accumulo della ricchezza medesima, almeno sinché siamo di fronte a una economia dissociata. Se una forma economica funziona come un pigro mezzo d’incremento della ricchezza, essa non é capace di sviluppi, cioé di vita e di durata come effusione interna. Non ci riuscirà dunque possibile passare dal mestiere alla fabbrica capitalistica e sarà ben difficile sorprendere la metamorfosi dell’artigiano (maestro) in capitalista. Lo stato civile del capitalista non si deve ricercare nel mestiere. I risultati negativi della nostra indagine sono già notevoli. Per lo meno abbiamo assodato che né le classi minori o maggiori dell’agricoltura feudale,
né il mestiere artigianale erano capaci di sfarfallare in capitalismo.
Dove il mestiere precapitalistico ci mostrerà il caso isolato di un artigiano diventato capitalista, noi dovremo guardare alla zona con la quale interferisce l’attività di quell’artigiano. E infatti molto probabile che ci accadrà di notare che senza il contatto di quell’artigiano con una zona capitalistica, la sua trasformazione in capitalista era inesplicabile.

Il lavoro proprio, da che mondo é mondo, non ha partorito mai il capitale.

(Continua)
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