Bruxelles è la centrale europea di svariate organizzazioni terroristiche internazionali. Tra queste, l’ISIS è la meno pericolosa 

giovedì 24 marzo 2016

megachip.globalist.it

di Simone Santini.

Questi due articoli che vi proponiamo uno di seguito all’altro provengono da fonti diverse ma raccontano perfettamente il prima e il dopo di una stessa storia.

Il Belgio ha una lunga relazione con l’Islam, con un certo Islam.

Ma qui Allah, il Profeta, il Corano c’entrano molto poco. C’entrano invece molto il potere e il denaro, le relazioni politiche e geopolitiche.

Bruxelles non è una città europea qualunque ma unacapitale politica mondiale. Vi si trova sia la sede della NATO che delle massime organizzazioni della UE.  Bene, leggerete di seguito cose molto interessanti sul “sottobosco” di Bruxelles e qualche bagliore su cosa può essere lo “stato profondo” del Belgio.

Mesi fa, all’indomani degli attacchi di Parigi del 13 novembre, immaginai una lugubre battuta: «Bruxelles è la centrale europea di svariate organizzazioni terroristiche internazionali. Tra queste, l’ISIS è la meno pericolosa». Fui drammaticamente profetico.

Buona lettura.

1) Quando il ministro degli esteri belga voleva fare un “monumento” ai terroristi che partivano per il Jihad in Siria

da l’Antidiplomatico.

In un’intervista rilasciata il 25 aprile 2014 a Silvia Cattori, alle domanda specifica se sostenendo la “ribellione” in Siria, l’Unione europea non avesse incoraggiato migliaia di giovani a partire per combattere Bashar al-Assad e se i servizi segreti dei paesi europei avessero lasciato partire questi giovani con la piena consapevolezza delle dimensioni del fenomeno, lo scrittore belga Bahar Kimyongür rispondeva:

“Del fenomeno “euro-jihad” ne parlo costantemente dall’inizio dello scorso anno. All’epoca i media tradizionali erano relativamente silenziosi sull’argomento. Essi credevano ancora che il reclutamento di giovani fosse un fenomeno marginale e benefico per i siriani.Se i primi belgi si sono autoinvitati nel conflitto siriano nel 2011, si trattava principalmente di belgi di origine siriana. L’internazionalizzazione del jihad in Siria ha avuto come pionieri i veterani della guerra contro Muammar Gheddafi. Erdogan ha presentato questi combattenti libici come suoi ospiti d’onore. Ufficialmente, la loro presenza in Turchia è dovuta a motivi sanitari. Ma, ben presto, i libici hanno installato dei campi di terroristi lungo il confine turco-siriano. Questo è avvenuto a fine estate 2011. La proliferazione delle reti di reclutamento dall’Europa verso la Siria si è manifestata nel 2012. All’epoca, nelle strade di Bruxelles, sono circolate voci circa la partenza di questo o quel “mujahidin”. Nel marzo 2013, al momento dell’annuncio della creazione della Task Force Siria del Ministero degli Interni belga, ho scritto ai genitori degli jihadisti una lettera di avvertimento denunciando la complicità delle autorità belghe nella partenza dei loro figli. Ricordo che in un’intervista a Bel-RTL del 26 aprile 2013, il ministro degli Esteri belga Didier Reynders aveva dichiarato a proposito dei jihadisti belgi: “Forse gli faremo un monumento come eroi di una rivoluzione”. La facilità con cui questi giovani sono potuti andare ad invadere la Siria e terrorizzare la sua popolazione è sconcertante.Dopo la pubblicazione della mia lettera, diverse famiglie mi hanno contattato. Da allora, ricevo regolarmente telefonate o e-mail provenienti di famiglie disperate”.

E alla domanda specifica sulle responsabilità del Belgio, Bahar Kimyongür rispondeva:

“Sì, certamente. Non è un caso che il Belgio ospiti l’8 maggio prossimo un incontro internazionale sui combattenti stranieri in Siria. Gli esperti europei di antiterrorismo sono unanimi: il Belgio ha il maggior numero di jihadisti in Siria in rapporto al numero di abitanti. Nei quartieri popolari di Bruxelles, di Vilvoorde o di Anversa, a forte presenza musulmana, la pressione esercitata dai gruppi religiosi radicali è particolarmente sensibile. Storicamente, l’Arabia Saudita ha il monopolio della formazione religiosa dei musulmani di lingua araba in Belgio”.

Quando i primi ragazzi iniziavano a partire dalle periferie del Belgio per combattere intruppati nelle brigate islamiche contro il governo di Assad, il ministro degli Esteri belga Didier Reynders ha dichiarato: “Forse gli faremo un monumento come eroi di una rivoluzione”. Se non è chiaro, e lo ripetiamo la terza volta, il giorno dei drammatici attentati di Buxelles dove a morire non è chi si diverte a fomentare il terrorismo ma lavoratori, studenti e povera genta, il governo belga voleva fare un monumento ai terroristi che partivano per la jihad in Siria per destabilizzare il paese guidato da un presidente con un’agenda politica che non piaceva agli Stati Uniti, alla Nato e quindi all’Europa. Per raggiungere quest’obiettivo si è creato, finanziato e supportato un mostro, un Frankestein che mette a nudo il Re di tutti i suoi crimini passati.

2) Belgio, i jihadisti invitati dal re

di Fulvio Scaglione.

da occhidellaguerra.it.

Come ha fatto Salah Abdeslam, il terrorista che non si fece saltare a Parigi, a rimanere latitante per tre mesi nellostesso quartiere di Bruxelles in cui era nato e vissuto? E come hanno fatto i suoi (ex) compagni di militanza Isis a colpire così pesantemente poche ore dopo il suo arresto? Queste le domande che dovremmo farci. Domande che hanno una risposta precisa: perché in Belgio, e in particolare nella capitale, c’è una rete islamista ben radicata.

E questa rete si è formata perché gliel’abbiamo permesso. Anzi: li abbiamo invitati noi.

Sembra uno scherzo, purtroppo non lo è.
Dobbiamo risalire al 1969, anno in cui re Baldovino del Belgio donò a Faisal dell’Arabia Saudita, in quel momento ministro degli Esteri e principe ereditario ma ormai prossimo a sottrarre il trono al fratello Saud, il Pavillon du Cinquantenaire, in pieno centro di Bruxelles, con un affitto simbolico per un periodo di 99 ani. In poco tempo i sauditi trasformarono il padiglione in una grande moschea e nel Centro islamico e culturale del Belgio, il primo focolaio di diffusione del wahabismo (la forma di Islam che in Arabia Saudita è religione di Stato) in Europa.

Erano gli anni del boom economico in Europa e quindi della grande corsa alle risorse energetiche del Medio Oriente. Baldovino organizzò per Faisal, in visita di Stato in Belgio, una grande cerimonia. Faisal, che nel 1962 aveva fondato la Lega islamica mondiale, ovvero il “braccio” caritativo e finanziario dell’Islam radicale nel mondo, non perse tempo e cominciò a finanziare le attività della moschea e del Centro, dando il via allalunga serie di predicatori wahabiti che ne hanno animato le attività. Problemi di fondi non ce ne sono: è stato calcolato che la sola Arabia Saudita abbia dotato la Lega, dal giorno della fondazione a ora, di almeno un miliardo di dollari.

In cinquant’anni si avvicendano le generazioni e si formano tante migliaia di giovani. Tra loro anche quelli che hanno coperto il latitante Salah Abdolesam e si sono fatti saltare nell’aeroporto. Ma anche Abdelhamid Abaaoud, ritenuto la “mente” delle stragi di Parigi. O quelli che fornirono le armi ad Amedy Koulibaly, il giovane francese che nel gennaio 2015 uccise quattro persone nel supermercato kosher di Parigi. L’attentatore che cercò la strage sul treno Amsterdam-Parigi nell’agosto 2015 e fu per fortuna bloccato da due soldati americani. Dal quartiere di Molenbeek erano partiti anche i due finti giornalisti che il 9 settembre 2001, due giorni prima delle Torri Gemelle e degli altri attentati negli Stati Uniti, chiesero un’intervista ad Ahmed Shah Massoud, il leader afghano che si opponeva ai talebani, e lo uccisero facendo saltare una carica esplosiva.

Come si vede, il terrore in Belgio ha una lunga storia. Ed è terribile pensare che a essa abbiamo contribuito anche noi.

Commenta su Facebook