di Sergio Cararo*

L’indagine della magistratura contro alcuni giovani libici residenti in Italia appare già all’evidenza come una pacchiana montatura. Secondo i giornali di oggi i giovani libici stavano preparando un attentato contro un ex ministro libico (l’ex ambasciatore libico in Italia Shalgam) passato con il comitato d’affari dei ribelli di Bengasi. In realtà già dieci giorni fa alcuni giovani libici erano stati fermati dalla Digos perchè – secondo la versione fornita dalla polizia italiana – stavano organizzando “un’irruzione violenta all’interno dell’ambasciata libica di Roma, che aveva come scopo anche quello di togliere la bandiera del Cnt di Bengasi che era stata issata nell’ambasciata e di cacciare con la forza l’attuale rappresentante in Italia del governo libico di opposizione”. Due libici di 21 e 33 anni, erano stati fermati nel corso dell’indagine condotta dalla Digos di Perugia e dall’Ucigos in quanto farebbero parte di un gruppo composto da cittadini libici politicamente favorevole al regime Gheddafi. Il gip di Perugia, Luca Semeraro, non ha convalidato stamani i fermi ma ha emesso nei confronti dei due libici una ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione per delinquere, contestato dalla Procura del capoluogo umbro. Circa una decina gli indagati nell’ambito della stessa indagine, accusati di aver posto in essere piu’ atti di violenza e di minaccia in danno di altri cittadini libici politicamente avversi al regime di Gheddafi. Il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, spiega quindi come da una conversazione intercettata dagli investigatori sull’utenza di uno degli arrestati “emerge che all’irruzione nell’ambasciata dovevano partecipare piu’ persone in base ad un piano stabilito nel dettaglio”. Nella notte del 27 maggio scorso, inoltre, i due arrestati si sarebbero anche recati insieme a Roma, presso l’ambasciata Libica, e avrebbero “attentamente osservato i luoghi e le misure di vigilanza poste a protezione dell’ambasciata da parte dell’Esercito della Polizia di Stato”. Una indagine che il gip definisce “ancora allo stato embrionale” ma “dal complesso degli atti trasmessi – scrive – e’ emerso che un gruppo di cittadini libici politicamente favorevoli al regime libico di Gheddafi, ha posto in essere piu’ atti di violenza e di minaccia in danno di altri cittadini libici invece politicamente avversi al regime di Gheddafi”. Per il giudice “la reiterazione dei reati commessi, la identica finalita’ politica dei reati, i rapporti tra i piu’ indagati determinati soprattutto dall’identita’ del disegno criminoso e dalla identica finalita’ politica, i rapporti con persone nel paese di origine che ‘dettano la linea’ anche delle azioni illecite, i finanziamenti che gli indagati ricevono dall’estero, l’uso dei telefoni cellulari, costituiscono elementi per ritenere sussistente allo stato degli atti quella struttura che connota l’associazione per delinquere con l’uso di mezzi anche rudimentali”. In pratica siamo di fronte ad un gruppo di sostenitori politici di Gheddafi e nulla di più. Che il popolo libico sia spaccato tra chi sostiene Gheddafi e chi si oppone è desumibile dalla realtà visibile agli occhi di tutti.

L’arresto di questi cittadini libici in Italia si configura quindi come una violazione esplicita della libertà di espressione e come una sorta di sequestro preventivo, ma appare soprattutto una sorta di marchetta pagata a “quelli di Bengasi” dalle autorità italiane. Un avvocato decente – in uno stato di diritto – sarebbe in grado di smantellare questa vicenda in pochi giorni. Se serve ci rendiamo disponibili nel contribuire a smontare questa operazione che – indipendentemente dalle crociate berlusconiane – getta forte discredito sulla magistratura italiana. Non certo per amore di Gheddafi ma per un minimo senso della giustizia.

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