Ammar Moussawi, parlamentare di Hizbollah responsabile delle relazioni internazionali ci accoglie in una sede del partito nel quartiere sciita di Beirut sud. Va subito al sodo: il Libano subisce i riflessi di quel che sta succedendo in Siria e in generale delle tensioni nella regione vicino-orientale. L’informazione cerca di far capire alla gente che è in atto una trasformazione democratica nella regione ma quello che vediamo, ci dice, è in realtà un caos sempre maggiore “e se il caos si diffonde minaccia noi e voi”. Dietro alle dichiarazioni di sostegno alla democrazia vi è in realtà un sostegno diretto al fondamentalismo, il  gruppo chiamato Amici della Siria – afferma Moussawi  – non smette di supportare le cosiddette opposizioni siriane con soldi e armi, “loro stessi affermano che questa opposizione è estremista e che rappresenta l’ideologia di al Qaida”. Un estremismo che, come oggi colpisce in Siria, potrebbe estendersi, minacciando di coinvolgere tutti i Paesi della regione. Mussawi fa notare che i governi occidentali e di alcuni Paesi arabi affermano che loro stanno lavorando per la Siria, e fanno pressioni perché il governo libanese permetta un cosiddetto corridoio umanitario, “ma lo scopo non è questo, loro vogliono un luogo nel quale far passare le armi e il sostegno militare. Gli ultimi avvenimenti del nord del Libano, lo scontro con l’esercito libanese da parte di salafiti armati, avevano lo scopo di indebolire la capacità dell’esercito e fargli abbandonare la postazioni al nord per dominare così la regione utilizzandola come un avamposto per sostenere con le armi i ribelli siriani”. Questo, afferma, significherebbe mettere il Libano di fronte a un grave rischio. Per questa ragione l’opinione del governo libanese  ribadita in questi giorni anche da Hassan Nasrallah è che il Libano deve rimanere neutrale riguardo a quel che accade in Siria. Tuttavia, e si è visto nelle scorse settimane in occasione degli scontri tra anti e pro-Assad a Tripoli e nella capitale Beirut,  “c’è una parte dei libanesi, intendo il gruppo del 14 marzo (lo schieramento con in testa il partito di Saad hariri, al Mustaqbal, ndr)che si vanta di voler dare sostegno ai ribelli siriani, questo significherebbe coinvolgere in pieno il Libano nella questione della sicurezza siriana e significherebbe esportare la crisi siriana sullo scenario libanese”, ha affermato Moussawi. D’altro canto, però, le celebrazioni del 25 maggio, l’anniversario delle vittoria della Resistenza su Israele, ricordano che quella è stata un’occasione storica per il Libano: i territori occupati dal ‘78 e considerati dagli israeliani una cintura di sicurezza, nei quali questi hanno praticato il terrorismo e dai quali nell’82 hanno occupato la capitale Beirut sono tornati libanesi. Il 25 maggio 2000 è la data della fine dell’occupazione, la restituzione di tutti i territori alla sovranità libanese. Per la prima volta, grazie a una resistenza popolare veniva cacciato fuori il nemico, e “pensando al volume di forza, alla capacità militare di Israele e alle minime possibilità che aveva la Resistenza, se questo dimostra qualcosa dimostra la volontà del popolo libanese, dimostra che quando un popolo vuole esprimere la sua sovranità può farlo. La nostra ambizione è che la questione della resistenza sia abbracciata a livello nazionale, il 25 maggio è la festa di tutti i libanesi, è la festa dei palestinesi che continuano a soffrire”, ci dice il responsabile delle relazioni internazionali del partito di Dio. L’area è attraversata da un grande crisi e le ingerenze straniere non fanno che alimentare queste tensioni, Moussawi porta l’esempio di quel che accaduto in Libia: “Si è detto che la Nato è intervenuta in Libia al fianco del popolo libico. Ma io non posso accettare questa versione, le operazioni militari Nato hanno provocato decine di migliaia di morti ed era chiaro che volevano solo consolidare gli interessi economici delle società petrolifere. Se chiediamo a un libico come sta il Paese oggi, vi dirà che è nel caos: oltre alle divisioni etniche e religiose è un caos che sta provocando sempre più problemi nel continente africano. Non fa che far accrescere l’immigrazione clandestina in tutto il mondo e specie in Europa, e poi fa crescere l’estremismo islamico in tutte le regioni. Io parlo come musulmano, noi non crediamo che l’islam giustifichi le uccisioni, il terrorismo, le minacce alla gente. Per noi l’Islam è una religione nata per avere giustizia sociale e non per far crescere tensioni e odio fra la gente”. È un clima che moltiplica le sfide alle quali tutta l’area deve fare fronte e, in assenza di dialogo le tensioni non faranno altro che crescere: “Seyyed Hassan Nasrallah lo ha detto, non c’è nessuna soluzione che il dialogo, anche in Siria non esiste altra soluzione che il dialogo. Se non si garantisce una vera opportunità per il dialogo andremo verso nuovi pericoli. Per questo sosteniamo i colloqui del 5+1 a Baghdad (sul nucleare iraniano, ndr) al di là dei componenti del tavolo, perché la consideriamo una opportunità per trovare delle soluzioni”.Dopo la sua introduzione, nella quale Ammar Mussawi ha tracciato il quadro politico nel quale oggi il Libano e il partito di Dio si trovano ad agire, abbiamo avuto modo di porgli anche qualche domanda diretta:
Hizbollah è un partito di governo grazie ad elezioni democratiche. In italia, un Paese fisicamente e culturalmente occupato – ci sono più di 100 basi tra americane e della Nato – in politica estera quasi tutti i governi si sono sempre schierati da parte Usa. Addirittura adesso in Italia c’è un governo non eletto, il nostro premier, Mario Monti, è stato scelto dalla grande finanza internazionale. Cosa pensa Hizbolla della nostra situazione? 
“In molti Paesi europei il potere è sequestrato. Certamente sotto l’ombra dell’accanita crisi economica si moltiplicano questi tentativi. Si può dire che il vostro governo sia commissariato dalla finanza internazionale ed europea. Accade lo stesso in Grecia, in Spagna e in altri Paesi europei. Non so se sono in grado di dare un consiglio, ma forse oggi con la caduta di Sarkozy e la vittoria di Hollande in Francia ci potrebbe essere un’occasione perché Italia ed Europa possano alzare di più la voce. Le politiche di restrizioni imposte ai popoli europei con la scusa di correggere la struttura economica vengono considerate una via indispensabile, ma la vera domanda che si pone è perché si è arrivati a questo punto? Perché l’Europa è ricca, e come mai all’improvviso si trova indebitata, sotto pressione, quali sono le politiche che ha adottato l’Europa per arrivare a questo punto? Con alcuni amici, ambasciatori europei qui a Beirut, abbiamo discusso del perché si è arrivati a questo punto. Hanno risposto che l’euro ha servito gli ambienti finanziari. Noi non possiamo escludere che ci sia un progetto per portare l’Europa in questa situazione. Non posso, per esempio, dirvi uscite dall’euro. Se fossi un cittadino europeo forse chiederei di uscire dall’euro. Paesi come l’Italia o la Grecia erano Paesi dove si spendeva poco, avevano dei mercati, attiravano moltissimi turisti. A causa del costo dell’euro i prezzi sono cresciuti, sia per gli abitanti per che per i visitatori. Sono state imposte delle restrizioni nelle relazioni con l’Italia, basta pensare che il Libano era il più importante cliente dell’Italia. Due elementi ci attiravano verso di voi: la qualità e i costi. Ora le importazioni dall’Italia verso il Libano sono molto diminuite. Non posso parlare del futuro di Italia e Europa, ma posso pensare al nostro passato. La vostra situazione richiede un dialogo nazionale, anche in Grecia. Si richiede un dialogo nazionale per affrontare questi problemi, se bisogna pensare a salvare un Paese ci deve essere una larga partecipazione. Si può porre una domanda: è utile un governo tecnico per salvare l’Italia di fronte a una crisi di tali proporzioni? Quando c’è una crisi nazionale si richiede un governo di unità nazionale. Quello che so è che i partiti italiani non hanno voluto partecipare al governo per non assumersi responsabilità. Per esempio, Berlusconi è uscito dal governo perché non ha voluto assumersi una responsabilità nazionale, valutando che questo si sarebbe ripercosso sul suo futuro politico. Bisogna spogliarsi dei privilegi, uscire dall’appartenenza al partito e pensare alla patria, al destino della nazione”.
Quali rapporti ci sono oggi tra Hizbollah e esponenti e partiti italiani? 
“Per quanto riguarda il rapporto con l’Europa noi siamo sempre disponibili nei suoi confronti, ma il problema non è l’Europa, sono le politiche dei governi italiani. Ci sono governi che non se la sentono di disturbare Israele, di avvicinarsi a Hizbollah o collaborare con Hizbollah. Fuori dall’ufficialità loro desiderano molto avere rapporti con noi ma senza far sapere che hanno relazioni con il nostro partito. Noi possiamo capire che la politica degli Stati Uniti è israeliana, ma non possiamo capire perché la politica europea sta diventando israeliana. La Gran Bretagna ha cercato di dire che Hizbollah è formata da due ali, una politica e una militare, accomunandoci alla situazione irlandese  dove è vero che c’erano due ali (divisione fra Sinn Fein e Ira nel movimento repubblicano nordirlandese, ndr). Londra ha quindi messo l’ala militare di Hizbollah nella lista dei terroristi escludendo l’ala politica, pur non avendo il coraggio di contattare nemmeno quella che definisce l’ala politica. Ma Hizbollah, credetemi, è un’unica organizzazione, non esistono un’ala militare e una politica. Io sono responsabile delle relazioni internazionali, ma sono stato un combattente Hizbollah, tutt’ora sono disponibile ad andare e combattere se mi verrà chiesto, qualsiasi altra persona nel partito è come me. Loro (la Gran Bretagna, ndr) sono influenzati dalla politica estera statunitense e da quella israeliana. Anche se in Gran Bretagna l’opinione pubblica va in direzione opposta. Il problema è che questi governi non ascoltano i loro popoli. Noi abbiamo le mani tese verso tutti ma non inseguiremo nessuno per dialogare. Alcuni, per esempio, dialogano con noi. Non è detto che se ci confrontiamo siamo d’accordo, ma alcuni credono nel dialogo e questo è importante. Abbiamo una certezza in comune: il Mediterraneo, abbiamo tante cose da discutere insieme e certamente la condizione fondamentale è che questi governi escano da questo complesso psicologico che li porta ad avere sempre paura. In Germania, per esempio, ci hanno proposto una conferenza insieme agli israeliani. Abbiamo detto no, che ci avrebbero dovuti ricevere da soli, singolarmente. La risposta è stata che non avrebbero potuto sopportare le pressioni che ne sarebbero conseguite. Per far ‘digerire’ un incontro bilaterale con Hizbollah ci sarebbero dovuti essere anche degli israeliani, ma io con gli israeliani non mi siedo a nessun tavolo finché occupano i miei territori, i territori arabi. Perché qualsiasi contatto con loro significa giustificare quel che stanno facendo. Noi non riconosceremo Israele né ora né in futuro. Alcuni riconoscono Israele come un fatto compiuto, ma bisogna avere legittimità per essere riconosciuti. Se qualcuno mi occupa casa questo diventa un fatto compiuto ma anche se il tempo passa la storia non cambia. Israele continua ad occupare i territori dei palestinesi. Anche se passano 20, 30, 40 anni questo non significa niente: l’occupazione non può diventare una cosa legittima.
Quali sono le sue impressioni sulla attuale politica della Turchia?
La Turchia ha le sue ambizioni. Prima avevano problemi con l’Europa, in particolare con Francia e Germania, per la loro richiesta di adesione all’Ue. Loro pensavano che dato che le porte dell’Europa erano chiuse sarebbe stato conveniente rivolgersi al Vicino Oriente. Iniziarono quindi a migliorare i rapporti con la Siria e i Paesi vicini. All’improvviso però la Nato le ha assegnato un ruolo nella regione e la Turchia ha percepito che le porte dell’Unione si stavano aprendo. Pensate alla posizione turca nei confronti della Libia, la loro opinione è cambiata in una notte. In questo momento quel che più caratterizza la politica turca sono i problemi nell’area di riferimento. Davuto?lu diceva tempo fa che Ankara aveva “zero problemi” con i confinanti, oggi ha problemi con tutti: con la Siria, con l’Iran, con l’Iraq, anche con la Russia. E nemmeno ha buoni rapporti con gli altri. Un Paese come la Turchia non dovrebbe essere guidato dall’esterno in questo modo. Prima hanno chiedsto il dialogo in Siria e poi sono andati ad intervenire direttamente alimentando la tensione, per creare in clima di guerra sul confine. La Turchia crede di essere una potenza nella regione, ma all’improvviso si trova vincolata. C’erano Stati che volevano coinvolgere la Turchia in una guerra diretta, non è successo, ma Ankara è coinvolta comunque. Lo è nel sostegno armato all’opposizione. Dall’inizio della crisi hanno creato i campi sul confine, prima dell’esodo dei rifugiati. Hanno iniziato a mettere tende per 100 mila rifugiati ancora prima della crisi, questo significa che sapevano che qualcosa di grosso stava per accadere. Tutto è stato premeditato, e in ogni caso considero la politica turca non saggia. Certamente loro in questo momento coordinano quasi tutto con gli Stati Uniti. Molti si meravigliano pensando che sono musulmani e che erano legati a Erbakan (Necmettin, primo premier islamico turco, ndr). Ma una parte dei turchi considerano Erdo?an (erede politico di Erbakan, ndr) uno che mette in pratica un piano americano, dicono che anche la vicenda della Mavi Marmara (la nave turca che faceva parte della prima Freedom Flotilla nella quale gli israeliani uccisero 13 attivisti turchi il 30 maggio 2010, ndr) è stata un modo per guadagnare consenso presso l’opinione pubblica, per accreditarsi come difensori della causa palestinese, sarebbe stata insomma tutta una messa in scena. Noi chiediamo che rivedano le loro politiche”.
Quali sono i rapporti di Hizbollah con la comunità cristiana?
“Il santo padre ha espresso preoccupazione per la situazione cristiana nella regione e noi possiamo capire questa preoccupazione. Il problema è che in tutto il Vicino Oriente i cristiani sono diventati un obiettivo o comunque subiscono più di tutti i danni causati da quel che succede nell’area. Per questo noi condividiamo le preoccupazione del papa. Consideriamo quella dei cristiani una presenza che ha le sue radici in questa società, i cristiani non sono venuti in questa regione, loro sono nati nel Vicino Oriente e solo dopo sono andati in Europa. Quando diciamo che questa regione è la culla della civiltà e delle religioni significa che dobbiamo conservare questo pluralismo e anche favorire le condizioni che possano evitare la diminuzione delle comunità religiose nel nostro Paese. Gli israeliani si presentano come amici dell’Occidente, vorrei chiedere quanti cristiani sono rimasti oggi nei territori occupati. A causa delle pressioni israeliane la maggior parte dei cristiani sono emigrati. I cristiani d’Iraq per quanto il regime di Saddam Hussein fosse rigido, sono sempre rimasti in Iraq, e sono stati minacciati seriamente solo dall’arrivo dell’occupazione americana. Non capiamo quale sia il messaggio che i terroristi vogliono mandare quando attaccano le chiese. Da un lato dicono che temono la crescita sciita in Iraq, ma se questa è la preoccupazione potrebbe essere forse logico che un estremista sunnita si facesse esplodere in una moschea sciita, per impedire agli sciiti si avere la maggioranza in Iraq. Ma uccidere i cristiani cosa significa? Significa che ci sono delle forze oscure che rifiutano tutto, anche gli stessi sunniti. Per esempio, la stessa opposizione siriana ha delle enormi divisioni interne perché tutti vogliono avere il controllo, ci sono queste forze oscure che rifiutano il prossimo, ecco perché c’è preoccupazione per i cristiani sia in Iraq che in Palestina che in Siria, e non solo i cristiani ma tutte le minoranze. Anche noi sciiti siamo minoranza nel mondo arabo. Allora, se vince la volontà di eliminare tutti gli altri, ogni comunità in minoranza ha da temere da questo scenario. Nel passato si è costruito un muro tra i cristiani e gli sciiti e tra tutte le comunità libanesi, perché la guerra civile aveva seminato paura e sfiducia tra cristiani e musulmani. Hanno contribuito a creare odio tra le comunità. Anche se Hizbollah non fece parte della guerra civile, per esempio (il 25 maggio lo ha detto seyyed Hassan Nasrallah…) una gran parte dell’esercito scissionista del sud era costituito da cristiani, ma c’erano anche sciiti. Anche se questi crearono moltissimi danni alla gente del sud, molti pensarono che noi sciiti avremmo fatto la guerra a questi dello Sla, l’esercito collaborazionista, per vendicarci dopo il ritiro. Ma selo avessimo fatto avremmo provocato la guerra civile, noi lo sapevamo, e nessuno di loro ha mai preso nemmeno uno  schiaffo. Oggi il rapporto con la comunità cristiana è ottimo, c’è collaborazione. L’intesa del 2006 tra Hizbollah e la Corrente libera patriottica del generale cristiano Michel Aoun si è tradotta veramente in maniera sincera nella guerra del 2006, quando tutte le chiese del sud hanno aperto  le porte ai rifugiati sostenendoli. È stata una espressione cristiana sincera nei confronti del resto della popolazione. Noi vogliamo una collaborazione non solo coi cristiani ma con tutte le comunità libanesi. Per esempio, di fronte al sequestro dei pellegrini libanesi in Siria tutte le confessioni hanno espresso vicinanza ai familiari dei rapiti, la solidarietà è stata di tutti in libanesi. Noi siamo una famiglia, e consideriamo la presenza cristiana più che necessaria, questa diversità è una ricchezza per il nostro Paese”.
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