grecia

di: Giacomo Gabellini

La Grecia è nel caos, ma le origini del disastro risalgono al 2009, quando vennero a galla i dati autentici riguardo allo stato reale in cui versava l’economia nazionale. La Grecia aveva ereditato dalla dittatura dei colonnelli guidata da Georgios Papadopoulos un regime fiscale che faceva acqua da tutte le parti, favorendo in maniera massiccia l’evasione. Per occultare questa ed altre inadeguatezze, i dirigenti greci – assistiti delle banche d’investimento Goldman Sachs e JP Morgan Chase – avevano falsificato i conti per aderire all’Eurozona. Nel 2002 Goldman Sachs aveva acquistato oltre 2 miliardi di euro di titoli di debito pubblico greco convertendoli immediatamente in yen e dollari, per poi rivenderli alla Grecia adottando i parametri fissati da un falso tasso di cambio applicato dall’istituto bancario.

Tale “curiosa” transazione era il frutto di un’intesa sottobanco tra il governo di Atene e gli operatori della Goldman Sachs; un originale escamotage che ha permesso agli amministratori ellenici di iscrivere una falsa voce di attivo sui libri contabili del Paese che corrispondeva ad una simmetrica ed altrettanto falsa voce di passivo per quanto riguarda il bilancio della banca.

Questo falso guadagno ha consentito allo Stato greco di mantenere il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo al di sotto della linea di sbarramento del 3%, che rappresenta uno dei requisiti fondamentali per l’ingresso nell’Eurozona. Come ricompensa per tali servigi, la Goldman Sachs pretese la restituzione della cifra iniziale (più di 2 miliardi di euro) elevata di un esorbitante tasso di interesse. Nel 2009, il partito socialista Pasok vinse le elezioni, e non appena il primo ministro George Papandreou ebbe modo di esaminare i libri contabili del Paese si accorse del trucco, rivelando immediatamente la falsificazione dei conti pubblici operata dai suoi predecessori. Malgrado il Prodotto Interno Lordo del Paese ellenico costituisse appena il 3% di quello della zona-euro e uno sforzo congiunto dei Paesi più forti avrebbe potuto ristabilire piuttosto agevolmente la situazione, i governi di Berlino e Parigi si opposero frontalmente e ostinatamente a qualsiasi proposta finalizzata a fornire aiuti esterni allo Stato ellenico.

Anziché imporre la garanzia del debito greco attraverso la BCE in modo da blindare la solidità economico-finanziaria del Paese, il tandem Merkel-Sarkozy pensò bene di adottare il Private Sector Involvement (PSI), una “procedura di coinvolgimento del settore privato” nell’assorbimento dei debito greco, volto a ricondurre il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo della Grecia al di sotto della soglia del 120,5% e, soprattutto, a scongiurare qualsiasi perdita finanziaria a carico della BCE e delle Banche Centrali dei vari Paesi europei. Questo accordo ha sobbarcato sul settore privato un carico di perdite sproporzionatamente alto di perdite rispetto al settore pubblico, penalizzando pesantemente i privati che avevano investito nel debito greco e incoraggiando, in misura complementare, l’attività predatoria degli speculatori. Ciò ha innescato una pericolosa crisi di fiducia nei confronti del sistema-Europa e messo in dubbio la solidità degli Stati. Da quel momento, i titoli di debito emessi dai vari Paesi europei, considerati fino ad allora “risk-free” (o “a rischio 0”), sono divenuti il bersaglio prediletto della speculazione internazionale e delle agenzie di rating, il cui fuoco incrociato si è abbattuto sia sul debito greco sia su quelli di Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia (i cosiddetti PIIGS), facendo lievitare pericolosamente gli spread rispetto ai titoli tedeschi, in modo da far schizzare verso l’alto i tassi di interesse sui titoli di Stato, aggravando enormemente il problema.

spread

I tassi usurai pretesi dai mercati finanziari costrinsero successivamente Atene a chiedere aiuto alla BCE e al FMI, che offrirono due prestiti in poco più di un anno, quantificabili rispettivamente in  110 e in 109 miliardi di euro, ponendo però come condizione l’applicazione di una radicale terapia d’urto. Di fronte a questo aut aut, Papandreou propose un referendum per chiedere al popolo greco il parere sul da farsi.  Intimoriti dalla mossa di Atene, i dirigenti di Bruxelles avviarono una pesante campagna di pressione volta a costringere Papandreou alle dimissioni, che vennero rassegnate nel novembre del 2011. La Commissione Europea esigeva infatti l’instaurazione di un governo tecnico, che accettasse le condizioni poste da BCE e FMI e attuasse le misure “necessarie” a prescindere dal consenso popolare. Il testimone lasciato dal governo Papandreou fu così ereditato dal nuovo esecutivo guidato da Lucas Papademos, che in qualità di ex governatore della Banca Centrale ellenica si era reso corresponsabile della falsificazione dei conti del Paese.

La certosina applicazione, da parte dei tecnocrati, delle direttive impartite dalla cosiddetta “trojka” o “trimurti” (formata da FMI, BCE e Commissione Europea), fece precipitare il Paese nel caos. Il parlamento ellenico cedette al ricatto che gli era stato posto da questa “trojka”, approvando un “memorandum d’intesa” – molto simile a un diktat da occupazione militare – comprensivo di una serie di riforme (taglio dei servizi sociali, decurtazione di stipendi e pensioni, riduzione dei dipendenti pubblici, depotenziamento radicale dei contratti collettivi dei lavoratori) da macelleria sociale per ottenere un finanziamento da 130 miliardi di euro promesso dall’Unione Europea. Non appena il memorandum passò, le tensioni sociali infiammarono piazza Syntagma, provocando le dimissione di sei ministri del governo di Papademos.

Alcuni partiti d’opposizione proposero di non accettare il prestito, poiché le condizioni poste dalla “trojka” erano proibitive e non avrebbero in alcun modo aiutato l’economia greca. Alexis Tsipras, leader di Syriza, richiese invece una moratoria di tre anni per il pagamento del debito, così da utilizzare tutte le risorse a disposizione per comprimere il più possibile il disavanzo primario, in moda da affrontare al meglio la recessione e adottare misure di risanamento dell’economia e del settore pubblico. La Germania dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale, ricevette questo genere di trattamento, ottenendo il diritto di non saldare il proprio debito fino al 1953. Sia Papademos che il suo successore Antonis Samaras rispedirono queste proposte al mittente e adottarono, in ottemperanza agli “indiscutibili” impegni presi, la drastica terapia d’urto pretesa dalla “trojka”, che acuì la fase recessiva e comportò il congelamento delle attività bancarie, determinando il blocco totale del credito alle imprese e il conseguente inceppamento del sistema, cosa che provocò un crollo delle entrate fiscali, aggravando la posizione debitoria del Paese. La caduta delle entrate tributarie, peraltro, fu favorita anche dal corposo processo di trasferimento di capitali ellenici all’estero, stimato in circa 300 miliardi di euro dal funzionario del Tesoro greco Dimitri Kousselas, che BCE, FMI e Commissione Europea non fecero nulla per frenare.

Le politiche di austerità richieste dalla “troijka” hanno prodotto risultati alquanto significativi. Alla fine del 2012, la morsa della disoccupazione attanagliava oltre 4 milioni di greci; i lavoratori operanti nel settore privato sono passati dai 2,6 milioni del 2010 a 1,7 milioni del 2012, e di questi 1,7 milioni solo 600.000 sono stati regolarmente retribuiti per aver lavorato a pieno ritmo (8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana); sempre nel 2012, appena 225.000 cittadini hanno potuto ricevere un assegno di disoccupazione.

La relazione annuale redatta dalla Banca di Grecia ha rilevato inoltre che la porzione di popolazione intenta a vivere al di sotto della soglia di povertà è passata dal 16% del 2011 al 23% dell’anno seguente. Al drastico aumento del fenomeno della povertà infantile, è andato peraltro a sommarsi un calo medio dei salari lordi pari al 20,6% nell’arco del biennio 2010-2012.

In tutta questa desolante vicenda, va inoltre sottolineato il fatto che buona parte del denaro destinato al “salvataggio” della Grecia è stato erogato dai Paesi della zona-euro, ciascuno in misura proporzionale alle proprie quote di partecipazione al capitale della BCE. Ciò ha esposto in primo luogo Germania e Francia che, detenendo le quote più consistenti, si sono indebitate in misura proporzionalmente maggiore con le banche per ottenere i soldi necessari a salvare la Grecia dal fallimento, consentendole a sua volta di onorare i propri debiti con le banche. Questa situazione paradossale ed esplosiva ha spinto i detentori dei titoli di Stato emessi da Atene ad accendere polizze assicurative che li tutelassero dalla bancarotta greca, spalancando la strada alla speculazione internazionale. Le sinergia negativa scaturita dalle operazioni effettuate da investitori intimoriti e speculatori senza scrupoli hanno fatto schizzare verso l’alto la domanda internazionale (e il prezzo) di Credit Default Swap, che istituti come Goldman Sachs hanno avuto modo di vendere in grande quantità, incassando ingenti guadagni. Appare pertanto significativo il fatto che una delle prime misure che il nuovo primo ministro Papademos (membro della Commissione Trilaterale ed ex funzionario della BCE e della Federal Reserve di Boston) aveva deciso di adottare fu quella relativa alla nomina di Petros Christodoulos, ex operatore della Goldman Sachs, come responsabile dell’organismo incaricato di gestire il debito ellenico.

Il disastro greco ha, se non altro, aperto prospettive del tutto nuove. Un eventuale fallimento della Grecia potrebbe infatti innescare il temutissimo effetto domino, suscettibile di  provocare l’implosione dell’Unione Europea e il conseguente (probabile) ripristino delle monete locali da parte di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Battendo questa via, la Grecia ripristinerebbe la dracma, che verrebbe svalutata presumibilmente del 50% (o più) circa rispetto all’euro, rendendo competitive le merci locali. Il problema è che la Grecia esporta quanto la provincia di Vicenza, ed importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Con l’adozione dell’euro, il Paese ellenico ha registrato una serie di deficit esorbitanti, dovuti al fatto che la nuova valuta aveva accresciuto il potere d’acquisto dei beni esteri da parte dei cittadini greci. Ciò ha determinato un netto declino del comparto industriale, orientando l’economia nazionale verso attività rientranti nel settore terziario. Senza un solido sistema manifatturiero e con la dracma deprezzata, la Grecia si ritroverebbe a dover acquistare merci all’estero a prezzi proibitivi.

La situazione del Paese appare pertanto disperata, e le dirigenze politiche (Commissione Europea) ed economiche (BCE) hanno pesantissime responsabilità rispetto al deflagrare della situazione. Nel novembre 2011, ad esempio, la “troijka” ha barattato, dietro pressioni esercitate dall’esecutivo di Atene, un prestito – ad interesse – per permettere ai greci di pagare gli interessi sul loro debito, in cambio del solenne impegno assunto dal governo ellenico di registrare un avanzo sui conti correnti di bilancio. Per realizzare questa promessa, sono stati effettuati tagli addizionali a pensioni e salari (già ridotti a 400-500 euro) e contrazioni della spesa pubblica di vario genere allo scopo di incamerare circa 9 miliardi di euro entro la fine del 2013. Per la Grecia, 9 miliardi di euro corrispondono a 4 punti percentuali di Prodotto Interno Lordo, equivalenti, per l’Italia, a 60 miliardi di tagli ulteriori in un solo anno. Come era più che prevedibile, la terapia d’urto improntata alla più brutale austerità ha prodotto esiti contrari a quelli che la “troijka” si proponeva di ottenere, con il risultato che se nel 2009 il debito greco ammontava al 130% del Prodotto Interno Lordo, nel 2012 ha ampiamente sfondato la soglia del 160% del Prodotto Interno Lordo. Ciò è dovuto al fatto che l’aumento soverchiante delle tasse imposto ai cittadini greci ha generato un calo del gettito fiscale (il gettito dell’IVA ha registrato un -8,7% nel secondo trimestre e un -10% nel terzo trimestre del 2012). L’introito fiscale connesso ai redditi e alle proprietà, dopo diversi mesi di crescita, è andato declinando (da +29% del secondo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, a +10% del terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e diverse stime rivelano che anche questa voce finirà ben presto in passivo. L’austerità ad oltranza ha naturalmente depresso l’economia nazionale, determinando sostanziosi e ripetuti cali della produzione industriale (-7,1% del terzo trimestre 2012 rispetto allo stesso trimestre del 2011, -7,3% nel quarto trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si tratta di «Un circolo vizioso – commenta l’economista Jacques Sapir –, dove la spirale infernale austerità-degradazione-austerità può condurre soltanto ad un colpo politico, cioè ad un rovesciamento del governo analogo a quello verificatosi in Russia (portando all’avvento di Putin): un esito che non bisogna temere, ma al contrario sperare»1.

Visti i successi ottenuti da Putin con le sue cure economiche (ben differenti da quelle caldeggiate dal Fondo Monetario Internazionale), è difficile non condividere l’auspicio di Sapir. Proprio le voci relative a questo “colpo politico” sono alla base dell’arrivo di diverse centinaia di mercenari dell’agenzia statunitense Blackwater (coinvolta in diversi scandali durante l’occupazione americana dell’Iraq), giunti in Grecia con l’incarico di controllare l’operato della polizia locale nonché di proteggere il governo e il parlamento dalle sommosse popolari scatenate da migliaia di cittadini inferociti per le tremende condizioni di vita provocate dal collasso economico nazionale e dalle misure d’austerità imposte da Atene dietro varie sollecitazioni della “troijka”.

Ma riflettendo sui risultati catastrofici prodotti dalle terapie d’urto somministrate alla Grecia, diversi analisti (tra cui proprio Jacques Sapir) sono giunti alla conclusione che il Paese resterà ben presto insolvente. Il che, considerando gli sforzi profusi dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale per “salvare” la Grecia, avvicinerà verosimilmente il punto di non ritorno, corrispondente alla deflagrazione definitiva dell’euro causata dalla rigidità e dall’inadeguatezza degli euro-burocrati di Bruxelles e delle guide politiche tedesche.

NOTE

1. Jacques Sapir, Greece: the road to insolvency.

FONTE: Stato&Potenza

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