SALVATE LE BANCHE TEDESCHE E FRANCESI…

ORA LA GRECIA PUO’ ANDARE IN MALORA

di Francesco Caselli*

Fummo tra i primi, davanti all’esplosione della crisi greca, a perorare come necessario un default, questo allo scopo di evitare una programma di lacrime e sangue a spese della popolazione. Alcuni fecero spallucce, prendendoci per i soliti catastrofisti. Ora succede che a distanza di un anno e mezzo gli stessi stregoni europei affermano che una “ristrutturazione del debito sovrano greco è inevitabile”. Come testimonia l’articolo qui sotto. La grande differenza è che il default che si prepara oggi, dopo che i creditori esteri della Grecia (anzitutto le grandi banche tedesche e francesi) hanno salvato le chiappe grazie alle politiche di salvataggio dell’Unione, rischia di spingere il paese nell’abisso e il popolo alla fame.
Noi parlavamo di “nazionalizzazione del default”, ovvero della cancellazione del debito greco, e dell’uscita dall’Eurozona come misura collaterale. Il governo greco, col suo massacro sociale, ha salvato le banche europee, ma ha aggravato la crisi del paese. Diceva che lacrime e sangue erano necessarie per evitare il default, ed ecco che quest’ultimo arriva inesorabile. Come volevasi dimostrare.
Un anno fa il cancelliere tedesco Angela Merkel, al vertice dei leader europei, si fece convincere – o fece finta di farsi convincere – che “per salvare l’euro” bisognava dare soldi alla Grecia, abbandonata dai mercati.

Oggi invece i suoi ministri e collaboratori parlano sempre più disinvoltamente di ristrutturazione del debito greco, che è un eufemismo per la stessa cancellazione parziale dei debiti che un anno fa, a detta dei sostenitori del salvataggio, avrebbe condotto al naufragio della moneta unica. Come mai la posizione tedesca è cambiata così vistosamente? E cosa ne è stato del nobile proposito di “salvare l’euro” di cui, peraltro, non si parla più?
Il problema vero del cancelliere, allora come oggi, è l’esposizione delle banche tedesche nei confronti del debito pubblico di vari Paesi periferici europei. Un anno fa pareva assai probabile che un’eventuale moratoria sul debito greco avrebbe presto condotto alla fuga dei mercati dai debiti di Portogallo, Irlanda, e Spagna (e si parlava anche di Italia), forzando forse anche questi Stati a simili drastici passi.

Ora, una ristrutturazione del debito greco non sarebbe stata in sé e per sé un disastro per le banche tedesche, e di altri Paesi “centrali”, dato che la Grecia è comunque uno Stato piccolo e il suo debito, sia pur cospicuo in relazione al Pil, è una componente esigua degli attivi delle banche estere. Ma se si fossero sommate perdite rilevanti sui debiti di Portogallo e Irlanda le banche se la sarebbero vista abbastanza brutta. Un’ulteriore aggiunta della Spagna (per non parlare dell’Italia) sarebbe stata una catastrofe simile se non peggiore a quella, appena faticosamente assorbita, dei subprime americani. Fu per evitare di dovere di nuovo ripianare le perdite delle banche che Merkel decise, allora, di tenere temporaneamente a galla la Grecia.

Perché temporaneamente? Perché così facendo ha dato tempo agli altri Paesi periferici di consolidare le finanze pubbliche, riducendo il rischio di contagio.
La Spagna – che era la fonte di maggior preoccupazione – ha intrapreso una strategia di rientro del deficit da “lacrime e sangue” e i mercati paiono in buona misura convinti. Negli ultimi giorni i prezzi del debito spagnolo hanno risposto in maniera assai modesta ai ballons d’essai tedeschi sulla possibile ristrutturazione della Grecia, dando così ai tedeschi stessi la cercata conferma che la strategia sta funzionando.
Rimane molto nervosismo su Portogallo e Irlanda, ma a parte il fatto della minore esposizione nei loro confronti, anche il primo almeno è stato costretto a chiedere l’aiuto di Ue e Fmi, il che significa che la politica di bilancio “lacrime e sangue” adesso arriva pure lì.
Insomma ora che gli altri periferici sono a minor rischio di contagio si può con maggior tranquillità “mollare” la Grecia. Che Atene dovesse prima o poi ristrutturare il suo debito lo si sapeva, ma si volle evitare l’effetto Lehman applicato ai debiti pubblici.

Inoltre, posticipando l’inevitabile ristrutturazione greca, si è dato tempo alle banche dei Paesi centrali dell’area euro di ridurre in qualche misura l’esposizione ai debiti dei periferici, ulteriormente riducendo le conseguenze domestiche di un eventuale ripudio di tali debiti. Paradossalmente, a riempire il vuoto lasciato dalla minore esposizione delle banche tedesche e francesi hanno dovuto pensare in parte proprio le banche greche e portoghesi, indebolendo così ulteriormente i propri bilanci e dunque implicitamente anche quelli dei loro governi.

E “salvare l’euro”? La verità è che in tutta questa partita l’euro c’entra poco o niente. Non c’è alcuna ragione per cui il ripudio parziale del debito di un Paese dell’area euro, e tanto meno della Grecia, debba mettere l’euro in pericolo. Merkel doveva però spiegare al pubblico tedesco il temporaneo salvataggio greco, che come abbiamo visto era in realtà un salvataggio delle banche tedesche.

Ma dato che l’opinione pubblica aveva già digerito molto male il precedente salvataggio delle stesse banche, per essersi incautamente esposte troppo al mercato immobiliare americano, avrebbe ora apprezzato ancora meno un nuovo salvataggio per essersi altrettanto incautamente esposte ai debiti dei periferici. Di qui la trovata del salvataggio dell’euro – ora convenientemente dimenticata.

La gestione Merkel della crisi greca è stata dunque spregiudicata, rischiosa e non immune da ipocrisia e cinismo, ma se funzionerà, come comincia ad apparire possibile, avrà fatto risparmiare un sacco di soldi al contribuente tedesco (e francese) – che avrebbe dovuto sobbarcarsi il ripianamento delle perdite delle banche in caso di collasso simultanteo di vari Paesi, e soprattutto della Spagna. Chi ci ha rimesso? Quasi sicuramente i poveri greci, visto che alla fine li faremo ristrutturare lo stesso.
* Fonte: Il Sole 24 Ore, 1 maggio 2011
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