Sento spesso parlare bene, tra i benpensanti di centro-sinistra (una delle categorie più orripilanti e reazionarie tra quelle che affollano i tempi moderni), di Barack Obama. E anch’io, per essere franco, quando rifletto sull’eventualità di una vittoria di uno qualsiasi dei repubblicani in lizza nelle prossime elezioni presidenziali americane, mi sento male. Ragion per cui, a volte, mi chiedo se non sia il caso, sottovoce, di parlare bene anch’io del primo presidente nero d’America, quello che ha preso il premio Nobel per la pace sulla base, veramente senza precedenti storici, dell’ipotesi che – essendo nero – non avrebbe fatto la guerra. Forse l’avevano scambiato per Martin Luther King Jr., e comunque si sono sbagliati di grosso, perché il nostro “abbronzato”, come direbbe lo psiconano, la guerra l’ha fatta, eccome!, ha continuato quelle del predecessore che parlava con Dio, come Mc Kinley, ne ha fatto una propria e si appresta a farne un’altra.

Ma lasciamo perdere questi dettagli bellici, che i benpensanti del centro-sinistra non amano rivangare, e guardiamo a quello che Obama non ha fatto Barack Obamain tema di accorciamento delle unghie della finanza. Vorrei essere chiaro. Non mi aspettavo niente da lui in questa direzione. Quando leggevo che la sua campagna elettorale era stata pagata interamente dai suoi fan, a colpi di cinque dollari a testa, inviati tramite la posta elettronica, mi veniva proprio da ridere. E pensare che ci fu in Italia un certo Michele Mezza (ex giornalista Rai, o forse soltanto ex giornalista, in quanto non è chiaro quali siano i suoi rapporti con la professione), che scrisse un libro per esaltare la fenomenale novità di un presidente americano eletto direttamente dal popolo. Il tutto spacciando per buona la favola della palingenesi americana tramite internet e Paypal. Non si era accorto che, mentre lui stava lì con il pallottoliere a contare gl’incassi delle sottoscrizioni popolari, Barack Obama riceveva decine di milioni di dollari dalle maggiori corporations americane, dalle più grandi banche d’investimento, diventando in pochi mesi il presidente più finanziato dai ricchi di tutta la storia americana.

Come è noto, chi paga l’orchestra decide anche quale sarà la musica che allieterà la serata. E infatti, con l’eleganza che lo caratterizza, Barack Obama ha lasciato alla finanza americana le sterminate praterie della speculazione senza regole. Poi ci fa la lezione, a noi europei e perfino alla povera signora Merkel, dicendoci, insieme a Paul Krugman, che dobbiamo essere un po’ meno austeri e che bisogna fare come l’America: stampare euro a go-go, per rilanciare i consumi.  Dimenticando nel calamaio metaforico di cui fa uso per scrivere i suoi ispirati consigli, che il Sottocomitato permanente del Senato per le Indagini ha individuato, solo per quanto concerne il 2008, da cinque a sette trilioni di dollari (migliaia di miliardi, per intenderci) imboscati negli Giovanna Botterioff-shore dell’amica Gran Bretagna: Isole Vergini, Isole Cayman, Gibilterra, Bermuda, Bahamas, dove, sdraiati sulle spiagge assolate, evitano di pagare le tasse non solo negli Stati Uniti, ma in tutti i paesi dell’Occidente.

E Michele Mezza non fu purtroppo nemmeno l’unico a credere alle favole. Anche oggi, ogni sera, sul Tg3 Notte, si sente la corrispondente da New York, l’adorante Giovanna Botteri, recitare ditirambi senza fine, sdraiata sul personaggio, lodi alla suprema guida di un Impero che non è più. Qualcuno glielo andrà a dire? Non mi aspetto che lo faccia Mannoni, che guida il telegiornale del centro-sinistra spinto e benpensante, ma forse si troverà un’anima buona che lo faccia, prima o dopo. Mentre resta sempre aperta la questione seguente: ma cosa è mai successo in Rai in questi decenni? Di così grave da produrre il crollo intellettuale e professionale di tanti ex colleghi?

Torno a Obama. Che forse sarà eletto. E penso a quello che è successo in Italia alla caduta di Berlusconi: con tutti i benpensanti del centro-sinistra a battere le mani, convinti di avere chiuso il problema principale degli ultimi vent’anni. Pensavano che, chiunque fosse giunto al posto suo, sarebbe stato meglio. Invece è arrivato qualcuno che, per le questioni essenziali, è perfino peggio di Berlusconi. Obama e Monti, i liberatori dalla nequizia dei predecessori, si rivelano clamorosamente più insidiosi, bugiardi, fanatici. È ben vero che lo stile è più sobrio. Monti non ha eletto senatore il suo cavallo. E non ha trasformato l’aula di Montecitorio in un bivacco per manipoli. In compenso Napolitano, per “lanciarlo”, ha fatto senatore a vita Mario Monti, e le aule parlamentari – anche per sua precipua responsabilità politica e morale – sono piene di pecorari e sensali, oltre che di escort king e medium size. Ma non si potrà dire, per obiettiva considerazione, che sia Guantanamo, torturestato Monti a commettere l’obbrobrio. Lui si limita a sopportarlo, mettendo nelle Agenzie di Stato gli amici dei suoi amici, tra cui spicca la signora Vespa.

Uguale per Obama. Non è stato lui a far varare il Patriot Act. Iniquità i cui autori sono Bush e i neocon, con in testa Dick Cheney. Ma Obama aveva promesso che lo avrebbe “riformato”. Esatto. Lo ha riformato inasprendolo. Aveva riassicurato quasi tutti dichiarando che il processo ai “rei confessi” dell’11 Settembre si sarebbe tenuto in una corte civile regolare nella città di New York. Ma gli hanno fatto cambiare idea e i processi si tengono a Guantanamo Bay. Luoghi che Obama aveva promesso di chiudere per sempre, ma che restano aperti da quattro anni e dove si celebrano processi a carcerati (ramazzati illegalmente da Bush in ogni contrada) che hanno confessato sotto tortura e che saranno giudicati da corti militari. Obama aveva promesso di rinnovare anche qui, con una certa eleganza di stile, che gli è propria. Ma si sa che lo stile è l’uomo. Obama non è niente di più e niente di meno dello stile che impersona. La sostanza sono le uova di vipera della barbarie, poggiate sopra la potestà sovrana del cinismo manipolatorio.

Senza dimenticare l’indecoroso spettacolo della finta esecuzione di Osama bin Laden, realizzato con troppo anticipo, il 2 maggio dello scorso anno. Questa storia, di Obama il Vendicatore dell’America, è stata, tra l’altro, una desolante caduta di stile. Che tuttavia ha inaugurato il nuovo look del presidente premio Nobel per la Pace. È lui, infatti, che da Abbottabad in avanti, autorizza di persona gli assassinii mirati che vengono attuati dai “droni”, gli aerei senza pilota guidati dalla base di Tampa, Florida. Non era mai accaduto che il presidente Usa proclamasse pubblicamente di essere un Giulietto Chiesaassassino. Tutti i presidenti Usa sono stati assassini, ma l’hanno fatto, bontà loro, a livello di grandi numeri. Si notava di meno. Salvo Hiroshima e Nagasaki, e un pochino anche il Vietnam.

Questo – che mi pare si possa definire come la più riuscita operazione di maquillage dell’intera storia politica mondiale – si è trasformato sotto i nostri occhi, colpo di stile dopo colpo di stile, in un killer al dettaglio. “Voterò” comunque, turandomi il naso, s’intende, per Obama. A meno che non decida di attaccare l’Iran prima delle elezioni. Ma dichiaro pubblicamente che sono purtroppo certo che lo farà comunque dopo essere stato eletto. Perchè Netanyhau e le lobby ebraiche degli Stati Uniti sono più forti di lui, e lui vuole arrivare vivo in fondo al suo secondo mandato. Vale per lui quel simpatico aforisma di Cesare Musatti: «Non si può certo pretendere che un moribondo abbia una grande libertà di pensiero».

(Giulietto Chiesa, “Killer al dettaglio”, da “La Voce delle Voci” del 10 settembre 2012).

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