di Gianni Dessi –  Appare evidente che le Forze Armate italiane non rispondano più ai compiti di difesa nazionale e protezione dei propri cittadini, ma siano piuttosto uno strumento tecnico professionale alle dipendenze dirette dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti. Lo spettro dell’imminente nascita di Eurogendfor (la super polizia europea del misconosciuto Trattato di Valsen) e le continue cessioni di sovranità nazionale, ivi comprese quelle delle proprie Forze armate, sempre più diluite in organismi militari sovranazionali, pongono con forza il necessità di rivedere il Modello Difesa (fini, organizzazione e compiti primari). Il popolo italiano non ha più alcun controllo sulle sue Forze Armate e sulle sue Forze di Polizia. Tutte le riforme militari degli ultimi 20 anni, hanno remato in questa univoca direzione: professionalizzazione del personale e maggiore integrazione negli organismi sovranazionali, fino a diventare una cosa sola con questi. Non per caso, la partecipazione italiana (con ruoli e impegno crescente) alle guerre NATO e USA in giro per il mondo è andata di pari passo con le stesse. I costi di guerre e armamenti (spesso stranieri) sono lievitati a dismisura, con andamento inversamente proporzionale ai tagli alla spesa pubblica (compresi diritti e spettanze del personale militare). Oggi, con il paese piegato dalla crisi indotta e la politica nazionale inesistente, sono decisamente inaccettabili ed hanno l’amaro sapore della dittatura prossima ventura. L’effetto primario perseguito, con tale cambiamento è stato l’aver privato la Nazione di un importantissimo e prezioso elemento di collegamento tra Società Civile e Società Militare, costituito dai giovani di leva. La soppressione della Leva Obbligatoria ha definitivamente ed irrimediabilmente accentuato il distacco tra queste due realtà, poiché è venuta a mancare quella osmosi di conoscenze, di valori, e perché no, anche di comune appartenenza identitaria, veicolata dai giovani di leva. La vocazione “naturale” delle FF.AA. (Carabinieri compresi), alla difesa degli interessi nazionali (suolo Patrio compreso) e di garante della salvaguardia delle libere istituzioni (quindi, della esclusiva volontà popolare), sta inesorabilmente lasciando spazio al mercenariato di stato, per vocazione o necessità. Gli stessi militari di carriera, per ora e ancora per poco tutti italiani, hanno visto un brusco calo del livello “democratico” interno (spesso denunciato dalle Rappresentanze di Base) a favore di una maggiore ricattabilità e impiego indiscriminato: assenza di diritti e tutele, abusi di potere e trasferimenti “coatti”, demansionamento e carenze organiche gravi, tagli a sicurezza e retribuzioni, impieghi stressanti e spesso mal retribuiti. Perché allora non tornare ad una rinnovata forma di leva obbligatoria? Quale migliore garanzia per la cittadinanza di un esercito nazional – popolare? La risposta istituzionale, da destra a sinistra, e’ spesso secca e lapidaria: “non si può tornare indietro: non saremo in grado di mantenere i nostri impegni internazionali e dobbiamo mantenere fede agli impegni presi”, oppure ” metterebbe a rischio la nostra capacità operativa nel Patto Atlantico; dobbiamo continuare a mantenere un ruolo di primo piano nella Nato”. L’avremo letto e sentito ripetere milioni di volte da politici, militari e burocrati, per poi essere recitato come un mantra in televisioni, giornali, bar e social network. Tanta fedeltà, in un paese che non ha finito una guerra con lo stesso alleato, stupisce ma non convince. Ancora più pretestuose appaiono le teorie basate sui costi insostenibili: “costerebbe troppo e non abbiamo né le strutture né i mezzi finanziari per farlo”. Amen. A ben vedere, le cose non stanno proprio così. Dati alla mano, sono convinto che un ritorno al recente passato della leva obbligatoria, riveduto e corretto, possa non solo restituire le proprie Forze Armate alla Nazione, ma possa risolvere molte delle problematiche che oggi ne minano l’efficacia e l’efficienza, operativa e contabile. Questo è esattamente ciò che non vogliono: una Forza armata popolare potrebbe fare gli interessi del popolo. Analizziamo la sua fattibilità nei suoi principali aspetti e avremo una chiara idea dell’inganno che si cela dietro presunte scelte obbligate. Escludiamo subito eventuali impedimenti costituzionali e giuridici. L’ art. 52 della Costituzione della Repubblica, tanto amata e poco applicata, recita testualmente : “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge (…)”. Significa che è un dovere di tutti, uomini e donne, non derogabile e non cedibile a terzi. Ancor meno, eseguibile da pochi per conto di terzi. La legge 23 agosto 2004, n. 226, che istituisce la professionalizzazione delle FF.AA., afferma che “le chiamate per lo svolgimento del servizio di leva sono sospese a decorrere dal 1°gennaio 2005(…)”. Quindi, “sospese”, non abolite. La materia, che ha poi trovato una organica disciplina nel decreto legislativo 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), ha limitato il suo ripristino alle summenzionate condizioni riportate nell’art. 1929: “il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri (…)”. Quindi, basterebbe la volontà politica di farlo. Anche la presunta impossibilità di “tenere fede agli impegni internazionali” è una trappola. Innanzitutto, perché questi impegni non sono dogmi,come vogliono farci credere, ma decisioni della nostra classe politica. In un paese realmente libero e democratico, sarebbero soggetti alla volontà popolare come, di volta in volta, espressa dalle urne. Secondariamente, con una FF.AA. di leva ci si potrebbe fare fronte egualmente, come dimostrato dalla Norvegia (membro NATO), che attua un sistema di reclutamento misto leva/volontari. Curiosamente, lo stesso ’art. 1929 al comma 2, punto B, afferma che la leva è ripristinabile, oltre che in caso di guerra, anche “se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze Armate”. Ipotesi inquietante che conferma il totale appalto delle nostre FF.AA. a non meglio precisati, ma facilmente intuibili, organismi internazionali. Insomma, andrebbe bene per una guerra NATO, ma non per garantire la difesa del paese. La gravissima violazione dell’art. 11 della Costituzione è ancora una volta palese. Costi insostenibili? No, solo risparmi e riequilibrio. Il costo di un soldato di leva è circa ¼ di un professionista e il suo impiego non sarebbe diverso in nulla da quello oggi riservato ai VFP1 e, in buona parte, ai VFP4 e personale di Truppa, spesso demansionati e mal sfruttati. Il 54% dell’intera FF.AA. è attualmente formato da queste categorie, di cui il 16% precari. Inoltre, aumenterebbe notevolmente gli organici (oggi ridotti al minimo per una difesa autonoma) e ringiovanirebbe la truppa (ridotta e di età operativa avanzata). Risolverebbe anche la sproporzione tra gradi (aumentano le spese del personale verso i vertici e ed i sistemi d’arma e dall’altra si taglia sull’arruolamento delle truppa). a favore di un giusto rapporto organico e consentirebbe la valorizzazione della componente tecnico professionale e anziana. Insomma, anche l’ex Ministro De Paola sarebbe tacitato nelle sue lamentele. Tutt’oggi, molti professionisti, vengono impiegati in servizi di guardia, piantone, calamità naturale, ronde portuali, uffici, etc. Solo il risparmio su diarie e straordinari, indennità (calcolate in % alla retribuzione base), straordinari e recuperi, libererebbero ingenti risorse per le spese di “Esercizio”(addestramento, carburante, sicurezza, manutenzioni, mense, vestiario, infrastrutture) che oggi sono al collasso. Aggiungiamo l’eliminazione della inutile “mini naja” (legge n.122/2010 ) per 7.500.000 (2012) e di 62 milioni per attività di Pubblica Sicurezza (4250 militari, dei quali 1.095 sono impiegati per la vigilanza dei centri di identificazione degli immigrati, 1.467 per le pattuglie cittadine e 1.688 per la vigilanza dei siti sensibili come ambasciate, luoghi di culto, etc.). Tutte attività eseguibili anche da militari di leva o Carabinieri (115.000 in Italia), magari integrati anch’essi da un’aliquota di leva. Il costo reale e completo delle missioni internazionali di guerra ( impegnano circa 8.300 militari, pari a circa 25.000 uomini e donne con le rotazioni) sono praticamente incalcolabili, data la mancanza totale di trasparenza sulla spesa e sui finanziamenti di molteplice provenienza. Non a caso, a parità di spesa % sul PIL, sostanzialmente invariata dagli anni ’80 al 1,4%, il rapporto tra le voci di bilancio della “Funzione Difesa” era certamente più virtuoso quando c’era la leva. Es. nel quinquennio ‘90 – ’95 il rapporto era : 49% personale, 28% esercizio, 22%. Nel 2012: 70% personale, 12% esercizio, 18% investimenti. Finzione nella finzione, alla voce investimenti si devono aggiungere i fuori “budget Difesa” erogati da altri Ministeri (MFE ed MSE) per altri 3.843 mln di euro. Detratti 1640 mln di finanziamento missioni internazionali, la % della voce investimenti salirebbe al 32%. Il vero surplus di costo è dato dagli acquisti di armamenti a scopo offensivo (F35, Droni, , etc.) voluti dalla NATO, e non dall’esigenza, peraltro autentica e dovuta, di riammodernare il nostro vetusto sistema difensivo. Quando ai militari era demandata la difesa della Nazione, e non la guerra per conto degli Stati Uniti “on the road”, i conti e gli equilibri tonavano eccome. Se poi fossimo anche uno stato indipendente, si ricaverebbero ulteriori enormi risparmi dalla chiusura delle basi NATO/USA in Italia (stimate tra 90 e 113), di cui il contribuente italiano paga il 41% dei costi di mantenimento (cifra nell’ordine del mezzo miliardo di dollari); ivi compreso, quello delle 90 testate atomiche americane custodite nel nostro paese (50 sono ad Aviano, 40 a Ghedi, nel bresciano) e i loro nocivi sistemi Radar. Le stesse basi, oggi occupate dai soldati a “stelle e strisce” e NATO, sarebbero ottimi apprestamenti logistici ( pronti e a norma) per ospitare l’aumento dell’organico in servizio. Nel 2013 avremo avuto un bacino di selezione pari a 576.888 giovani in età da servizio militare. Anche solo stimando abile e arruolabile il 30% del campione, avremo un afflusso alle armi pari a 175.800 ragazzi da impiegare in servizio difesa e di pubblica utilità. La cosa, se voluta, sarebbe anche possibile dato che la Norvegia, pur facendo parte della NATO, non accetta basi permanenti e armi nucleari sul suo territorio. Proprio la Norvegia, potrebbe essere un ottimo modello da seguire nell’immediato per tacitare gli atlantisti per vocazione. In quanto all’efficienza e alla garanzia della sicurezza nazionale, credo che, a meno di considerare Russia, Cina, Iran, Siria, Israele, etc. come militarmente “inefficienti”, si dovrebbe stare più che tranquilli. Sempre la storia recente (es. Siria, Venezuela, Libano), ci ha mostrato che i presupposti per un’azione di efficace resistenza all’invasione (anche solo dissuasiva), passano dalla costituzione di una Forza Armata cosciente e popolare, partecipativa e partecipata dalla società civile, fortemente radicata nel proprio territorio, e soprattutto, animata da una fortissima identità nazionale, intesa come condivisione di destino e d’intenti. Il riformato o l’obiettore di coscienza avrebbe diritto ad una scelta alternativa in favore della collettività, senza discriminazione alcuna: dalla protezione ambientale al sociale, dalla protezione civile ai beni culturali, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta sull’impiego, e sappiamo bene quanto ce ne sia bisogno in periodi di tagli e crisi. In questa maniera, sarebbe fatto salvo comunque il sacro principio della partecipazione al bene pubblico, con rinnovata coesione nazionale ed un’esperienza formativa unica nel rispetto della vocazione e inclinazione dei singoli individui. Mi rendo bene conto che ogni singolo argomento trattato meriterebbe approfondite riflessioni che, per motivi di spazio, non si possono compiere qui. Di sicuro, quanto riportato basta e avanza per imporre una messa in discussione totale del modello difesa fin qui seguito. Ricordando le parole di Lev Tolstoj che “il potere si trova sempre in mano di coloro che comandano l’esercito, e sempre tutti i capi del potere […]si preoccupano dell’esercito più che di ogni altra cosa,e non piaggiano ch’esso solo, sapendo che se esso è con loro, il loro potere è assicurato […..]”, è comprensibile come ogni scelta, ogni doloroso e inderogabile sacrificio richiesto, e’ funzione solo della nostra servitù atlantico Usraeliana, quale eterno pegno per averci “resi liberi” di essere occupati da loro. Il resto, solo chiacchiere e bugie.

Fonte: Teste Libere

Link all’articolo://www.losai.eu/ff-aa-nazional-popolari-e-leva-obbligatoriariprendiamoci-le-nostre-forze-armate/#sthash.4UiG29G7.dpuf

Commenta su Facebook