Ferdinando II fu sicuramente il Re di Napoli più amato dai suoi sudditi, ed è per tal ragione ovviamente che a tutt’oggi risulta essere il sovrano più calunniato della storia, perché la storia fu scritta da coloro che portarono via il Regno a suo figlio, e lo portarono via tramite un’invasione a tradimento di uno Stato pacifico ed alleato, legittimo e benvoluto dai propri sudditi. Pertanto è chiaro che un tale atto poteva essere giustificato solo con l’accusa da parte dei vincitori di indegnità di governo verso la famiglia dei Borbone delle Due Sicilie. Insomma, per fornire una parvenza di giustificazione storica all’assalto piratesco del pacifico, alleato, legittimo e sette volte secolare Regno delle Due Sicilie, occorreva infangare la memoria dei detentori di quel Trono, ed in particolare la memoria del suo migliore e più recente esponente (essendo Francesco II appena salito al Trono e troppo giovane ancora per essere credibilmente calunniato).

Nella successiva voce dedicata a Francesco II e ai fatti storici che condussero alla caduta del Regno, approfondiremo gli eventi specifici della politica cavouriana, della spedizione dei Mille e della eroica resistenza borbonica. Per il momento, analizziamo la politica riformatrice svolta da Ferdinando II, in quanto in tal maniera si potrà ben capire perché fu il sovrano più amato dal suo popolo. I suoi calunniatori, vale a dire coloro che tramarono in maniera diretta o indiretta per la caduta del Regno, presentarono il suo governo come “la negazione di Dio”, e da allora tutti i libri di storia scolastici e non solo continuano a ripetere stancamente le stesse calunnie indottrinate. Noi invece lasciamo la parola ad alcuni fra i più noti storici del Risorgimento antichi e recenti non supinamente allineati a tali menzogne per descrivere la vera personalità e il reale operato del sovrano.

Lo storico Angelantonio Spagnoletti (A. SPAGNOLETTI, “Storia del Regno delle Due Sicilie”, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 80-90) descrive la fama che circondava Ferdinando II fra i suoi sudditi. Sicuramente fu il più amato fra i Re Borbone di Napoli; egli sempre si preoccupò di alleviare le sofferenze delle sue popolazioni quando venivano colpite da terremoti, epidemie, andando di persona sul luogo, e spesso era presente in Sicilia per risolvere direttamente gli immancabili problemi con le difficili popolazioni locali (perfino Luigi Blanch riconosce l’attaccamento delle popolazioni al sovrano e Niccolò Tommaseo lo descrive come il migliore dei Principi italiani). Nei suoi viaggi viveva con i sudditi, faceva da testimone ai lori matrimoni e battesimi, lasciava loro denaro, ecc. Insomma, amava presentarsi come il Padre del suo popolo, che per lui era la sua famiglia. Commenta Spagnoletti (p. 88): «La calunnia sembrava accompagnare costantemente la vita e l’operato di Ferdinando II; ciò nonostante quella che gli ambienti filoborbonici costruivano era l’immagine di un sovrano virtuoso e leale, che aveva mantenuto in sé il valore, la clemenza e la religione dei suoi avi, aveva evitato il coinvolgimento del regno nei moti del 1830-’31 e, con quello, pericolose interferenze straniere, aveva difeso l’onore nazionale nella questione degli zolfi e, per questo, aveva dalla sua l’intero popolo napoletano che era quasi “immedesimato” nei pensieri del suo re».

Scrive Carlo Alianello (C. ALIANELLO, “La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale” (1972), Rusconi, Milano 1998, pp. 121-126) riguardo le riforme e le innovazioni di Ferdinando II: «Volle strade, volle porti, volle bonifiche, ospizi e banche; poco sopportava una borghesia saccente e rapace, la cosiddetta borghesia dotta, i “galantuomini”. E questa fu la sua grande “colpa”. Fu un Re, ma non un “re borghese”, come andava di moda a quei tempi. Fu un Re al servizio dei bisogni del suo popolo, e non degli interessi di quella classe “intellettualoide” che aveva aperto il Regno all’invasione del nemico francese e aveva di poi amoreggiato con l’usurpatore murattiano. Cercò piuttosto di creare una borghesia che mirasse al sodo. Non fu fortunato per la ragione che nel Napoletano altra borghesia non esisteva che quella delle professioni e degli studi, “pennaruli e pagliette”, quelli che avevano cacciato suo nonno da Napoli, legati a fil doppio allo straniero per sole ragioni ideologiche che il Re, come re, non capiva; e l’avida schiera dei proprietari terrieri».

Dice F. Durelli (F. DURELLI, “Cenno storico di Ferdinando II, Re del Regno delle Due Sicilie”, Stamperia Reale, Napoli 1859) che «In quattro anni soltanto, dal 1850 al 1854, furono reintegrati nei demani comunali più di 108.950 moggia di terreni usurpati e divisi in sorte ai bisognosi agricoltori»; continua Alianello: «Riporto dall’Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie del 1854, dopo una lunga e particolareggiata lista d’istituti di credito e beneficenza, la seguente nota: “Si ha, oltre i luoghi pii ecc. ecc., pei domini continentali un totale di 761 di stabilimenti diversi di beneficenza, oltre 1131 monti frumentarii, ed oltre de’ monti pecuniari, delle casse agrarie e di prestanza e degli asili infantili” (…) Per sua volontà si badò a costruire strade, che dalle 1505, quante se ne assommavano nel 1828, erano divenute nel 1855 la bellezza di 4587 miglia. E non straduzze da poco..». Erano l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana, che fu interrotta per l’arrivo dei “liberatori”; l’hanno finita solo cento anni dopo. Poi la costiera adriatica, la Sora-Roma, l’Appulo-sannitica, che collegava Abruzzi e Capitanata, l’Aquilonia, che collegava Tirreno e Adriatico, la Sannita, da Campobasso a Termoli. Continua Durelli: «In breve dal ’52 al ’56, che sono solo quattro anni, furono costruite 76 strade nuove, di conto regio, provinciale e comunale. Moltissimi i ponti, e fra tutti il ponte sul Garigliano, sospeso a catene di ferro, che fu il primo di questa foggia in Italia, e tra i primissimi in Europa. Eppoi le bonifiche, l’inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi, la bonifica delle paludi campane (…) In 30 anni, la marina a vela raddoppiata, la marina a vapore creata dal nulla, che nel 1855 contava 472 navi, per 108.543 tonnellate, più 6 piroscafi a ruota, 6913 tonnellate di barchi diversi. E le scuole, i collegi nautici, le industrie».

Scrive Marta Petrusewicz, fornendo un quadro del suo regno, «(…) la popolazione in crescita, la tassazione ed il sistema doganale meglio regolati, ed il governo impegnato in un intervento intelligente di costruzione delle ferrovie e strade, manifatture reali e prigioni moderne» (M. PETRUSEWICZ, “Come il Meridione divenne una questione”, Rubbettino, Catanzaro 1998, p. 37).

Per capire ancora meglio il personaggio, leggiamo quanto scrive lo zuavo pontificio (parla quindi per esperienza diretta) irlandese P.K. O’Clery, nella sua celebre opera sul Risorgimento (P.K. O’ CLERY, “La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione”, (I ed. 1875, 1892), Ed. Ares, Milano 2000, pp. 95-96). Appena salito al Trono, Ferdinando II concesse l’amnistia generale e così si regolava nelle sue azioni: «Per introdurre criteri di economia nelle finanze, Ferdinando ridusse di molto il proprio appannaggio, abolì diversi uffici inutili e alcune delle prerogative reali. Semplificò le procedure nelle Corti di giustizia, sostituì l’impopolare viceré di Sicilia, nominando suo fratello a tale carica e, allorquando viaggiava per il Regno, proibiva alle municipalità di farvi preparativi costosi per la sua venuta, accettando l’ospitalità di qualche residente, o prendendo dimora nella locanda di un villaggio o in un convento francescano. Non c’è da stupirsi che fosse un sovrano popolare». Da ricordare v’è anche che egli aderì nel 1838 agli accordi franco-britannici contro la tratta dei negri e sempre nello stesso anno stabilì pene severissime contro i duelli (sia la detenzione che la decadenza dagli ordini cavallereschi), anche per i padrini. Concesse l’aministia per i detenuti per ragioni politiche in Sicilia e grande autonomia giuridica ed amministativa all’isola; seguì inoltre personalmente la lotta alla feudalità. L’economia fu in continua crescita “malgrado le oscillazioni, la politica economica borbonica fu di una continuità notevole”. (PETRUSEWICZ, “op. cit.”, p. 72), e grande sviluppo ebbe la marina mercantile (CONIGLIO, op. cit., pp. 340-342).

Prendiamo ad esempio anche quanto scrive Angela Pellicciari (A. PELLICCIARI, “L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata”, Ed. Piemme, Casal Monferrato 2000, pp. 181-182). Nel Regno delle Due Sicilie, le spese previste sono sistematicamente superiori alle effettive; non si pagano tasse di successione, tasse sugli atti delle società per azioni e su quelli degli istituti di credito; il debito pubblico è minimo, l’imposta fondiaria lievissima, la Sicilia è esente dalla leva militare, dall’imposta sul sale e dal monopolio del tabacco; inoltre Ferdinando, come si trova scritto nella rivista “L’Armonia”, ha «stabilito nei maggiori centri della popolazione monti frumentari per somministrare grano agli agricoltori da seminare e per mantenersi colle loro famiglie, tagliando così in pari tempo le gambe all’usura».

Tutto ciò è confermato anche da Giuseppe Paladino nella sua voce dedicata a Ferdinando II nell’Enciclopedia Italiana (Treccani), ove scrive: «Diede impulso a costruzioni di pubblica utilità. La prima ferrovia inaugurata in Italia fu la Napoli-Portici (1839). Ad essa seguì nel regno l’altro tronco Napoli-Capua. Sotto Ferdinando II fu ampliata la rete telegrafica a sistema elettrico (…) La marineria mercantile a vapore ricevette grande incremento; nel 1848 aveva il terzo posto per numero e armamento di navi. Una serie di trattati di commercio con l’Inghilterra, con la Francia, con la Sardegna inaugurarono un sistema illuminato di moderato protezionismo (1841-1845). Le finanze erano amministrate in modo mirabile: il contribuente napoletano pagava meno degli altri italiani…».

Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, occorre ricordare che dopo la rivoluzione del ’48 non sono state eseguite nel Regno di Napoli esecuzioni capitali (eccetto quella futura di Agesilao Milano). Delle 42 comminate dai tribunali, Ferdinando II ne commuta 19 in ergastolo, 11 in 30 anni ai ferri, 12 in pene minori (PETRUSEWICZ, “op. cit.”, p. 114: come “Molti prigionieri, tra cui il De Sanctis e il Dragonetti, dopo aver scontato qualche anno di carcere, vennero deportati in apparenza in America, mentre le autorità sapevano benissimo che sarebbero sbarcati ‘en route’ a Malta o in Inghilterra e si sarebbero rifugiati in qualche paese europeo”). Negli stessi anni il Re grazia 2713 condannati per reati politici, e 7181 per reati comuni, mentre dal ’48 la statistica criminale nel Napoletano è in costante diminuzione. Quando si celebrò il processo a Settembrini e Spaventa per aver fondato la società segreta “Unità italiana”, gli osservatori stranieri, seppur nemici dei Borbone, dovettero ammettere che il processo fu condotto con magistrale correttezza (M. PETRUSEWICZ, “op. cit.”, p. 107: negli eventi del ’48 a Napoli “Il sentimento prevalente, tanto nel governo quanto nell’opinione pubblica, non fu né repubblicano né anti-borbonico. A parte qualche repubblicano convinto, come Ricciardi, Saliceti e La Farina (il futuro ferreo sostenitore di Cavour), la maggioranza dei leaders (…) ritenevano che Ferdinando II fosse in grado di svolgere questo compito”).

Del resto, così il giornalista francese Charles Garnier descrive la situazione del Regno nella sua “Memoria sul Regno delle Due Sicilie” (Parigi, 1866): «le imposte erano meno gravose di quelle del Piemonte e minori di quelle italiane degli anni postunitari; il credito del governo solido, il debito basso, la coscrizione molto più tollerabile; gran parte delle entrate erano spese nell’agricoltura e nei lavori pubblici, fra cui si ricordano la prima ferrovia e il primo telegrafo elettrico in Italia, e anche il primo ponte sospeso e i primi fari diottrici furono attuati nel Regno; e così il primo battello a vapore. Il commercio era in crescita, fiorenti le manifatture». Inoltre Garnier fornisce le prove di come nei primissimi anni unitari le manifatture del Sud furono distrutte per favorire quelle del Nord.

In generale, ai già più che eloquenti giudizi storici finora riportati, si può aggiungere che Ferdinando viaggiò molto per il Regno a visitare ospedali, carceri, campi di lavoro, ecc., al fine di sovvenire sempre di persona ai reali bisogni dei sudditi; per risparmiare e poter diminuire le tasse, oltre a ridurre le spese di Corte e quelle personali, ridusse lo stipendio dei ministri e stabilì contro la disoccupazione che la stessa persona non potesse ricoprire due cariche pubbliche; molti parchi di caccia reale furono restituiti all’agricoltura; sviluppò l’industria, specie quella tessile, fece costruire, oltre alle strade ed alle ferrovie prime elencate, porti, cantieri mercantili, ponti su fiumi, cimiteri fuori dell’abitato, ospedali, conservatori, orfanotrofi, asili infantili per fanciulli poveri, anche case di ricovero per malati di mente (abolì di fatto l’accattonaggio), case per fanciulle, carceri moderni e istituti per sordo-muti; curò la cultura fondando cattedre, aprì biblioteche, convitti, educandati, orti agrari e scuole gratuite; bonificò le terre delle paludi sipontine e l’isola di S. Stefano di fronte a Gaeta e introdusse nuove coltivazioni nel Regno; fondò istituti per incoraggiare l’intrapresa economica premiando con medaglie i migliori; ad ogni occasione (matrimoni reali, feste particolari, ecc.) elargiva donazioni per poveri e doti di matrimonio per fanciulle bisognose; quando vi erano epidemie di colera andava di persona negli ospedali, e così faceva anche quando vi erano terremoti e disastri naturali, soccorrendo materialmente i derelitti; d’altro canto rafforzò anche l’esercito e la marina militare, che divenne una delle prime in Europa. Molto altro vi sarebbe da dire. Ma appare chiaro come Ferdinando II fu la massima e più completa espressione di quel riformismo politico e sociale, inaugurato dal suo bisnonno Carlo, che caratterizzò sempre la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie.

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