La crisi delle banche uccide gli imprenditori.

Il duro attacco di un imprenditore brianzolo al sistema bancario: “Bisogna colpire questa lobby”.

giancarlo giorgiConcorezzo, 25 aprile 2013 — Morire di banche. E non di crisi. Con le aziende in salute, che comprano, vendono, assumono. Giancarlo Giorgi, 72 anni, modello di piccolo imprenditore brianzolo, rischia di chiudere due ditte con 28 dipendenti nella zona industriale di Concorezzo: si chiamano Cleaning Management (prodotti detergenti) e Rinauto 900 (trasporti e biciclette elettriche), fatturato da 7 milioni di euro e forte propensione all’export. In un’intervista al «Giorno», a fine gennaio, lancia l’allarme sulla stretta del credito che soffoca le imprese sane, medio-piccole, come le sue. Parole che rimbalzano sugli schermi televisivi. Passano i mesi e la morsa diventa letale, Giorgi finisce sulla lista degli inaffidabili anche se inaffidabile non è, non può esserlo, con tutti quegli affari che stanno andando in porto soprattutto nel mondo arabo, nel Kurdistan iracheno e in Libia, la terra che gli ha dato i natali in quel di Misurata.

Giorgi cosa le sta succedendo con le banche? 
«Mi hanno tolto gli affidamenti. Ho presentato 200mila euro di fatture per coprire una spesa di 50mila, ma la banca non ha accettato e mi ha mandato in rosso. Si tratta di una cifra modesta, per me che fatturo 7 milioni di euro. Ho detto loro che così facendo mi avrebbero messo in seria difficoltà. Per tutta risposta l’istituto di credito invia l’avviso di sofferenza alla Centrale rischi della Banca d’Italia, con cui non ho mai avuto a che fare in 50 anni di carriera: in questo modo mi impediscono di operare con qualsiasi istituto. E dunque non posso pagare i fornitori. Per ora cerco di resistere attingendo al mio conto personale. L’organo deliberante della banca sta discutendo la mia situazione. Intanto che aspetto, muoio. E pensi che in 4 anni gli istituti di credito si sono presi 408mila euro tra interessi e commissioni».

Cosa prova quando sente la notizia di un imprenditore che si è tolto la vita?
«Io non mi suicido perché sono religioso. Non giustifico, ma capisco chi l’ha fatto. Il loro dramma è anche il mio dramma. Vado avanti perché ho la solidarietà dei fornitori e perché alcuni clienti che mi stimano pagano in anticipo.Loro sanno quanto sono credibile, le banche fanno finta di non saperlo. E mi uccidono».

O chiude o si trasferisce all’estero?
«Purtroppo non vedo altre prospettive. Se i politici non riformano il sistema bancario, non avrò alternative. Ho già degli uffici in Libia e nelle isole di Capo Verde ho avviato in un’impresa in 2 giorni. Perché se parliamo di tempi della giustizia e della burocrazia, il terzo mondo siamo noi, non c’è dubbio. Siamo massacrati da tempi che si dilatano all’infinito, mentre in Germania pubblica amministrazione e banche stendono tappeti rossi alle imprese che funzionano. Qui invece le Pmi sono tartassate dal 56% di tasse... In questo siamo i primi al mondo».

Cosa chiede ai politici e al prossimo Governo?
«Di mettere mano immediatamente al sistema bancario, occorre colpire questa lobby. Procedure come quella che hanno applicato nei miei confronti uccidono la produttività, bisogna stoppare la Centrale rischi. Negli Usa le banche falliscono, qui no: quante decine di migliaia di piccole aziende si potrebbero salvare con i 4 miliardi di euro dati al Monte dei Paschi di Siena?».

Potrebbe licenziare qualche suo dipendente? 
«No, non l’ho mai fatto in vita mai, nemmeno quando guidavo il colosso Serist con 2mila dipendenti e 120 milioni di fatturato. Recentemente ho assunto 5 ragazzi di nemmeno 30 anni. Punto sui giovani, il più vecchio qui dentro dopo di me ha 39 anni. Ma se non cambiano le cose sarò costretto a chiudere e tutti perderanno il posto. E sarà per colpa delle banche».

Fonte: ilgiorno.it

Commenta su Facebook