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Le azioni dei fondi d’investimento anglofoni sono superiori a quelle del Tesoro e della CDP. Il pericolo di un assorbimento da parte di compagnie concorrenti tipo la Exxon. Venduta tutta la quota della Snam

di: Andrea Angelini

Enrico Mattei si starà rivoltando nella tomba. Nella “sua Eni, sua nel senso di creata da lui, le quote dell’azionista pubblico (30,10%) sono ormai inferiori a quelle (30,98%) dei fondi di investimento privati. Non si tratta quindi dei piccoli azionisti che si limitano ogni anno ad incassare il dividendo ma di tutti quei grandi investitori che prima dell’assemblea dei soci convocata per approvare il bilancio e per votare altre decisioni prese dal consiglio di amministrazione, escono allo scoperto e depositano le azioni presso le banche in maniera tale che si possano contare. L’avvenimento, seppure sia stato passato senza troppi clamori sulla stampa, rappresenta una svolta epocale che potrebbe preludere ad un passaggio di proprietà di quella che era e continua ad essere un gioiello dell’industria pubblica. Un’azienda che opera in tutto il mondo e che ha funzionato molto spesso come un vero e proprio Ministero degli Esteri. Una seconda Farnesina in grado di contare più dell’originale e di aprire ad altre aziende italiane, pubbliche e private, le porte di molti Paesi che, senza l’apporto del gas e del petrolio, sarebbero rimaste impenetrabili.
Attualmente la Cassa Depositi e Prestiti controlla il 25,76% dell’Eni mentre il Tesoro (che controlla il 70% della CDP) ne controlla il 4,34%. Il totale rappresenta un 30,10% del capitale totale. Una cifra che, da quando negli anni novanta fu messo sul mercato il 70% circa delle azioni, che erano in mano al Tesoro, è stata sufficiente per mantenere allo Stato il controllo dell’Eni e soprattutto la possibilità di indirizzarne la gestione e le politiche internazionali. Tutti ricordano come l’Eni, sia con Prodi che con Berlusconi, abbia stabilito rapporti strettissimi con la Russia di Vladimir Putin. Legami che hanno permesso non solo la firma sugli accordi di fornitura di gas all’Italia fino al 2040, a prezzi favorevoli, ma anche la partecipazione dell’Eni al progetto del gasdotto South Stream che dalla Russia, attraverso il Mar Nero e i Balcani arriverà in Italia con una seconda diramazione che punterà sullo snodo strategico europeo del gas a Baumgarten in Austria. Una scelta che riflette l’importanza maggiore che il gas assumerà nei prossimi anni, destinato come sarà a sostituire progressivamente il petrolio. Una scelta, quella del canale preferenziale con la Russia, che poi ha avuto un riflesso nell’accordo a tre tra Italia, Russia e Libia, che non è stato apprezzato dagli “atlantici” anglofoni che da tempo accarezzano l’idea di circondare la Russia da Sud. Da qui il golpe contro Gheddafi e l’intervento contro la Libia per dare un nuovo assetto al Mediterraneo con l’abbattimento dei governi “laici” e la loro sostituzione con governi islamico “moderati”, meno moderni e meno pericolosi per Israele.
Una ostilità, quella verso l’Eni, che ha radici antiche, nata e sviluppatasi quando Mattei rompeva il monopolio delle Sette Sorelle anglo-americane e delle compagnie francesi e stabiliva rapporti strettissimi con i Paesi produttori grazie ad un approccio non colonialista e con accordi economici molto vantaggiosi economicamente per loro. Una peculiarità che nel novembre 1962 armò la mano dei killer che misero una bomba a bordo dell’aereo del presidente dell’Eni che esplose in volo precipitando a Bascapé. Una ostilità “politica” che è divenuta poi anche economica quando l’Eni ha cominciato a scalare la classifica delle prime compagnie petrolifere del mondo ed è apparso chiaro che la sua forza derivava anche dall’essere l’unica major globale presente in tutte le fasi della filiera produttiva, sia del petrolio che del gas. Insomma, dal momento della ricerca dei giacimenti fino alla vendita al cliente, l’Eni è sempre presente, senza che questo possa aver pregiudicato la sua efficienza.
All’assemblea della scorsa settimana non ci sono stati particolari problemi. Il bilancio è stato approvato e con esso la percentuale di utile da destinare al dividendo. Eccessivi problemi non ci sono stati nemmeno sulle retribuzioni dei dirigenti che in questa fase, con la recessione in corso e con la povertà in aumento, costituiscono un invito a nozze per quanti, dando l’idea di voler cavalcare il populismo, vogliono mettere invece sotto accusa quei manager che hanno supportato la politica di attenzione verso la Russia. Il fatto eclatante è invece questa presenza di fondi di investimento, per lo più anglofoni, che potrebbe preludere ad un tentativo di scalata del gruppo e ad una messa in minoranza della quota azionaria del Tesoro. Con la possibilità che una volta controllata dagli anglofoni, l’Eni possa divenire una succursale di società concorrenti come la statunitense Exxon. A quel punto, sarebbe a rischio anche la stessa domiciliazione dell’Eni in Italia. Una domiciliazione che, giustificata dall’Italia, in nome dell’interesse nazionale, è stata contestata anche dalla Commissione europea che ha sostenuto come essa sia un ostacolo al “libero” manifestarsi del cosiddetto Libero Mercato che non vuole barriere rappresentate dagli Stati nazionali. Per ora i fondi anglofoni si limiteranno ad incassare i dividendi. In seguito si vedrà visto che oltre Atlantico hanno la grande prerogativa di poter stampare a piacere dollari (ossia carta straccia) da utilizzare poi per comprare ricchezza reale. Quindi il controllo dell’Eni. E il Tesoro Usa e la Federal Reserve non avrebbero nulla da obiettare. Anzi.
C’è poi da segnalare la questione della Snam che nell’ultima settimana ha subito una significativa svolta. La Snam, controllata fino al 2011 dall’Eni con una quota poco più alta del 50%, è la società che controlla la rete di distribuzione del gas. Un controllo per il quale vale il discorso precedente della filiera produttiva. Da tempo la Commissione europea e i concorrenti dell’Eni facevano pressioni affinché l’Eni vendesse la quota in Snam per realizzare un gestore indipendente che offrisse l’utilizzo della rete a tutti gli operatori del gas e a pari opportunità di accesso. Un’azionista Usa di Eni, il presidente del fondo Knight Winke, mentre infuriava la speculazione di Wall Street contro i nostri Btp, candidamente affermò che per i “mercati finanziari” la privatizzazione della Snam era più importante” della riduzione del debito pubblico. Detto e fatto. A cavallo del 2011-2012, Eni ha trasferito alla Cassa Depositi e Prestiti il 25% di Snam. Un 5% è stato venduto al mercato nel luglio 2012 e un 8,5% nel gennaio scorso, attraverso la vendita di titoli convertibili in tali azioni. Giorni fa è stato ceduto l’11,7% residuo. In altre parole Eni ha di fatto ceduto tutta la sua quota del  50,2% di Snam che è quello che volevano i concorrenti esteri.

FONTE: Rinascita.eu

 

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