L’ex ministro dell’Istruzione Gelmini ha rivendicato il copyright sulle proposte di “riforma” della Scuola avanzate in questi giorni da Matteo Renzi. La Gelmini ha fatto riferimento a quelli che, secondo lei, sarebbero i capisaldi della “riforma” che porta il suo nome: “il superamento del ’68”, il “merito”, ecc.
Il ricordo del ’68 ha sempre un notevole potenziale di distrazione, ed infatti la Gelmini si è dimenticata di ricordare l’effetto principale di quella “riforma” a lei attribuita, e cioè l’abolizione dell’istruzione tecnica. Col ’68 l’istruzione tecnica non c’entrava nulla, dato che risaliva addirittura ai governi post-unitari. Se in Italia sono potuti nascere un ENI o un ENEL praticamente da un giorno all’altro, è stato perché era possibile attingere ai diplomati degli Istituti Tecnici. Quell’istruzione tecnica che prima lo Stato garantiva pressoché gratuitamente, oggi gli studenti sono costretti a comprarsela, spesso a credito, indebitandosi con banche e finanziarie; e poi magari iscrivendosi a quei corsi di laurea triennale che avrebbero dovuto sostituire la tradizionale figura del diplomato-perito. In realtà la figura del laureato triennale (l’ingegnere di serie B) interessa oggi alle aziende molto meno del diplomato del tipo pre-riforma Gelmini.
Con maggiore probabilità, però la Gelmini non ha dimenticato, ma semplicemente non ne ha mai saputo nulla, poiché la sua funzione di “ministro” consisteva appunto nel confondere le acque, mentre dietro di lei le lobby curavano i propri affari. Altrettanto probabilmente, ciò vale anche per Renzi, che forse non sa neppure di cosa parla, ma recita il copione che gli hanno affidato, composto inesorabilmente dai soliti luoghi comuni. Un altro slogan con specifica funzione fumogena e diversiva, è infatti quello del “merito”. Per quanto possa essere relativo questo concetto (in ambito lavorativo significa servilismo verso i dirigenti e spionaggio verso i colleghi), fa sorridere la prospettiva di una valutazione del “merito”, comunque concepito, affidata a personalità “borderline” come gli attuali dirigenti scolastici, reclutati nella feccia della categoria docente, fra i soggetti più affini alla criminalità comune.
Come oggi Renzi, a suo tempo anche la Gelmini tenne i media impegnati a parlare di aspetti astratti o marginali, mentre le vere modifiche al sistema passavano sotto silenzio. Probabilmente tra un mese Renzi tirerà fuori come un coniglio dal cilindro il provvedimento che davvero gli interessa (cioè interessa al Fondo Monetario Internazionale), cioè lo spostamento dell’ultimo anno del liceo verso l’università, a configurare un sistema analogo a quello statunitense, che distingue College (un doppione del Liceo) e University.
Più generoso della Gelmini, è stato invece l’ex ministro Brunetta, che non ha rivendicato copyright nei confronti di Renzi, sebbene lo stesso Brunetta possa considerarsi l’antesignano ed il precursore delle polemiche scomposte verso le cosiddette “forze dell’ordine”. Qualcuno ancora si ricorda dell’epiteto di “panzoni” lanciato ai poliziotti dal ministro nel 2009. Lo stesso Brunetta qualche giorno dopo presentò delle “scuse” che di fatto rincaravano la dose, poiché il ministro continuava ad accusare la gran parte dei poliziotti di svolgere un lavoro da “passacarte”.
Con altrettanta insolenza, oggi Renzi accusa poliziotti e carabinieri di essere dei “ricattatori” per aver prospettato un’ipotesi di sciopero. Come si vede, poliziotti e carabinieri sono garantiti e protetti solo quando ammazzano persone inermi ai posti di blocco. Lì se la cavano sempre con accuse di “omicidio colposo” che poi svaniscono per strada. Nell’omicidio a Rione Traiano di una settimana fa, i media si sono lanciati in pseudo-analisi sociologiche sul “degrado” napoletano, mentre richiedere un’analisi del sangue dei carabinieri coinvolti nella vicenda sarebbe stato più consono ai dati di fatto. La diffusione dell’alcolismo e delle tossicodipendenze fra i “tutori dell’ordine”, costituisce infatti uno di quei capitoli su cui non è lecito far domande. A proposito di distrazione, il razzismo antimeridionale può vantare un potenziale praticamente illimitato. Nonostante i narco-Stati e le Mafialand disseminate dalla NATO nei Balcani, persino tra le “opposizioni” c’è ancora chi è disposto a bersi le “Gomorre” e le “Terre dei Fuochi”.
Polizia e carabinieri non sfuggono però al “trend” europeo, che vede le lobby interessarsi al lucroso business della privatizzazione delle forze di polizia. Nel Regno Unito il processo di privatizzazione delle cosiddette forze dell’ordine è già in fase avanzata.
La privatizzazione dei corpi di polizia comporterà inevitabilmente un certo grado di dissacrazione mediatica di quelle “forze dell’ordine” che una volta non potevano neppure essere sfiorate dalla critica. Sarebbe stato invece interessante, ad esempio, capire quanto incidano le “forze dell’ordine” nella quota dei reati commessi, cioè quante “Uno Bianca” esistano ancora.
Può apparire inoltre paradossale la posizione di poliziotti e carabinieri, impegnati a criminalizzare e reprimere proprio i movimenti che lottano contro quelle privatizzazioni che oggi vanno a colpire persino le cosiddette forze dell’ordine. Anche la smilitarizzazione e l’accorpamento dell’Arma dei carabinieri alla polizia di Stato (come è già avvenuto in Francia con la Gendarmerie), servirebbe appunto a porre le basi giuridiche per privatizzazioni a tappeto. Infatti, nonostante la presunta “buona amministrazione” francese, nessun risparmio è derivato dalla privatizzazione della Gendarmerie.
D’altra parte le lobby delle privatizzazioni non sono solo esterne alle istituzioni, ma coinvolgono anche i funzionari interni. Come è già accaduto per l’industria di Stato, una gran parte della nomenklatura poliziesca si prepara a riciclarsi nei panni di “imprenditoria privata”, anche se ovviamente sarà sempre il contribuente a pagare. La contrapposizione tra Stato e “privato” rimane infatti sul piano meramente astratto, dato che molti funzionari pubblici militano nella lobby delle privatizzazioni.
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