Dal Blog di Billy Mitchell, una analisi sulla tornata elettorale Francese, e sui programmi dei vari candidati…
C’è un’evidenza crescente che l’ossessione maniacale per l’austerità fiscale, invece di generare crescita e occupazione, sta non solo destabilizzando ulteriormente l’economia Europea e preparando il prossimo capitolo della crisi, ma si ripercuote negativamente anche sugli accordi politici che in primo luogo hanno costituito le basi della politica economica di “integrazione”.
Le notizie dalla Francia sul 20 per cento a Marine Le Pen al primo turno nelle elezioni presidenziali, e la caduta del governo di coalizione Olandese silurato sui negoziati per l’austerità fiscale da Geert Wilders – che si è categoricamente rifiutato di accettare i tagli – mi dicono che la scena politica si sta polarizzando, e i candidati di estrema destra stanno venendo alla ribalta.

I principali partiti di sinistra sono messi in stato d’accusa per aver abbracciato i miti economici neo-liberisti. La realtà è che l’Europa sarà in grado di implementare e sostenere programmi sociali progressisti solo se il malessere neo-liberista verrà abbandonato. Ciò significa che i paesi abbandoneranno l’euro e utilizzeranno la politica fiscale per favorire la crescita dell’occupazione.
Tuttavia, il quadro politico cui stiamo assistendo in Europa indica che non possiamo aspettarci alcuna leadership dalla sinistra mainstream su nessuno di questi temi. Sono incantati dal mantra dell’austerità fiscale vendutogli dai conservatori. Il che dà credibilità a Le Pen e Wilders!
Nell’Europa “ufficiale”  si fa riferimento al nuovo cosiddetto “Patto rinforzato di stabilità e di crescita (PSC)”, concordato il 13 dicembre 2011. Nella Relazione Ufficiale si legge che il “Six-Pack” è “fatto di cinque regolamenti e una direttiva” e secondo l’interpretazione dell’élite UE:
… Esso rappresenta il più completo rafforzamento di governance economica nell’UE e nell’area dell’euro dal lancio dell’Unione Economica Monetaria quasi 20 anni fa … [e] …compie un passo concreto e decisivo per assicurare la disciplina fiscale, contribuendo a stabilizzare l’economia dell’UE e prevenire una nuova crisi nella UE.”
In effetti, il Six-Pack ha ulteriormente de-stabilizzato l’economia dell’UE e, come ho osservato nell’introduzione, si ripercuote negativamente anche sugli accordi politici che erano le prime motivazioni della politica e dell’economica di “integrazione”.
Il Six-Pack ha riconosciuto che 23 dei 27 Stati membri si trovano nella cosiddetta “procedura per i disavanzi eccessivi “, un meccanismo sancito dai trattati dell’Unione Europea che obbliga i paesi a mantenere i loro deficit di bilancio sotto il 3% del PIL e il debito pubblico sotto (o sufficientemente in calo verso) il 60% del PIL .
Questi 23 devono essere sottoposti a formali monitoraggi e “devono agire conformemente alle raccomandazioni e alle scadenze decise dal Consiglio dell’UE per correggere il disavanzo eccessivo”.
Il Six-Pack prevede che, se un paese non riesce a “rispettare le raccomandazioni specifiche” per mantenere il deficit sotto il 3 per cento del PIL, saranno rigorosamente imposte delle sanzioni finanziarie. Inoltre, se “l’obiettivo del 60% nel rapporto debito-PIL non viene rispettato”, la procedura di infrazione si applicherà “anche se il deficit è inferiore al 3%” e il paese dovrà ridurre il “gap tra il livello del debito e il 60% di riferimento … di 1/20 ogni anno (in media su 3 anni).”
Ci saranno degli standard di “spesa” di riferimento, che metteranno “un limite alla crescita annua della spesa pubblica in base ad un tasso di crescita a medio termine”.
E una serie di interventi previsti dalla cosiddetta “procedura per i disavanzi eccessivi” che mirano a ridurre gli squilibri macroeconomici (in particolare i costi unitari, ecc) e costringono i paesi a presentare “una chiara tabella di marcia e delle scadenze precise per l’attuazione dell’azione correttiva”. L’intero sistema sarà sottoposto ad una grandiosa operazione di sorveglianza ( monitoraggio UE) con una “rigorosa applicazione” (multe pari allo 0,1 per cento del PIL) e l’intervento dal centro nel procedimento di bilancio di un paese.
Tutto questo puzza di odioso controllo, una sorta di Grande Fratello, cosicché il lavoratore di un villaggio in Grecia o nei Paesi Bassi darà il suo voto del tutto inutilmente, sinché i rispettivi governi rimangono nella zona euro – perché in qualsiasi momento un funzionario dell’UE sarà in grado di intervenire e costringere il governo eletto a seguire le imposizioni della UE piuttosto che il suo  mandato elettorale.
Dai più recenti avvenimenti politici in Europa, sembra  che le persone stiano rendendosi conto di questa abrogazione dei loro diritti democratici, e votano di conseguenza. Ma la scelta ora è veramente scarsa.
In Francia, il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon è stato battuto circa 2 a 1 dal candidato di estrema destra  Marine Le Pen. Anche lui pensa che la zona euro dovrebbe sopravvivere.
I principali contendenti (Hollande e Sarkozy) sono a mio avviso entrambi neo-liberisti, nonostante alcune differenze di politica sociale. Benché i titoli dei giornali stiano suggerendo che vi è stato uno spostamento a sinistra, io non lo credo affatto.
François Hollande potrebbe vincere la presidenza a maggio, ma, nei termini delle politiche economiche che ne conseguiranno, non c’è da aspettarsi cambiamenti significativi. Tutti i discorsi sulla tassazione sui ricchi ecc. – anche se fossero qualcosa di più che chiacchiere per accattivarsi la sinistra – saranno delle piccole modifiche.
I problemi reali – l’euro, il PSC, il patto fiscale – che costituiscono l’essenza dell’adesione della Francia all’UEM, si mantengono praticamente intatti.
Sia Sarkozy che Hollande sostengono l’élite Europea di Bruxelles e il mantenimento dell’Euro e l’utilizzo dei fondi di salvataggio. In altre parole, nessuno dei principali candidati comprende ciò che sta alla base del problema in Europa. Per Hollande, si tratta di capire che non è un questione di tassare i più ricchi per ottenere i fondi per ridurre il deficit.
Il problema è che il deficit è troppo piccolo di per sé. Dovrebbe essere sensibile, per redistribuire la i redditi delle persone, anche se nella classifica della disuguaglianza la Francia è più uguale di molti altri paesi, ma l’urgenza macroeconomica attuale è quella di rifiutare la mentalità dell’austerità e far ripartire la crescita.
La stampa prevede che dopo la prossima tornata delle elezioni presidenziali in Francia, Merkozy diventerà Mellande.
L’unico serio contendente anti-Euro, Marine Le Pen, ha ottenuto circa il 20 per cento dei voti nel primo turno. Fa chiaramente appello alle sacche di disoccupazione (nel nord industriale) e abbraccia alcune politiche economiche ragionevoli, valutate dal punto di vista di un paese sovrano che abbia il potere di emissione della propria valuta.
Il problema è che lei evidentemente non capisce a fondo le implicazioni di abbandonare l’euro e ripristinare una valuta propria. Quindi, lei ritiene che la piena occupazione sia una delle principali responsabilità di governo, e che lo Stato dovrebbe usare la sua autorità fiscale per raggiungere tale obiettivo. Inoltre, vuole che, per legge, il governo possa prendere a prestito a tasso zero dalla banca centrale (Banque de France).
Lei si oppone alla privatizzazione delle grandi utilities pubbliche Francesi e favorisce una sostanziale ri-regolamentazione del settore bancario, tra cui la separazione tra banche commerciali e di investimento.
Tutte queste posizioni politiche sarebbero coerenti con la moderna teoria monetaria (MMT). Ma poi si legge che Le Pen favorisce una valuta internazionale a regime di cambio fisso, che per la MMT è un anatema.
Più preoccupante, il resto del programma della destra è insopportabile in una società avanzata. Le sue politiche sociali – ridurre l’immigrazione, le politiche scolastiche fasciste, e tutto il resto – sono draconiane e inutili. Allo stato attuale potrebbero attirare coloro che sono più oppressi dall’assalto di austerità neo-liberista, ma non sono la base di una società avanzata.
Quindi come ho già detto – gli elettori Francesi che potrebbero trarre beneficio da un governo che abbia realmente compreso la MMT e la priorità della piena occupazione e di una crescita sostenibile, hanno ben poca scelta.
Lo stesso vale per l’Olanda.
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